Alla Biennale di Venezia 2026 il debutto della Guinea Equatoriale incontra la ricerca dell’artista paraguayana Ingrid Seall, tra natura, materia e trasformazione.
Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, un ponte inatteso unisce America Latina e Africa. È quello tracciato da Manar, l’opera dell’artista paraguayana Ingrid Seall, ospitata dal 9 maggio al 22 novembre 2026 a Palazzo Donà dalle Rose, all’interno del Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Per la prima volta presente nella programmazione ufficiale della Biennale, il Padiglione della Guinea Equatoriale si inserisce con il progetto The Forest: The Undergrowth, un percorso immersivo che trasforma lo spazio espositivo in un sottobosco simbolico, luogo di connessione tra visibile e invisibile, tra coscienza e inconscio.
Manar di Ingrid Seall alla Biennale Venezia 2026
In questo contesto si colloca Manar, un’opera che nasce dal cuore della terra per svilupparsi verticalmente, come un organismo in crescita. Il titolo richiama un processo naturale: abbondare, sgorgare, fluire. Una tensione generativa che trasforma scarti, residui ed errori in nuova materia viva.

Realizzata con materiali organici e industriali – carta, cellulosa, ferro, manioca, argilla, cera d’api e residui naturali – l’opera si sviluppa in altezza, rompendo la logica orizzontale dello spazio espositivo. Il movimento ascensionale diventa così metafora di una riconnessione profonda tra essere umano e natura, tra corpo e memoria ancestrale.
Il Padiglione della Guinea Equatoriale debutta alla Biennale
Più che rappresentare la natura, Manar ne riattiva la presenza. Inserita nel sottobosco curatoriale del padiglione, dialoga con le altre opere come parte di un ecosistema artistico complesso, in cui ogni elemento contribuisce a una riflessione sul rapporto tra ambiente, cultura e trasformazione.

Il progetto The Forest: The Undergrowth, curato dal professor Joan Abelló e diretto dal commissario Paulo Speller, si ispira al tema della Biennale 2026 In Minor Keys. La foresta diventa qui un archetipo: spazio misterioso, territorio dell’inconscio, ma anche luogo di crescita spirituale e conoscenza.
Un sottobosco simbolico tra natura e inconscio
Il padiglione si configura come una vera e propria foresta di opere, in cui convivono sculture, installazioni e visioni provenienti da artisti internazionali. Tra questi, Ingrid Seall contribuisce con una ricerca che mette al centro la trasformazione della materia e del corpo, utilizzando forme organiche in continua mutazione.

Nata ad Asunción nel 1975, Seall sviluppa una pratica multidisciplinare che attraversa scultura, scenografia e arti performative. La sua ricerca, influenzata anche dalla danza, indaga il movimento e la trasformazione attraverso materiali come ceramica, ferro, cartapesta e cera d’api. Accanto all’attività espositiva, realizza progetti per il teatro e insegna arti visive presso la Goethe Schule di Asunción.
LEGGI ANCHE: Alla Biennale Jacopo Di Cera trasforma il climate change in visione
Con Manar, l’artista porta alla Biennale una riflessione che è insieme materiale e simbolica: un’opera che cresce, si trasforma e invita a ripensare il nostro rapporto con ciò che resta, con ciò che scartiamo, con ciò che può ancora generare vita.