Fino al 13 settembre Palazzo Reale ospita ‘The Breach. Il muro rompe il silenzio’, mostra site-specific di Paolo Troilo che usa le pareti per invadere nel presente.

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Quante volte, entrando in una stanza, abbiamo pensato se queste pareti potessero parlare… Una suggestione che si fa strada soprattutto quando si tratta di palazzi storici e ci fa pensare a vite, decisioni, conflitti, segreti e trasformazioni che hanno attraversato i secoli. È proprio da qui che nasce The Breach. Il muro rompe il silenzio, progetto espositivo di Paolo Troilo, ospitato negli spazi dell’Appartamento dei Principi di Palazzo Reale di Milano fino al 13 settembre 2026.

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L’artista milanese, noto a livello internazionale per la sua tecnica di finger painting, costruisce un percorso site-specific che trasforma le sale storiche del palazzo in una sequenza di varchi simbolici. Così, addentratosi negli  ambienti le opere proiettano la storia nel presente e viceversa in un dialogo diretto con la storia dell’edificio. Perché le opere non si limitano a occupare gli spazi, diventano spazio emergendo direttamente dalle pareti, come se i muri decidessero finalmente di raccontare ciò che hanno osservato nel corso dei secoli.

LA MANICA STRAPPATA, 2026. Acrilico su tessuto Rubelli “Second Firing” Steso con le dita

Il titolo, The Breach (La breccia), diventa così la chiave interpretativa dell’intero progetto che porta ai giorni nostri Leonardo da Vinci, i Visconti, Napoleone Bonaparte, Margherita di Savoia e Maria José del Belgio. Ce ne parla l’artista.

Intervista a Paolo Troilo

Come ha iniziato a pensare a questa mostra?
«L’idea della mostra parte, come tutte le cose speciali, da un caso. Sono riuscito ad avere un’udienza a Palazzo Reale per presentare un progetto e, quasi, sembrava fosse Palazzo Reale stesso a chiamare me per esporre qui dentro. Ho sentito, infatti, che questo luogo poteva essere perfetto per la mia opera, che consisteva in una serie di lavori su tessuto. Come dicevo, sono riuscito a parlare con il direttore Domenico Piraina e i miei lavori gli sono piaciuti.

Guarda caso, scopriamo che il tessuto che avevo utilizzato, realizzato dai tessutai veneziani Rubelli, era lo stesso utilizzato nelle sale degli appartamenti. Da lì, come quando davvero i mecenati parlavano con gli artisti, ci è venuta l’idea di interpretare una zona di Palazzo Reale che ha un forte valore artistico e soprattutto una forte presenza del tessuto.

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Grazie al cielo abbiamo avuto anche il tempo di elaborare questa intuizione. È nata così la voglia di rompere queste tappezzerie, di aprire delle brecce e parlare di temi, di accadimenti, di personaggi che si sono succeduti nel tempo a Palazzo Reale. Ma attraverso una visione che rompe il tempo, che lo piega e fa diventare il passato presente, con uno sguardo anche a ciò che potrebbe succedere in futuro. Quasi una sorta di porta interdimensionale: vedere cosa è successo dietro questi muri, o cosa questi muri hanno visto, e raccontarlo in maniera contemporanea».

Sono diversi i personaggi che hanno conosciuto queste stanze e, appunto, diventano metafore di ciò che succede oggi. C’è un aspetto provocatorio?
«Non, in realtà non c’è una provocazione. Credo che oggi ci sia una ricerca continua del picco in ogni cosa che si fa. Però poi tutti questi picchi, messi insieme, finiscono per livellarsi e diventare un nuovo livello sul quale bisogna trovare un altro picco. E così, di picco in picco, alla fine non si trova più niente. Io continuo a voler fare soltanto domande e a portare davanti alle persone un livello di riflessione sul quale fermarsi, senza cercare folgorazioni.

Non sono nessuno per dare suggerimenti e non voglio nemmeno esserlo. Voglio essere qualcuno che pone delle domande. Poi il bello è fermarsi, leggere quella che è la mia idea e provare a elaborarla con la propria mente. Le opere sono legate ad avvenimenti che stanno accadendo, ma soltanto perché la storia, a volte, è tristemente ciclica».

Le stanze sono diverse anche cromaticamente. Come si innestano i colori rispetto ai pattern di ciascuna di esse?
«Nel momento in cui abbiamo visto questo appartamento meraviglioso, con tanti tessuti di colori differenti, ci siamo chiesti come creare un dialogo tra i materiali contemporanei e quelli antichi. Mentre le stoffe di Palazzo Reale hanno questi disegni naturali e molto simmetrici, ci siamo detti: “Se questa stoffa si dovesse dissolvere, si dovesse rompere, cosa diventerebbe?”.

Lì è stato molto divertente, insieme a mia moglie Veronica, andare a scegliere con Rubelli i tessuti contemporanei che rompono la regolarità del tessuto antico e creano un dialogo che permette anche questo viaggio nel tempo dei materiali».

C’è un’opera a cui è più legato, magari con un aneddoto curioso o speciale?
«L’opera a cui sono più legato è l’ultima, dal titolo ∞ In the Name of the Mothers, che ha dato l’avvio a tutto. E poi credo il Napoleone che è un manifesto di umanità. Ma non per livellare tutti perché le eccellenze sono giuste e devono rimanere. Non condivido, invece, l’idea che siamo tutti uguali in tutto: le persone devono avere l’opportunità di arrivare.

Questa è la cosa importante. Ci si distingue per capacità fisiche, per capacità intellettuali, ma soprattutto per il proprio modo di esprimersi. C’è chi fa meglio una cosa e questo è normale. Ma questo non deve diventare il senso dell’essere migliore. Se faccio meglio una cosa, non significa che io sia migliore degli altri. Significa semplicemente che faccio meglio quella cosa».

JOSÉ, 2026. Acrilico su tessuto Rubelli “Blu Reale” Steso con le dita 300x310cm

Effettivamente Napoleone lo immaginiamo sempre nelle grandi imprese. Umanizzarlo significa mostrarne  una visione differente.
«Alla fine il concetto è sempre lo stesso: siamo tutti sotto un unico cielo. Non credo che un meteorite, arrivando dallo spazio, faccia una frenata a cinquanta metri dal suolo terrestre per fare un censimento e decidere chi colpire e chi no. Perché uno gli sta antipatico, perché uno è ricco, uno è povero o perché appartiene a un genere che non capisce. Siamo qui tutti insieme.

Prima capiamo questa cosa, prima riusciremo ad adattare anche tutti quei pensieri legati a differenze che spesso sono incomprensibili. Io non riesco, nel 2026, a pensare che ci sia ancora qualcuno che faccia differenze nell’essere. Nel fare sì: devono esistere differenze nel fare. Altrimenti prendiamo Maradona e lo mettiamo allo stesso livello di chiunque altro».

TROILO. THE BREACH. Il muro rompe il silenzio
A cura di Marco Meneguzzo
Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, Milano
Fino al 13 settembre 2026
Martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica 10:00 – 19:30 Giovedì 10:00 – 22:30 / Ingresso libero fino a mezz’ora prima della chiusura. Lunedì chiuso

Immagini da Ufficio Stampa

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