‘PERFORMING PAC’ torna a Milano con una mostra che mette in dialogo Kurt Schwitters e sette artisti contemporanei. L’intervista alla curatrice Silvia Bignami tra ricostruzione e impegno politico.
C’è un anniversario che attraversa silenziosamente la nuova edizione di PERFORMING PAC. Quest’anno, infatti, l’allestimento non rinnova semplicemente uno dei format più originali del Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, ma diventa occasione per commemorare i trent’anni dalla riapertura del museo, ricostruito nel 1996 dopo l’attentato mafioso di via Palestro del 1993.
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Da questa ricorrenza prende forma These fragments I have shored against my ruins, visitabile fino al 13 settembre, un progetto che torna a interrogare la storia del PAC attraverso la sua stessa memoria. Come avviene fin dalla nascita del format nel 2018, una mostra storica viene “riattivata” attraverso lo sguardo degli artisti contemporanei.
E questa volta il punto di partenza è la grande esposizione dedicata nel 2001 a Kurt Schwitters, figura centrale delle avanguardie europee e autore della poetica Merz, fondata sul recupero di materiali di scarto, collage, assemblaggi e stratificazioni. Il titolo stesso, tratto dal verso conclusivo di The Waste Land di T. S. Eliot richiama il tentativo di opporre i frammenti della cultura alle rovine della storia, in una riflessione che trova un naturale punto di contatto con il percorso del PAC e con la Project Room dedicata a Ignazio Gardella, autore del progetto di ricostruzione dell’edificio.
Accanto a quattro opere originali di Schwitters, fotografie d’archivio, documenti e materiali della storica mostra del 2001, il percorso coinvolge sette artisti contemporanei. Si tratta di Jacopo Benassi, John Bock, Gabriella Ciancimino, Roberto Cuoghi, Thomas Hirschhorn, Lucia Marcucci e Mika Rottenberg.
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Ne nasce un’esposizione che utilizza l’archivio come materiale vivo, capace di produrre nuove letture sul presente, tra ricerca artistica, riflessione politica e memoria collettiva. A spiegare il senso del progetto è una delle curatrici Silvia Bignami. «Performing PAC è un format che si tiene al PAC dal 2018 e parte proprio dall’idea di una rimessa in scena di una mostra storica che si è tenuta al PAC, riattivata attraverso l’invito ad artisti contemporanei. Quest’anno il flashback parte da Kurt Schwitters e dalla mostra che si è tenuta nel 2001, curata dalla direttrice dello Sprengel Museum di Hannover, dove Schwitters, artista tedesco nato nel 1887, è stato protagonista».
La mostra del 2001 diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia sul concetto stesso di ricostruzione. «L’idea era quella di ripercorrere la sua avventura con Merz, la parola chiave con cui Schwitters, nel 1919, definisce i suoi collage.

Il suo lavoro ebbe inizio nel 1919, all’indomani della Prima guerra mondiale, con la volontà di ricostruire partendo dal quotidiano, dai rifiuti… ricostruire a partire dalle macerie. Quindi permane questa idea di rinnovare il concetto di ricostruzione partendo dalle rovine e dai materiali quotidiani. Ma porta con sé anche una riflessione fortemente politica».
L’impegno politico e sociale delle opere
Tra le artiste che meglio incarnano questa riflessione c’è Lucia Marcucci, pioniera della Poesia Visiva italiana, cui il PAC dedica l’apertura del percorso espositivo. Bignami sottolinea come il suo lavoro dimostri l’attualità del collage quale strumento di critica sociale. «Nata a Firenze nel 1933, e ancora attiva, l’artista è stata recentemente oggetto di una grande riscoperta. I suoi lavori, che iniziano tra il 1963 e il 1965, sono attualissimi perché disvelano il linguaggio della comunicazione di massa, cercando di raccontare gli stereotipi e la retorica di questi messaggi.

© Lucia Marcucci, by SIAE Foto Claudia Cataldi

©Thomas Hirschhorn, by SIAE Foto Grafiluce
Lucia Marcucci dice proprio di voler svelare al pubblico attento questo “perfido artificio”, per rimandare al mittente un linguaggio, in fondo, falso. I suoi collage sono realizzati perlopiù con ritagli di giornale e immagini, lavorando sull’intersezione tra immagine e parola scritta. E l’idea è quella di raccontare gli stereotipi e la mercificazione del corpo femminile. In questo senso, quindi, è un lavoro ancora estremamente attuale.
Oggi Marcucci è stata riletta in una chiave protofemminista e il suo lavoro racconta anche la situazione politica. Da una parte monta ritagli di quotidiani, ma anche di rotocalchi femminili, come Intimità o Gioia, dall’altra interviene con il fumetto. Un lavoro nel complesso molto interessante perché costituisce uno spaccato di un’epoca. Cercando di riconoscere i diversi personaggi si capisce meglio anche la sua denuncia del potere politico maschile e della difficoltà delle donne di inserirsi all’interno di un sistema. È interessante, quindi, cogliere tutti questi significati nascosti: l’artista, attraverso i suoi collage e le sue immagini, porta avanti una vera e propria rivendicazione dei diritti delle donne».

PERFORMING PAC. These fragments I have shored against my ruins
A cura di Silvia Bignami, Iolanda Ratti e Diego Sileo
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
Dal3 luglio al 13 settembre 2026
Orari: da martedì a domenica 10 -19:30 / giovedì 10 – 22:30 / Chiuso lunedì (27 luglio ore 10 – 22:30 / 15 agosto ore 10 -19:30)
Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati / In copertina: Installation view della mostra PERFORMING PAC. These fragments I have shored against my ruins, PAC Milano, 2026. Foto Nico Covre, Arsenalia
