Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna
Dove Venezia incontra la modernità, senza chiedere permesso
Entrare a Ca’ Pesaro significa spostare lo sguardo. Non tanto nello spazio, quanto nell’idea stessa di Venezia. Qui non si viene per cercare conferme della città immobile, elegante, rassicurante. Si viene per capire come Venezia abbia attraversato la modernità, spesso in silenzio, a volte in aperta frizione con la propria immagine iconica. Il palazzo affacciato sul Canal Grande, progettato da Baldassarre Longhena, è solido, monumentale, quasi austero. Ma dietro questa facciata classica si apre uno dei luoghi più importanti per comprendere l’arte tra Otto e Novecento in Italia.
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Ca’ Pesaro nasce da un gesto visionario. All’inizio del Novecento, la duchessa Felicita Bevilacqua La Masa decide di destinare il palazzo alla promozione dell’arte giovane e sperimentale. È una scelta radicale per l’epoca, che rompe con l’idea di museo come spazio celebrativo del passato. Qui trovano spazio artisti ancora in formazione, linguaggi non ancora riconosciuti, ricerche destinate a cambiare il corso della storia dell’arte italiana. Umberto Boccioni, Felice Casorati, Arturo Martini sono solo alcuni dei nomi che passano da Ca’ Pesaro prima di essere consacrati.
Questa vocazione originaria è ancora percepibile oggi. La Galleria Internazionale d’Arte Moderna custodisce una collezione ampia e stratificata, che attraversa simbolismo, avanguardie storiche, metafisica, realismo, astrazione. Il percorso non è mai soffocante né eccessivamente didascalico. Le sale sono ariose, permettono di muoversi con libertà, di costruire connessioni personali tra opere e artisti.
Uno dei fulcri emotivi della visita è senza dubbio la Giuditta II di Gustav Klimt. Un’opera magnetica, perturbante, che da sola basterebbe a giustificare l’ingresso. Ma il valore di Ca’ Pesaro sta proprio nel non fermarsi al capolavoro iconico. Accanto a Klimt, il dialogo tra artisti internazionali come Chagall, Kandinskij e Klee e i grandi maestri italiani – de Chirico, Morandi, Sironi, Rosai – costruisce una narrazione complessa, non lineare, profondamente europea.
La forza del museo è questa: non impone una lettura univoca. Le opere non vengono incasellate in un percorso rigido, ma lasciate libere di parlarsi. Il visitatore non è guidato passo dopo passo, ma accompagnato. È una differenza sottile, ma decisiva. Ca’ Pesaro non semplifica la modernità, non la rende innocua. La espone per quello che è: frammentata, contraddittoria, spesso inquieta.
Un elemento che rende l’esperienza particolarmente significativa è il continuo dialogo con l’esterno. Dalle finestre sul Canal Grande lo sguardo passa dall’acqua, alle barche, alla Venezia più iconica, per poi tornare su opere che raccontano rotture, tensioni, cambiamenti. Questo contrasto è uno dei grandi punti di forza del museo: la modernità non viene isolata, ma messa in relazione diretta con la città.
Le mostre temporanee seguono la stessa linea curatoriale: approfondite, coerenti, mai gridate. Ca’ Pesaro non rincorre le mode, ma costruisce discorsi critici, spesso capaci di rileggere il Novecento con uno sguardo contemporaneo.
Visitare Ca’ Pesaro oggi significa scoprire una Venezia meno prevedibile, più complessa, decisamente più viva. È un museo che non chiede consenso immediato, ma attenzione. E proprio per questo riesce a restituire tutta la forza di una modernità che, a Venezia, non è mai stata un corpo estraneo.
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