FOROF – Fondazione Alda Fendi, Roma
Quando il contemporaneo scende sotto il livello della città
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FOROF non è un luogo che si incontra per caso. Ci si arriva con una certa intenzione, e una volta entrati si ha subito la sensazione di aver cambiato piano, non solo fisicamente ma mentalmente. Siamo nel cuore di Roma, a due passi dal Foro di Traiano, eppure qui la città sembra fermarsi. O meglio: stratificarsi. FOROF è uno di quei rari spazi in cui l’arte contemporanea non si appoggia all’archeologia, ma ci scende dentro.
La Fondazione Alda Fendi nasce attorno a un’idea precisa e radicale: usare il patrimonio archeologico come spazio vivo, non come reliquia. Gli ambienti ipogei che ospitano FOROF non sono una cornice suggestiva, ma il centro dell’esperienza. Resti antichi, murature, stratificazioni romane convivono con installazioni contemporanee pensate per quel luogo e per nessun altro. Qui il contemporaneo non arriva per “dialogare” in modo gentile: arriva per misurarsi con il tempo profondo.
Entrare a FOROF significa letteralmente scendere sotto il livello della città. Il rumore di Roma resta sopra, filtrato. Quello che resta è uno spazio scuro, denso, carico di memoria. È in questo contesto che si inseriscono i progetti artistici, spesso immersivi, sensoriali, a volte quasi teatrali. Non mostre tradizionali, ma esperienze che coinvolgono suono, luce, movimento, corpo.
Negli ultimi anni FOROF ha ospitato artisti internazionali chiamati a confrontarsi con questo spazio estremo. Le opere non vengono adattate: vengono pensate a partire dal luogo. È una differenza fondamentale. Qui non esiste neutralità. Ogni intervento deve accettare la presenza ingombrante dell’archeologia, la sua autorità silenziosa. E proprio per questo il risultato è spesso potente, perturbante, a tratti destabilizzante.
Durante la visita si ha la sensazione che il tempo non scorra in modo lineare. L’antico non è “prima” e il contemporaneo non è “dopo”. Tutto convive nello stesso momento. Le opere contemporanee non spiegano le rovine, né le commentano. Le attraversano, le rendono di nuovo sensibili. È un’esperienza che non funziona se affrontata in modo distratto. FOROF chiede presenza, ascolto, disponibilità a farsi coinvolgere.
Uno degli aspetti più interessanti della Fondazione Alda Fendi è il suo rifiuto dell’intrattenimento. Qui il contemporaneo non cerca consenso immediato, né semplifica il linguaggio. Le installazioni possono risultare complesse, a volte enigmatiche. Ma è una complessità che nasce dal luogo stesso. FOROF non potrebbe essere facile, perché il suo spazio non lo è.
Il rapporto con la città è paradossale. FOROF si trova nel centro più iconico di Roma, ma ne è anche una sorta di controcampo. Non lavora sull’immagine esterna, non si affaccia. Si sviluppa in profondità. È un gesto culturale forte, quasi politico: scegliere di guardare sotto, invece che sopra.
Il momento ideale per visitarlo è quando si ha voglia di un’esperienza che non rassicura. FOROF non è una tappa da checklist, non è un luogo da fotografare velocemente. È uno spazio da attraversare con lentezza, lasciando che il corpo reagisca prima ancora dello sguardo.
Nel panorama romano, FOROF occupa una posizione unica. Non è un museo, non è un sito archeologico, non è una fondazione nel senso tradizionale. È un dispositivo culturale che mette in crisi le categorie. E proprio per questo rappresenta uno degli esempi più radicali di integrazione tra patrimonio storico e arte contemporanea.
Uscendo, risalendo verso la luce e il rumore della città, resta una sensazione precisa: il contemporaneo, quando ha il coraggio di scendere in profondità, può fare qualcosa di raro. Non aggiungere immagini, ma riattivare il tempo. FOROF, in questo senso, non mostra soltanto arte. Costringe a cambiare livello di sguardo.
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