Debutta a Milano ‘Panthère Noire’ di Giovanni Raspini, mostra-evento itinerante dedicata ai felini tra alta gioielleria e scultura. La nostra intervista.

loading

Milano, Roma e Firenze. Sono queste le tre città che ospiteranno la mostra evento Panthère Noire / Gioielli da un bestiario felino che trasforma pantere, leopardi, tigri e ghepardi in protagonisti di un racconto che attraversa la storia del gioiello e il valore della manifattura artigianale italiana. Il nuovo progetto espositivo di Giovanni Raspini parte, dunque, dall’elegante Residenza Vignale che accoglie un percorso in cui la manifattura si fa arte da indossare.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

La mostra-evento raccoglie 28 creazioni di alta gioielleria tra collane, bracciali, anelli e orecchini in argento, bronzo e gemme, di cui 22 pezzi unici e due parure destinate alla vendita. Un universo ispirato ai grandi felini che da millenni attraversano la storia dell’ornamento come simboli di forza, mistero e seduzione.

Foto da Ufficio Stampa

Il percorso si sviluppa come un vero bestiario contemporaneo. Le creazioni reinterpretano la tradizione animalier attraverso lavorazioni plastiche e texture ottenute con l’antica tecnica della fusione a cera persa. Tra i pezzi più spettacolari spicca la collana Panthère Noire, costruita in bronzo brunito e onice nero attorno a una monumentale testa di pantera. Accanto a lei, opere come Snow Leopard, Tigre, Ghepardi e Black and Gold trasformano il gioiello in una scultura da indossare, popolata da foreste tropicali, artigli, zanne e dettagli organici.

A completare l’allestimento, due grandi pantere nere in bronzo a grandezza naturale accolgono il pubblico come “guardiane” della mostra. Disegnate da Giovanni Raspini e realizzate dallo scultore Lucio Minigrilli insieme alla modellista Erika Corsi, le opere sono state fuse a cera persa e adornate con collane e bracciali animalier, in un dialogo continuo tra scultura e gioiello.

Intervista a Giovanni Raspini

Ci introduce questa esposizione?
«È una mostra di gioielli fatta di pezzi unici. Il tema è quello dei felini: pantere, leopardi, ghepardi. Qui abbiamo creato anche due opere che non sono veri e propri gioielli, ma due sculture in bronzo realizzate con il metodo tradizionale della fusione a cera persa, quello utilizzato da duemila o tremila anni. Anche queste, però, sono state “ingioiellate”.

Detto questo, ci sono gioielli realizzati in bronzo, in argento e in tanti materiali non preziosi, perché a me interessa soprattutto l’elemento del modellato plastico, il fascino che può avere un gioiello al di là della sua preziosità».

LEGGI ANCHE: — Da Frida Kahlo a Deadpool: il mosaico secondo Emanuele Sari

Come scegliete i materiali?
«Noi normalmente lavoriamo molto l’argento, siamo specializzati proprio nei gioielli in argento, e la maggior parte delle opere qui esposte è realizzata in questo materiale. L’argento ci permette di creare chiaroscuri che, per noi, sono fondamentali.

Si tratta di variazioni sul tema: pantere in tutte le salse, leoni, leopardi, ghepardi. Questi sono gli elementi iconici realizzati in bronzo, mentre per il resto potete girare e osservare le varie opere. Questa, per esempio, è una tigre; quest’altra è un giaguaro».

Qual è la fascinazione che esercita il mondo felino nella sua creatività?
«Vi farà ridere, ma credo sia la cattiveria, l’aggressività, il fatto di poter ferire. Perché non si fanno gioielli con coniglietti, topolini o orsacchiotti? Si fanno serpenti, coccodrilli, leoni, artigli, zanne: tutte cose che feriscono. Evidentemente esiste il desiderio di indossare elementi che rappresentano forza e aggressività, un po’ come per un uomo il rombo di una moto o una macchina sportiva.

Il gioiello ispirato ai felini porta con sé proprio questa componente aggressiva. Ed è qualcosa di storicizzato: già i Fenici realizzavano bracciali con teste di leopardo. Non abbiamo inventato nulla, esiste una tradizione vastissima e noi siamo semplicemente dei continuatori».

Innovatori, ma all’interno di una tradizione che appartiene da sempre all’uomo. E poi c’è il valore dell’artigianalità, che rende questi lavori delle vere opere
«Noi siamo totalmente artigiani. Facciamo tutto a mano, modelliamo la cera. Una volta realizzato il modello in cera, il gioiello viene fuso: può essere in bronzo, in argento, poi viene arricchito con pietre e altre lavorazioni. È una produzione completamente artigianale e ovviamente totalmente made in Italy. Abbiamo un laboratorio in Toscana, tra Arezzo e Siena. È un’azienda che ha ormai più di cinquant’anni di vita».

Io ho iniziato quarant’anni fa: facevo l’architetto, ma avevo una passione enorme per questo lavoro. A un certo punto ho rilevato questo laboratorio e da allora è passato molto tempo, però abbiamo conservato la capacità di fare le cose con le mani. Io so fare solo una cosa: disegnare. Faccio i disegni e coordino un team di ragazzi e ragazze appassionati che poi realizzano concretamente i nostri gioielli».

Abbiamo visto anche i disegni originali. In tempi di intelligenza artificiale e digitale, che valore ha lavorare a mano?
«Noi non abbiamo nulla contro la tecnologia, anzi: se può aiutare, ben venga. Le cose vanno avanti naturalmente. Però è un po’ come fare pizze tutte perfettamente circolari e identiche: io continuo a preferire le pizze fatte a mano, perché alla fine vengono migliori. Sembra quasi una posizione contro la tecnologia, ma non è così. È che quello che riesci a realizzare a mano non c’è macchina che possa davvero sostituire».

Ed è anche la bellezza dell’imperfezione.
«Certo. La scultura, il modellato plastico, la gioielleria, l’incastonatura… almeno noi la vediamo così».

Dopo Milano, la mostra arriverà a Roma e Firenze. Quanto è importante raccontare l’arte del gioiello?
«Noi diciamo sempre: “Fai cose belle e falle conoscere” e questa è la parte del “farle conoscere”. Perché se realizzi cose belle ma restano chiuse in laboratorio, diventa quasi antieconomico. Noi vogliamo raccontare ciò che facciamo, vogliamo che il pubblico conosca le nostre opere, che poi naturalmente diventano anche prodotti commerciali.

Alla fine siamo un’azienda: siamo circa 180 persone. Certo, restiamo artigiani, ma siamo anche una realtà strutturata. Le mostre – ne organizziamo una ogni anno o anno e mezzo – servono proprio a questo: desideriamo che vengano più visitatori possibile, perché raccontano chi siamo e cosa facciamo».

Dopo Milano (fino al 31 maggio), la seconda tappa sarà la Coffee House di Palazzo Colonna a Roma e, infine, la Loggia Rucellai di Firenze, concept store e spazio culturale del brand toscano.

Immagini da Ufficio Stampa / Revenews

Revenews