Ho attraversato le otto sezioni di “Solid Gold” al Brooklyn Museum seguendo le mille vite dell’oro: tra Cleopatra, sneaker alate, moda e antichi rituali.
Quando entro nelle sale del Brooklyn Museum e mi trovo davanti alle prime immagini di Cleopatra di Joseph L. Mankiewicz, capisco subito che Solid Gold non è una semplice mostra sull’oro. Rivedere Richard Burton, nei panni di Marco Antonio, mentre dice a Elizabeth Taylor che la sua collana sembra fatta di monete d’oro di Cesare, è come ricevere un invito esplicito: seguire, stanza dopo stanza, le storie che questo metallo racconta di noi.
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La mostra, allestita in occasione dei 200 anni del museo, è articolata in otto sezioni, da Ancient Gold a Eternal Gold. Camminando, ho la sensazione che ogni nucleo tematico sia una variazione sullo stesso pensiero: l’oro come simbolo mutevole di ricchezza e potere, bellezza e spiritualità, regalità e divino. Un metallo nobile, lucente, ma soprattutto duttile – e questa duttilità diventa metafora della sua «arrendevolezza» nel farsi attraversare dal tempo e dalla storia dell’umanità, dalla fine della preistoria fino a un futuro immaginato.
A ricordarmi che l’oro parla anche alle stelle è il riferimento alle sonde Voyager 1 e 2, lanciate nel 1977 con a bordo un disco placcato oro che custodisce suoni e immagini della Terra, selezionati dalla commissione guidata da Carl Sagan. Un vero e proprio «messaggio in bottiglia» per possibili popoli extraterrestri, che mi fa percepire l’oro non solo come ornamento, ma come archivio di memorie e identità.
Un museo di riflessi: da Crivelli ad Agnes Martin
Il percorso è impressionante anche per quantità e ampiezza: oltre 250 pezzi provenienti dalle collezioni del Brooklyn Museum e quasi altrettanti prestiti internazionali. L’oro attraversa secoli e discipline: dall’arte antica a quella contemporanea, con nomi come Carlo Crivelli, Andrea di Bartolo, Maso Di Banco, Lorenzo Monaco, fino a El Anatsui, Agnes Martin, Marc Quinn, Olga De Amaral, Louise Nevelson, Michelangelo Pistoletto. Ma si insinua anche nella moda, nel cinema e nel design, moltiplicando le superfici su cui risplendere.
Quello che mi conquista è proprio questa pluralità di linguaggi: l’oro compare in una pala antica e poco dopo nella curva di una scultura contemporanea, in una miniatura preziosa e in un capo d’alta moda. È come se la mostra insistesse su un’idea: l’oro non è mai neutro, ogni epoca lo ha usato per raccontare a se stessa chi è e cosa desidera.
Sneaker alate, giacche spaziali e notti dorate allo Studio 54
Tra i primi oggetti che incontro c’è un paio di sneakers Wings 3.0 Solid Gold, disegnate dieci anni fa da Jeremy Scott per un noto marchio. Mi colpiscono per la loro presenza scenica: chiamate «Batman shoes», ma in realtà molto più vicine alla tensione dinamica delle Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, sembrano pronte a staccarsi da terra. Dello stesso stilista vedo anche una giacca di pelle dorata con spalle quasi «alla Star Trek» e un paio di pantaloni della collezione Gold (autunno/inverno 1998/99): addosso ai manichini, questi abiti trasformano il corpo in un oggetto quasi spaziale, proiettato oltre il quotidiano.
Accanto, un completo femminile degli anni ’80 firmato Larry LeGaspi mi riporta invece in una dimensione tutta terrena, fatta di club, sudore e glamour. Una fotografia di Ron Galella fissa Grace Jones nello Studio 54, a Capodanno 1977: la vedo, magnetica, e penso a come l’oro abbia vestito i desideri di trasgressione di un’epoca, diventando pelle seconda per chi voleva brillare oltre ogni standard.
Scarpe d’oro e viaggi verso l’altrove
Le calzature, nella mostra, sono un capitolo a sé. Gli stivaletti a punta, con tacco a spillo e cristalli dorati di Christian Louboutin, dialogano con le scarpe di velluto borgogna di Yves Saint Laurent, impreziosite da una fibbia oro a forma di cuore. Osservandole, mi torna in mente il proverbio che la mostra stessa cita: «Chi viaggia con le scarpe d’oro, può arrivare sino alla fine del mondo». Cammino tra queste scarpe pensando a quanti mondi simbolici si spalancano semplicemente calzandole.
Il viaggio può anche essere verso un altrove definitivo. Un frammento di sarcofago egizio del I secolo, dove i piedi del defunto sono modellati nel gesso a foglia d’oro, mi costringe a rallentare. Qui l’oro non è più solo status, ma promessa di passaggio, protezione per l’anima in transito.
L’Antico Egitto, del resto, è un filo che riemerge spesso lungo il percorso: fra le opere mi soffermo sulle stampe all’albumina tardo ottocentesche di Antonio Beato, che restituiscono un Egitto già oggetto di sguardo, desiderio e immaginario. Scopro che proprio a Cleopatra, ultima sovrana d’Egitto, il Brooklyn Museum aveva dedicato tra il 1988 e il 1989 la mostra Cleopatra’s Egypt: Age of the Ptolemies, con un party inaugurale in cui venne servita persino una torta a forma di piramide, ricoperta con foglia d’oro commestibile. Un dettaglio che mi fa sorridere: anche il cibo, qui, si fa spettacolo dorato.
Dall’oro degli Incas ai sari del Rajasthan
Proseguendo, mi ritrovo davanti a un vero atlante globale dell’oro. C’è l’oro degli Incas, quello che incornicia i mobili neoclassici, e quello zecchino che, combinato con lo smalto blu cobalto, decora un raffinato servizio da caffè e cioccolato del XVIII secolo in porcellana di Meissen. In un’altra teca, una pagina miniata dal calligrafo Mahmud ibn Ishaq al-Shihabi brilla di riflessi minuti, mentre i fili d’oro che ricamano una pianeta proveniente dalla Nuova Spagna traducono la devozione religiosa in splendore materiale.
Resto a lungo davanti al colletto di una sposa cinese dei primi del Novecento: immagino il peso fisico e simbolico di quell’oro sulle spalle, la promessa di prosperità, le aspettative di una comunità intera cucite, letteralmente, addosso a un singolo corpo. Poco più in là, un kimono del teatro Nō e un sari del Rajasthan degli anni Venti continuano la stessa conversazione: ogni cultura ha trovato un modo proprio di intrecciare oro, tessuto e racconto.
Non è tutto oro che luccica? Forse sì
Nel percorso incontro anche i grandi orecchini delle donne Fulani dell’Africa Occidentale. Qui il proverbio «non è tutto oro quello che luccica» sembra quasi rovesciarsi: la mostra ricorda che questa formula di prudenza non sempre regge, perché l’oro, in certe culture, è da sempre misura visibile di status, bellezza, appartenenza.
Il culmine di questa ambivalenza tra fascino e potere lo ritrovo nella figura della cantante franco-maliana Aya Nakamura. La mostra rievoca la sua apparizione alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Parigi del 26 luglio 2024: indossava Égalité, l’abito corto in stile gladiatore disegnato da Maria Grazia Chiuri per Dior, in tulle metallico ricamato a mano con piume di gallo d’oro. Mentre ne leggo la descrizione, penso a quanto l’oro continui a essere terreno di conflitto e desiderio, tra appropriazione culturale, orgoglio identitario e industria della moda.
Uscire dalla mostra, vedere l’oro ovunque
Quando esco da Solid Gold, ho la sensazione che l’oro abbia smesso di essere un colore per diventare un linguaggio. Penso alle otto sezioni, alle epoche e ai continenti che si sono susseguiti davanti ai miei occhi: dall’Antico Egitto ai club newyorkesi, dai sarcofagi al prêt-à-porter, dai dischi lanciati nello spazio alle stampe fotografiche ottocentesche.
La mostra dimostra con chiarezza che, per millenni, l’oro è stato un potente mezzo di comunicazione e di autoespressione. Uscendo sulle scale del Brooklyn Museum, mi accorgo che ogni piccolo riflesso – una cerniera, un bottone, un accessorio – porta con sé, in miniatura, qualcosa di quelle storie. Dopo questo viaggio, è difficile guardare l’oro come un semplice luccichio: è un racconto continuo tra chi guarda e chi sceglie di brillare.
Foto: Ufficio Stampa
