Dal 27 marzo al 27 settembre il Forte Pietro Leopoldo I accoglie la mostra sulla pittura napoletana del Seicento dalla collezione De Vito, a cura di Nadia Bastogi.
La notizia in breve. Forte dei Marmi ospita Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito, mostra promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli. Per la prima volta in Toscana arriva un ampio nucleo della raccolta di Giuseppe De Vito, dedicata alla pittura napoletana del Seicento.
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Dal prossimo 27 marzo – e fino al 27 settembre – gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I ospitano Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito, mostra promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli. In collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’arte moderna a Napoli. L’esposizione porta per la prima volta in Toscana un nucleo ampio e rappresentativo della raccolta costruita da Giuseppe De Vito, dopo le tappe nei musei Magnin di Digione, Granet di Aix-en-Provence e al Museo Diocesano di Napoli.
A curarla è Nadia Bastogi, storica dell’arte e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, che chiarisce fin dal titolo il senso dell’operazione. «Il titolo della mostra è già di per sé esemplare: La pittura del Seicento a Napoli dopo Caravaggio. La collezione di Giuseppe De Vito. Tengo molto a precisare questo aspetto, perché l’intento non è offrire una visione esaustiva del Seicento napoletano, ma raccontarlo attraverso le scelte di un collezionista».

Non una rassegna enciclopedica, dunque, ma un percorso costruito su 39 dipinti che riflettono una visione critica precisa. «Giuseppe De Vito ha compiuto scelte molto rigorose – spiega Bastogi – non guidate da logiche speculative, ma da un progetto culturale: ricostruire la scena napoletana del Seicento così come lui la interpretava».
In questo senso la mostra diventa anche il ritratto di uno studioso-collezionista che, dagli anni Settanta, ha riportato l’attenzione su artisti allora marginali. «De Vito acquistò opere di pittori poco noti, talvolta quasi sconosciuti, e in alcuni casi fu lui stesso ad avviarne lo studio. Penso ad esempio ad Antonio De Bellis, autore di uno dei dipinti più importanti in mostra. Un grande quadro, complesso anche dal punto di vista dell’allestimento, che rappresenta l’ultima opera acquistata ma uno dei primi artisti da lui studiati».
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La collezione, oggi conservata nella villa di Olmo a Vaglia, presso Firenze, testimonia una linea coerente, con una particolare predilezione per la corrente naturalista e per la qualità assoluta delle opere.
Dopo Caravaggio, Napoli capitale del naturalismo
Il percorso prende avvio dall’eredità di Caravaggio, presente a Napoli in due momenti cruciali, tra il 1606-1607 e il 1609-1610. «Già Roberto Longhi aveva evidenziato come Napoli sia stato il centro in cui l’influenza caravaggesca fu più intensa e duratura», ricorda Bastogi. «Se a Roma il caravaggismo diventa presto una corrente minoritaria, a Napoli rappresenta la matrice fondante per tutta la prima metà del secolo. E oltre». In questo senso, in mostra emergono i primi interpreti del naturalismo, a partire da Battistello Caracciolo, fino al ruolo decisivo dello spagnolo Jusepe de Ribera, giunto in città nel 1616. Il suo naturalismo analitico e potente consolida un linguaggio destinato a segnare un’intera generazione. Compreso il Maestro dell’Annuncio ai pastori, di cui la collezione conserva un nucleo significativo.

La seconda sezione racconta poi la vivacità della Napoli degli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, città tutt’altro che periferica, ma tra le più popolose e strategiche d’Europa. Crocevia di scambi culturali e commerciali. Il naturalismo si arricchisce di suggestioni bolognesi e neo-venete, dell’influsso di Van Dyck e Rubens, e della presenza determinante di Artemisia Gentileschi, giunta a Napoli nel 1629.
Accanto a lei, artisti come Paolo Finoglio, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro e ancora Antonio De Bellis declinano temi sacri e profani. Con una particolare attenzione alle figure femminili – Giuditta, Salomé, le sante martiri – centrali nella devozione e nel collezionismo privato partenopeo.
Una sezione specifica è dedicata alla natura morta, genere che a Napoli assume una fisionomia autonoma, da Luca Forte fino a Giuseppe Recco e Giuseppe Ruoppolo, e che De Vito fu tra i primi a studiare sistematicamente. Quindi, il percorso si chiude con l’approdo al pieno Barocco, segnato dall’arrivo di Mattia Preti nel 1652 e dall’affermazione di Luca Giordano, artista molto amato e studiato dal collezionista.

Un dialogo con il territorio
La scelta di Forte dei Marmi è significativa dato che proprio la Lucchesia conserva importanti testimonianze di pittura seicentesca di matrice caravaggesca. Da Pietro Paolini a Simone del Tintore. E offre, così, l’occasione per un dialogo tra la scena napoletana e quella toscana.
A chiudere la mostra, una sala dedicata alla figura di De Vito – con documenti, fotografie e materiali in gran parte inediti – restituisce il profilo di un collezionista colto e militante. Per tratteggiare una città – Napoli – che nel Seicento fu capitale europea dell’arte.
Immagini da Ufficio Stampa / In copertina: Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, Corteo di Bacco. 1650 ca