Lo storico ingresso degli affreschi della Tomba François nel patrimonio dello Stato Italiano, celebrato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, non è solo un traguardo archeologico di portata mondiale. È anche il frutto di una virtuosa sinergia culturale, che vede in prima linea la Fondazione Bvlgari,che ha sostenuto la valorizzazione degli spazi espositivi per l’esposizione. A margine dell’inaugurazione, il Presidente della Fondazione, Jean-Christophe Babin, ha rilasciato un’intervista in cui spiega le ragioni di questo impegno e traccia la rotta per il futuro del mecenatismo in Italia.
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Un legame viscerale con la storia
«Da decenni la famiglia Bvlgari, e più recentemente sotto il gruppo LVMH, ha intensificato gli interventi di mecenatismo in ambito artistico», esordisce Babin, ricordando come l’impegno del marchio spazi dai periodi più antichi — come i lavori a Largo Argentina — fino al futuro rappresentato dal MAXXI. La scelta di supportare il progetto della Tomba François (IV secolo a.C.) nasce dal desiderio di accendere i riflettori su una civiltà straordinaria: «La civiltà etrusca non è abbastanza conosciuta, secondo me. Eppure è una vera e propria matrice della romanità, necessaria per capire a fondo l’arte e la religione romane. Questa struttura si può considerare come la tomba di Tutankhamon per l’Egitto: era eccezionalmente piena di reperti, un fatto rarissimo se pensiamo che parliamo di 2400 anni fa. Lo Stato Italiano è stato formidabile nel finalizzarne l’acquisto; un gesto generoso al cuore della nostra cultura».

L’archeologia come musa per la gioielleria
I pannelli espositivi della mostra mostrano una collezione straordinaria di gioielli antichi appartenuti alla famiglia Saties, un patrimonio che per Bvlgari rappresenta da sempre la linfa vitale del proprio design. «La differenza tra Bvlgari e gli altri gioiellieri è proprio un’eredità storica unica al mondo, che affonda le radici in 2700 anni di arte», spiega il Presidente. «Le nostre creazioni traggono costante ispirazione da questo passato: la linea B.zero1 è nata dal Colosseo, Divas’ Dream dai mosaici delle Terme di Caracalla, la collezione Serpenti dai bracciali di Cleopatra. Persino la nostra linea Cabochon, rilanciata pochi anni fa, si ispira ai gioielli dell’epoca di Augusto. All’epoca, i gioiellieri romani non sapevano tagliare le pietre come facciamo oggi, ma sapevano renderle lisce. Quello che oggi per noi è un tratto creativo, all’inizio era un limite tecnologico di cui abbiamo fatto tesoro».
Il modello pubblico-privato: «I soli soldi pubblici non bastano»
Babin si sposta poi su una riflessione più ampia e strutturale che riguarda la gestione dei beni culturali in Italia, un Paese dalle dimensioni medie ma con una concentrazione di meraviglie senza eguali. «In un Paese così denso di arte, è estremamente difficile far risaltare e proteggere questa ricchezza patrimoniale contando solo sui soldi pubblici. O si fa così, o si decide di abbandonare la metà dei siti per concentrarsi su pochi».

Per il Presidente di Fondazione Bvlgari, l’alleanza tra istituzioni e grandi marchi privati non è più un’opzione, ma un dovere: «In Italia questo legame è più importante che in qualsiasi altro Paese al mondo, perché la densità dell’arte che ci circonda è senza limiti. Se non c’è una partecipazione forte delle aziende che hanno la salute finanziaria per farlo, il sistema non regge. Il privato deve sentire l’ossessione di diffondere la cultura e scegliere di non distribuire tutti i dividendi agli azionisti, ma di restituirne una parte alla comunità. Questa partecipazione alla gloria dell’Italia è assolutamente necessaria e imprescindibile». Un impegno che la maison dimostra quotidianamente sul campo: «A Roma stiamo lavorando al restauro e all’apertura al pubblico del Mausoleo di Augusto. Ogni settimana, mentre tracciamo il percorso pubblico, scopriamo nuove opere d’arte. Questa è Roma, e se ci basassimo solo sulle finanze pubbliche, tutto questo semplicemente non sarebbe sostenibile».
