Fondatore di Time Records, Giacomo Maiolini pubblica l’autobiografia “Mai avuto tempo” e racconta il suo rapporto con arte, collezionismo e creatività.
Eclettismo. È questa una delle cifre che caratterizza vita e scelte di Giacomo Maiolini, che si racconta nell’autobiografia Mai avuto tempo (SEM/Feltrinelli), disponibile in tutte le librerie e store digitali. Sfogliando le pagine si attraversano quarant’anni di trasformazioni personali e collettive, a partire dal mondo della musica internazionale, dalle discoteche italiane alla globalizzazione del suono elettronico, dai vinili al dominio degli algoritmi.
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Fondatore e anima di Time Records, Maiolini – in queste settimane impegnato anche nella giuria di Canzonissima – ha costruito una delle realtà discografiche più riconoscibili del panorama globale. Con oltre 120 milioni di dischi venduti, 7 miliardi di stream e più di 400 certificazioni internazionali tra diamante, platino e oro, è il discografico italiano che ha venduto di più nel mondo. Ed è l’unico ad avere raggiunto quattro volte il vertice della classifica britannica, contribuendo in modo decisivo alla diffusione internazionale dell’Eurobeat e della dance europea.
Un percorso che ora trova una propria forma narrativa che ricostruisce una carriera indagandone la genesi. Fatta dell’urgenza di anticipare, la tensione continua verso il risultato, il rapporto quasi competitivo con il tempo. “Un’ossessione”, la definisce a chiare lettere il discografico che tra le sue passioni ha anche quella per l’arte.

Maiolini è, infatti, un raffinato ed eterogeneo collezionista la cui abitazione raccoglie opere scovate in giro per il mondo. Ambienti nei quali il pubblico ha potuto sbirciare in un episodio di MTV Cribs Italia. Una curiosità? La sua villa in Franciacorta è ricavata da un ex convento cinquecentesco e si presenta come una vera e propria estensione del suo immaginario con pezzi di arte orientale, arredi contemporanei, lavori di design iconici e grandi sculture (vedasi alla voce Laocoonte).
Più che una collezione ordinata secondo gerarchie di mercato, è un sistema intuitivo di relazioni visive. Un modo di abitare l’arte che somiglia, in fondo, al modo in cui Maiolini ha sempre abitato la musica: non seguendo etichette, ma riconoscendo energia. Anzi, emozioni. Il resto ce lo facciamo raccontare dallo stesso Giacomo.
L’intervista a Giacomo Maiolini
Partiamo dalle origini, da Brescia: quanto la città ha influenzato la sua carriera?
«Io sono affezionato a Brescia, ma Brescia non ha fatto nulla per me. Ci sono nato e ho sempre voluto restarci. Quando incontro gente del settore, tutti pensano che una casa discografica debba stare per forza a Milano. Una volta era così: con cd, cassette e distribuzione fisica Milano era centrale. Oggi con le nuove tecnologie non è più necessario, ma io comunque per scelta sono rimasto a Brescia. Anche perché a me piace vivere in campagna: le città non mi piacciono molto».
È curioso che un professionista della discografia, che necessariamente ha a che fare con il tempo in senso musicale, intitoli la sua autobiografia Mai avuto tempo. In che senso questa frase riassume la sua vita?
«Mai avuto tempo perché io ho sempre avuto un rapporto particolare con il tempo. Tutto parte da un episodio preciso: una mattina non ho sentito la sveglia, dovevo andare a un colloquio in banca e non ci sono andato. E lì è cambiata la mia vita, è stata una specie di sliding door. Poi, sempre legato al tempo, ricordo un pomeriggio in un bar: vidi appeso un orologio e mi fermai a pensare. Negli anni il mio rapporto col tempo è sempre stato un rapporto di concorrenza: ho sempre cercato di anticiparlo.


Non avevo ancora finito di raggiungere un obiettivo che già pensavo al successivo. E quando arrivavo al risultato, per me era già superato, passato. Dovevo continuamente trovare altro. Il problema è che quando non trovi subito un nuovo obiettivo, lì rischi di cadere. E allora devi essere forte, rialzarti e porti un altro traguardo. Per me, almeno, è sempre stato così».
Si potrebbe parlare quasi di ossessione…
«Bravissima: ossessione. Ossessione nei confronti delle cose che faccio. Quando voglio fare qualcosa, sono preso dall’ossessione di raggiungere il risultato».
E poi ne è soddisfatto oppure questo cercare sempre oltre diventa un inseguimento continuo?
«È un inseguimento. Chi mi conosce sa che non sono mai contento. Sempre alla ricerca di qualcos’altro. Per certi aspetti è bello, soprattutto nel campo artistico: ho avuto colleghi che a un certo punto sono spariti dalla circolazione. Avere sempre qualcosa davanti da raggiungere mi ha fatto ottenere risultati importanti. Certo, poi ha anche aspetti meno belli…»
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C’è stato un momento in cui ha capito di aver corso troppo e, quindi, che fosse necessario frenare?
«La prima volta che mi è successo avevo il disco numero uno nel mondo: erano gli O-Zone. Una mattina mi sono alzato e ho visto il buio, letteralmente il buio davanti a me. Probabilmente perché in quel momento non avevo ancora chiaro cosa avrei voluto fare dopo mentre, come dicevo, sono sempre stato uno che, ancora prima di raggiungere una cosa, pensa già alla successiva. Quella volta invece no.

Mi sono fermato. Non avevo più voglia di fare niente, non mi piaceva più neanche la musica. Sono stato così per un paio di mesi e poi sono ripartito. Ma attribuisco tutto al fatto che, pur avendo il disco numero uno nel mondo, non avevo ancora focalizzato il passo successivo».
Recentemente ha ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella: che momento è stato?
«Quando mi è arrivata la comunicazione ne avevo sentito parlare, ma sinceramente non me l’aspettavo. Chiaramente è una grande soddisfazione».
Giacomo Maiolini e il rapporto con l’arte
Lei è anche un grande collezionista d’arte: intanto dove trova il tempo per dedicarsi a questo interesse e che cosa la colpisce di un’opera?
«Quando mi sono separato da mia moglie ho comprato una casa e l’ho fatta completamente a mio piacimento. A parte gli aspetti strutturali, l’ho pensata interamente io. E nel farlo mi sono immerso nella ricerca di opere che potessero piacermi. Chi ha visto casa mia dice che è una casa molto eclettica, perché metto insieme arte orientale, pezzi che arrivano dall’Indonesia o dall’Asia in generale, con design contemporaneo.
Per esempio, ho un divano di EDRA e una seduta di Cappellini. Se uno li descrive separatamente sembrano non avere nulla in comune, invece li ho messi in armonia. Io non seguo i nomi: né nella musica né nell’arte. Non è che un artista debba piacermi perché ha un nome. Un’opera mi deve trasmettere un’emozione».
C’è stato un artista che, come un talent scout, ha scoperto prima degli altri?
«Mi è capitato con Fabio Viale. Una mattina alle cinque sono partito da Brescia e sono andato a Torino perché avevo visto queste sue opere in marmo tatuato. Quando ci siamo incontrati lui mi disse: “Io non ne vendevo neanche una, e mi chiedevo cosa ci facesse questo pazzo di Brescia qui da me a comprare opere che nessuno voleva”. Siamo diventati grandi amici».
E un’opera a cui è particolarmente affezionato?
«Sempre di Fabio Viale, perché ha una storia particolare. Avevo già preso alcune sue opere, poi un giorno a un evento di BOSS mi dice: “Ho appena realizzato un’opera magnifica, il Laocoonte tutto tatuato. È in mostra in Germania, ma ho pensato a te”. In quel momento non avevo lo spazio giusto in casa, perché per inserirla avrei dovuto quasi distruggere una parte dell’ambiente. Dopo un anno lo rincontro e gli chiedo: “Quella famosa opera ce l’hai ancora?” e di dice di sì. Così ho costruito una parte della casa attorno a quell’opera».
Che cosa pensa invece dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella musica e nell’arte in generale? A livello creativo è un booster oppure rischia di appiattire tutto?
«Bisogna distinguere. Se uno pensa di usare completamente l’AI per fare produzioni discografiche, allora sì, il rischio di appiattimento c’è. Perché anche se parliamo di intelligenza artificiale, deve esserci sempre qualcuno che ha la testa per inserire i dati. Noi la usiamo, ma in modo molto preciso: gli artisti la usano per fare demo.
Lavorando a livello internazionale, spesso dobbiamo andare a cercare cantanti in giro per il mondo. Quindi facciamo una demo con l’AI e poi, in base alla melodia o al tipo di interpretazione, andiamo dai vari manager a cercare la voce giusta. La usiamo esclusivamente così, non per fare completamente le produzioni. È un aiuto, ma da sola non è creativa».
Quindi uno strumento, ma non un sostituto della creatività umana.
«Esatto. È un po’ quello che è successo con la tecnologia quando ho iniziato io. All’inizio, per fare produzioni, bisognava andare in studi super attrezzati. Poi con l’arrivo dei computer tutti hanno pensato che bastasse avere un computer per fare un disco. In realtà puoi anche farlo, se sei bravo, ma non basta. Questo ha portato a un appiattimento perché tutti pensano di poter fare i produttori. E si sente.
A me arrivano trenta o quaranta demo al giorno, senza contare quelle che ricevono i miei collaboratori. Ma sono tutte uguali, fatte con lo stampino. Usano sempre gli stessi suoni preselezionati. E no, questa non è creatività».
Immagini da Ufficio Stampa / Credits copertina Mattia Zoppellaro
Giacomo Maiolini, Mai avuto tempo, SEM – Collana SEM Classic, pp. 176