Visitando il Museo del Novecento a Milano, mi immergo nel dialogo tra i capolavori di Robert Rauschenberg e l’arte italiana dal Futurismo all’Arte Povera, rileggendo gli anni Sessanta alla luce della Pop Art e delle sperimentazioni transatlantiche.
Entrare in mostra: Milano celebra Rauschenberg
Appena varco le sale del Museo del Novecento, sento di entrare in un racconto che non riguarda solo la storia dell’arte, ma anche il nostro modo di guardare il mondo. Milano e il mondo stanno celebrando il centenario della nascita di Robert Rauschenberg, artista statunitense capace di rivoluzionare la pittura e di superare ogni confine tra linguaggi, e qui al museo le sue opere dialogano con le collezioni permanenti, dal Futurismo all’Arte Povera e oltre.
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La mostra, organizzata dall’Associazione Arte Totale e promossa dal Comune di Milano-Cultura con il supporto di Fiera Milano e Marazzi Group, porta per la prima volta nelle sale del museo otto capolavori di Rauschenberg provenienti da tutta Europa, realizzati tra gli anni Settanta e Ottanta. Mentre cammino tra le stanze, percepisco questo progetto come un grande esperimento di intreccio: tra istituzioni pubbliche e private, tra generazioni di artisti, tra modernità e contemporaneità.
Ripensare gli anni Sessanta: dalla Guggenheim alla Pop Art
Per orientarmi in questo percorso, ripenso idealmente agli anni Sessanta così come sono stati raccontati da una mostra emblematica:
“Gli anni Sessanta nelle Collezioni Guggenheim. Oltre l’Informale, verso la Pop Art”, allestita nel 2013 all’Arca, nell’ex chiesa di San Marco a Vercelli e curata da Luca Massimo Barbero. Quel progetto metteva in dialogo la creatività europea e americana, rivelando un fitto intreccio transoceanico fatto di parallelismi e rimandi, attraverso opere di artisti come Arman, Enrico Baj, Alberto Burri, Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Mario Schifano, Andy Warhol e lo stesso Robert Rauschenberg.
La mostra Guggenheim raccontava quella stagione attraverso tre grandi direttrici: la riduzione pittorica spinta fino al monocromo, i nuovi valori attribuiti all’oggettività e alla struttura, e la nascita di un linguaggio figurativo che attingeva dalle immagini dei media e della pubblicità. Una mappa perfetta per comprendere come, nel 1964, alla Biennale di Venezia, il trionfo della Pop Art americana e il Grand Prix per la pittura assegnato a Rauschenberg abbiano sancito lo spostamento del baricentro artistico da Parigi a New York, segnando per la prima volta l’uscita dell’arte europea dal suo ruolo di dominio culturale.
Con questa consapevolezza in mente, il percorso milanese al Museo del Novecento mi appare come una sorta di controcanto contemporaneo a quella stagione: non una cronaca storica, ma una nuova lettura a distanza di decenni, costruita attraverso accostamenti audaci tra le opere di Rauschenberg e quelle delle collezioni italiane.
Tra combine-painting e materiali di scarto: l’arte come vita
Rauschenberg emerge fin da subito come una figura di transizione cruciale tra arte moderna e contemporanea, un artista che ha attraversato il New Dada, la Pop Art e gli assemblaggi di materiali diversi, combinando objet trouvés, ready-made, immagini mediatiche e performance. Mentre mi soffermo davanti alle sue opere, penso a come abbia dato un colpo definitivo all’Espressionismo Astratto di Jackson Pollock e Willem de Kooning, aprendo lo spazio per un’arte che ingloba il reale senza gerarchie.
Il suo percorso si è fatto sempre più concettuale e performativo anche grazie all’incontro con John Cage e Merce Cunningham al Black Mountain College in Carolina del Nord: da lì la connessione tra vita quotidiana e opera d’arte è diventata il cuore pulsante della sua ricerca. In un’intervista del 1961, Rauschenberg spiegava il desiderio di integrare nella tela qualsiasi oggetto legato alla vita: mentre leggo queste parole nella mente, mi sembra di ritrovarle materializzate in ogni frammento di metallo, tessuto, cartone o oggetto industriale che incontro lungo il percorso.
Ripenso mentalmente a opere fondamentali del suo cammino, come Bed (1955), un vero letto con cuscino, lenzuola e coperta appeso verticalmente come un quadro, o Monogram (1955–1959), con la celebre capra impagliata infilata in un copertone su una superficie pittorica legata ancora all’Espressionismo Astratto. Anche se questi lavori non sono fisicamente qui, la loro eco è forte: mi aiutano a leggere ciò che ho davanti come parte di un’unica, instancabile pratica di assemblare e scomporre la realtà.
Dialoghi inattesi con l’arte italiana
Uno degli aspetti più affascinanti del percorso al Museo del Novecento è proprio la costruzione di dialoghi inaspettati tra le opere dell’artista americano e l’arte italiana del Novecento. In una sala dedicata al Futurismo, tra i capolavori di Giacomo Balla e Umberto Boccioni, la serie Gluts di Rauschenberg – assemblaggi di ferraglie d’auto, elementi di stazioni di servizio e altri materiali artificiali pressati in forma pittorica – trasforma il mito dell’automobile e della velocità in un inno alla modernità che si sovrappone armoniosamente all’immaginario futurista.
In un altro ambiente, mi ritrovo a osservare un dialogo serrato con Alberto Burri: è qui che appare una delle opere della serie Cardboards, degli inizi degli anni Settanta, in cui il cartone non è più semplice supporto ma diventa il materiale stesso dell’opera, mostrato nella sua natura di elemento di scarto. Sapere che Rauschenberg aveva incontrato e stimato Burri rende questo confronto ancora più eloquente: dall’Informale materico all’assemblaggio di rifiuti, il passo sembra breve, ma le traiettorie personali e culturali dei due artisti sono lontanissime.
Ombre, specchi e nuovi realismi
Al piano superiore, nella galleria “Gesti e processi” dedicata agli ultimi decenni del secolo, dagli anni Sessanta ai Novanta, entro in una dimensione fatta di presenze e assenze. Qui la Scultura d’ombra site-specific di Claudio Parmiggiani dialoga con una breve serie di lavori di Rauschenberg del 1991, i Phantom, composti da immagini serigrafate su alluminio specchiato e anodizzato. Le figure appaiono e scompaiono a seconda della luce e dei riflessi: mentre mi muovo nello spazio, ho la sensazione che sia il mio stesso corpo a completare l’opera, raccontando visivamente la sua idea di agire in quell’infraspazio tra arte e vita.
Poco più in là, una sala dedicata al Nouveau Réalisme – con opere di Daniel Spoerri, Arman e Christo – accoglie Spread, un lavoro di Rauschenberg in cui si mescolano immagini trasferite, collage di tessuti e oggetti trovati. In questo contesto, la sua pratica assemblativa risuona in perfetta sintonia con quella teorizzata da Pierre Restany nel 1960, ma conserva una leggerezza tutta sua, sospesa tra ironia e poesia visiva.
Tra il Duomo, la brina dantesca e il Venezuela
Uno dei momenti più emozionanti del percorso è la luminosa sala affacciata su piazza del Duomo. Qui si intrecciano interno ed esterno, museo e città, mentre le opere dialogano tra loro: Rosa Nera bianca di Jannis Kounellis, Festa cinese di Mario Schifano e Summer Glut Fence, tra i lavori più apertamente pop di Rauschenberg. Una rosa metallica fiorita si pone in accordo con quella stilizzata di Kounellis, trasformando il materiale industriale in un fragile simbolo di vita.
Sullo stesso fronte, mi colpisce profondamente Hoarfrost, un lavoro dei primi anni Settanta: un assemblaggio di drappi leggeri di cotone e seta, fluttuanti nello spazio, che tra una piega e l’altra rivelano immagini impresse con una delicatezza quasi impalpabile. Il titolo riprende la “brina” dantesca, un ulteriore indizio del legame tra Rauschenberg e l’Italia, e mentre guardo questi tessuti trasparenti penso a come l’artista riesca a trasformare la memoria visiva in qualcosa di fisico ma insieme evanescente.
Infine, nella sala dedicata alla trasformazione della materia, accanto alle opere di Gilberto Zorio ed Eliseo Mattiacci, incontro Onoto Snare / ROCI VENEZUELA (1985). Quest’opera incarna la curiosità inesauribile di Rauschenberg e il suo bisogno di scambiare idee e progetti con altri artisti, in un orizzonte internazionale che va ben oltre i confini geografici. Mi sembra una sintesi perfetta del suo modo di lavorare: assemblare materiali eterogenei, sovrapporre immagini e segni, creare cortocircuiti visivi che costringono lo sguardo a rinegoziare continuamente i propri riferimenti.
Uscire dalla mostra, rientrare nel presente
Quando esco dal percorso, ho la sensazione di aver attraversato una serie di narrazioni che prima non vedevo: la mostra è il frutto di un meticoloso lavoro curatoriale che riallestisce le sale del Museo del Novecento per far emergere connessioni inattese tra un’opera e l’altra. La contaminazione di generi, tecniche e linguaggi si rivela il vero filo rosso della pratica di Rauschenberg, sempre aperta alla collaborazione con artisti diversi e alla casualità del processo creativo.
Ripenso alle parole di John Cage, amico e compagno di sperimentazioni dell’artista, secondo cui la bellezza si nasconde ovunque abbiamo la pazienza di guardare. Dopo aver attraversato queste sale, tra ferraglie assemblate, cartoni, tessuti sospesi e superfici specchianti, mi porto via proprio questo: la consapevolezza che tocca a noi spettatrici e spettatori riconoscere la bellezza là dove non ci aspetteremmo di trovarla. E che gli anni Sessanta, con il loro dialogo tra Informale, Pop Art e nuovi realismi, continuano a parlarci ancora oggi, riflettendosi nei nostri sguardi come in un grande, instabile combine tra arte e vita.
Foto: Ufficio Stampa
