Al MAXXI L’Aquila oltre 70 opere dell’artista cinese tra terremoti, guerra, memoria e diritti umani: ‘Aftershock’ mette in dialogo il Sichuan del 2008 con la città ferita dal sisma del 2009.

Raccontare le ferite, dipingerle, colorarle: c’è un filo invisibile che unisce Ai Weiwei e L’Aquila ed è da questo presupposto che nasce AI WEIWEI: Aftershock, il grande progetto dedicato a Ai Weiwei al MAXXI L’Aquila, aperto dal 29 aprile al 6 settembre 2026. Il progetto arriva in un luogo che non è neutrale. L’Aquila porta ancora dentro di sé la memoria del sisma del 2009, mentre l’artista ha trasformato in arte e denuncia pubblica il terremoto del Sichuan del 2008. Per questo Aftershock non è una semplice retrospettiva: è l’incontro tra due ferite, due ricostruzioni, due modi di reagire al trauma.

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Forse, tutto parte dal modo in cui Ai Weiwei concepisce il fare artistico. «Ogni volta che si cerca di creare un’opera d’arte si crea una lotta. – rivela – Si deve rispondere alle emozioni che si provano, ma anche agli aspetti storici, ai caratteri estetici e ai valori che si vogliono esprimere. Bisogna tenere conto di tutto questo. La forma deve rispondere a questa esigenza: è l’unica forma possibile ai miei occhi, è nata da una necessità. Devo sempre essere onesto. Se smetto di esserlo, rischio di fallire». Parole che spiegano bene l’intera mostra: nessuna opera nasce come decorazione, ogni lavoro è una presa di posizione.

Il cortile tra guerra e innocenza

Il dialogo con Palazzo Ardinghelli comincia già dalla corte barocca. Un grande velo della serie Camouflage Nets rielabora i pattern militari con apparente leggerezza: tra le trame emergono figure di gatti, vittime innocenti dei conflitti umani. Nello stesso spazio, l’opera luminosa Кому війна, кому мати рідна riprende un proverbio ucraino: per alcuni la guerra è guerra, per altri è una madre benevola. Un modo diretto per parlare di chi soffre e di chi guadagna.

Il curatore Tim Marlow legge così il lavoro dell’artista: «Tutta l’opera di Ai Weiwei ci invita a guardare il mondo in modi diversi, attraverso oggetti e materiali differenti». E in effetti è proprio questo che accade fin dall’ingresso.

Straight, il cuore della mostra

Le prime tre sale del piano nobile ospitano Straight, una delle opere più potenti di Ai Weiwei. Realizzata tra il 2009 e il 2012 con 150 tonnellate di tondini d’acciaio recuperati clandestinamente dalle scuole crollate nel terremoto del Sichuan, ricorda le oltre 90mila vittime del sisma, tra cui migliaia di studenti morti per il collasso di edifici scolastici. Le barre deformate vengono raddrizzate una a una e trasformate in un paesaggio ondulato di metallo. Da maceria a monumento.

«Questi elementi d’acciaio sono stati raccolti a seguito del gravissimo terremoto che ha colpito la Cina nel 2008. – spiega l’artista – Poi sono stati lavorati, perché non si presentavano in questa forma: sono stati raddrizzati. È bellissima l’opportunità di averli esposti in una città come L’Aquila, che ha vissuto un’esperienza simile. Esposti in questa sala possono dialogare con le rovine della città e con il processo della ricostruzione. Si è creato un dialogo tra la città e l’opera. È la miglior location possibile». È difficile dargli torto. Qui l’opera trova una risonanza che altrove avrebbe avuto meno forza.

Il vaso Han distrutto e la sfida al passato

Uno dei momenti più iconici del percorso è dedicato a Dropping a Han Dynasty Urn, il celebre trittico fotografico in cui Ai Weiwei lascia cadere e frantumare un vaso di epoca Han. Nelle immagini il gesto appare semplice e brutale, ma il significato è molto più complesso: non un attacco alla storia, bensì una critica al modo in cui il passato viene spesso venerato senza essere davvero interrogato. I frammenti esposti a terra rendono la scena ancora più fisica, quasi presente.

Qui l’artista tocca uno dei suoi temi centrali: chi decide cosa abbia valore? L’antichità in sé, il mercato, il potere culturale o la libertà di reinterpretare i simboli? È una domanda che attraversa gran parte della mostra e che torna anche nei lavori in cui materiali nobili come marmo e giada vengono trasformati in oggetti quotidiani o provocatori.

Un artista che guarda il mondo, non solo l’arte

Marlow insiste su un punto decisivo: Ai Weiwei non lavora soltanto dentro la storia dell’arte. «Il suo lavoro – ci spiega – nasce sempre da una relazione con il mondo reale, piuttosto che da un semplice riferimento all’arte stessa o alla storia dell’arte. Anche quando gioca con riferimenti storico-artistici, c’è sempre una base di coinvolgimento sociale e politico». È la chiave per leggere le sale successive, dove la tradizione viene continuamente disturbata e rimessa in discussione.

Carta igienica in marmo, manette in giada

Eleganti teche che ricordano boutique di lusso o musei ospitano oggetti impossibili: un rotolo di carta igienica scolpito nel marmo (Marble Toilet Paper), sex toys e manette realizzati in giada, grucce in vetro, legno e acciaio. Marlow racconta che l’artista «vuole mostrare gli oggetti nel modo in cui farebbe un museo convenzionale, ma anche una gioielleria o un marchio del lusso». È una riflessione sul valore: chi decide cosa è prezioso? La materia, la storia o il mercato?

La giada, materiale sacro nella cultura cinese, viene usata per oggetti intimi o coercitivi. Il marmo immortala un bene usa e getta come la carta igienica, che durante la pandemia divenne simbolo del panico collettivo.

New York, prigionia, rifugiati

Nel corridoio compaiono fotografie realizzate tra il 1983 e il 1993 durante gli anni trascorsi a New York: scene spontanee, volti, strade, frammenti di una città che contribuì alla formazione di Ai Weiwei. Poi arrivano i video: Floating sul dramma dei migranti, Laziz sulla tigre dello zoo di Gaza travolta dalla guerra, Dumbass sulla sua detenzione segreta del 2011, trasformata in satira feroce.

Marlow ricorda che Ai Weiwei andò personalmente a Lesbo nel 2015 per osservare la crisi dei rifugiati: «Credo che viaggiare per vedere con i propri occhi ciò che accade sia fondamentale».

Da Munch a Van Gogh, tra simboli e inquietudine

Tra le opere più scenografiche compare anche Small Black Chandelier, un grande lampadario nero decorato con figure inquietanti. Invece di diffondere luce, sembra assorbirla. Ai Weiwei trasforma così un simbolo classico di prestigio e bellezza in un oggetto ambiguo, quasi minaccioso, perfetto per raccontare un presente attraversato da crisi e paure. Nelle sale successive l’artista entra in dialogo con l’arte occidentale: rilegge Munch, combina Van Gogh con immagini contemporanee e attraversa la storia dell’arte per riportarla dentro il presente.

Il percorso si apre poi a un immaginario più simbolico. Creature volanti tratte dalla tradizione cinese prendono forma con la leggerezza degli aquiloni, mentre un vaso Ming quasi perfetto mette in discussione il concetto stesso di autenticità. Non conta solo ciò che è originale, sembra suggerire l’artista, ma il significato che scegliamo di attribuirgli oggi.

Alan Kurdi e il diritto dell’arte di disturbare

Tra i lavori più forti c’è After the Death of Marat, che richiama la fotografia del piccolo Alan Kurdi trovato senza vita su una spiaggia nel 2015. Ai Weiwei usa il proprio corpo, nella stessa posizione del bambino. Un gesto che provocò polemiche. Marlow ricorda la risposta dell’artista: «Se difendete il mio diritto di esprimermi liberamente, allora anche l’arte deve avere il diritto di esprimersi. Potete non amare l’opera, ma non potete negarle il diritto di esistere».

Accanto, Lotus, realizzata con giubbotti di salvataggio recuperati a Lesbo, rende ancora più concreto il peso di quella tragedia.

America, guerra e identità

Una sala affronta il tema militare con Last U.S. Soldier Leaving Afghanistan, ricostruzione in mattoncini giocattolo dell’ultimo soldato americano che lascia Kabul, e con U.S. Flag in Black, bandiera statunitense composta da migliaia di bottoni in bianco e nero. Marlow vi legge una riflessione sulla polarizzazione della cultura americana, sull’identità nazionale e sull’ombra geopolitica dell’Occidente.

Guardare il passato per capire chi siamo

La mostra si chiude lasciando una domanda semplice e scomoda: a cosa serve davvero l’arte? Ai Weiwei risponde così: «Tutto questo è importante perché permette di imparare non nuove tecniche, ma chi si è». In questo senso – e in una città come L’Aquila vale ancor di più – il passato non è mai un archivio: è ancora una presenza viva e, nel migliore dei casi, una lezione. «La vita – dice l’artista – assomiglia a un fiume che scorre, che viene dal passato e guarda verso il futuro. Dobbiamo guardare il passato e rispettarlo per comprendere chi siamo».

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