Gabriele Ermini e Caterina Morigi esplorano l’archeologia come linguaggio vivo, in dialogo con il presente urbano e le sue stratificazioni. L’intervista agli artisti.
Alla Fondazione Elpis, negli spazi della Villa in via Orti a Milano, è visitabile Di pietra e di cielo, progetto espositivo di Gabriele Ermini e Caterina Morigi, a cura di Sofia Schubert. Una mostra che nasce nell’ambito della seconda residenza artistica Atelier Elpis volta a sollecitare lo sviluppo di linee di ricerca inedite sull’archeologia in relazione con il contesto urbano.
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In questa prospettiva, il lavoro espositivo approfondisce il rapporto tra presente e passato non come opposizione lineare, ma come compresenza di tempi che continuano a interagire. Proprio quello che avviene nel contesto milanese, dove la dimensione dell’antico non si impone alla vista, ma permane spesso sotterranea. Il passato archeologico della città, infatti, trova testimonianza sotto i nostri piedi, in percorsi nascosti alla vista. Ma anche nelle collezioni museali, costantemente in dialogo con la contemporaneità.
È su questa soglia che si colloca la ricerca dei due artisti, in un confronto con istituzioni e luoghi di studio del territorio. Tra questi, spiccano il Museo Archeologico di Milano, il Dipartimento di Archeologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Fondazione Luigi Rovati, quest’ultima dedicata in particolare alla cultura etrusca e alle modalità di trasmissione del patrimonio.

All’interno della mostra, Morigi ed Ermini costruiscono due linee di indagine autonome ma interconnesse, che esaltano l’archeologia come linguaggio attivo.
Elektron di Caterina Morigi
Il lavoro di Caterina Morigi, Elektron, si concentra sulla materia e sulla nozione di “maggioranza assente”. È ciò che non si è conservato nel tempo e che, proprio per questa assenza, continua a produrre senso. «La prima collaborazione con Fondazione Elpis risale al 2024, quando ho partecipato a Una Boccata d’Arte», racconta l’artista. «Successivamente c’è stata questa nuova occasione di collaborare a Milano per la seconda edizione di Atelier Elpis dedicata all’archeologia, in particolare quella legata all’ambito milanese».
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Prosegue, quindi, entrando nel dettaglio. «Elektron nasce da una ricerca che tratta da vicino il tema della materia e, in particolare, della “maggioranza assente” tale per cui i vuoti ci raccontano molto su come viviamo il presente e immaginiamo il futuro. Tutto ciò che era morbido, vegetale, organico è andato perduto e, per questo, il lavoro si compone di più di un centinaio di elementi scultorei realizzati in cera e ambra».

Ma qual è stata l’idea originaria? «La scintilla da cui nasce questo progetto parte da un ritrovamento avvenuto a Milano, ovvero una coroncina in ambra che rappresenta foglie di edera. Questa forma vegetale coincide quindi con un materiale che ha anch’esso origine vegetale, cioè la resina fossile. Da qui ho sviluppato tutto un corredo di opere in cui quella parte di cultura materiale che storicamente non si è conservata viene sostituita da gocce d’ambra che ritornano liquide, zampillanti, quasi come una linfa vitale che, pur essendo antichissima e primordiale – parliamo di milioni di anni fa – ci collega metaforicamente allo sguardo dei nostri antenati».
Il lavoro di Gabriele Ermini
Se Morigi lavora sulla mancanza come generatrice di conoscenza, la ricerca di Gabriele Ermini si muove invece sul confine tra immaginazione, narrazione e reperto. Il suo progetto prende avvio da un’esperienza di simulazione archeologica sviluppata durante Una Boccata d’Arte, in cui l’artista ha ricostruito il ritrovamento fittizio di una tomba etrusca intatta, per poi espandersi in una riflessione più ampia sulla figura del tombarolo e sul suo immaginario.
«Ho creato un corredo di ceramiche, vasi e oggetti, partendo proprio da quell’esperienza», ci spiega. «Successivamente, mi sono avvicinato e appassionato alla figura del tombarolo, che è diventano soggetto principale delle mie opere anche durante la residenza in Fondazione Elpis. Non solo la figura del tombarolo in sé, ma anche gli oggetti che ricerca e il tipo di ossessione che sviluppa nei confronti di questi reperti».

E guardandoci attorno ci sono, infatti, «lavori che rappresentano questa figura in modo più narrativo, ma anche opere dedicate agli oggetti stessi, di cui cerco di immaginare quali possano essere stati i loro movimenti. Dalla loro creazione e primo utilizzo, fino al ritrovamento molti anni dopo, passando poi per musei, case e collezioni».
«Tendo a romanticizzare questa figura, senza considerare l’aspetto dell’illegalità a causa del quale è difficile parlare direttamente con i veri tombaroli – specifica Ermini – Ho letto racconti dei tombaroli degli anni Settanta e ho trovato delle affinità con il tipo di ricerca che faccio io sulla tela. Loro scavano nella terra partendo dalla superficie e cercando qualcosa sotto. Io lavoro sulla superficie della tela e provo a creare una profondità, cercando qualcosa che in fondo non so bene cosa sia.
Magari posso immaginarmelo, così come loro immaginano di trovare un certo tipo di vaso, e poi quando aprono la tomba, trovano altro. Io faccio più o meno la stessa cosa: so come dipingo, ma spesso arrivo a risultati che non mi aspettavo. Ed è proprio questo che mi interessa della pittura: la ricerca dentro la ricerca. Trovare soluzioni inattese. Quando succede in modo non calcolato, credo sia la parte più soddisfacente di quello che faccio».


Forse è proprio questo il terreno comune delle opere dei due giovani artisti, che integrano la fantasia immaginando ciò che è stato, o avrebbe potuto essere, con la sorpresa dell’ignoto. «La ricerca del nuovo, dell’ignoto – forse è proprio questa la parola giusta – è fondamentale», concordano. Un ignoto che può anche essere antichissimo.
Gabriele Ermini, Caterina Morigi Di pietra e di cielo
a cura di Sofia Schubert
Fondazione Elpis Villa, via Orti 25 – Milano.
Fino al 14 giugno 2026
Orari. Giovedì – domenica Orario 12.00 – 19.00
Installation views Fondazione Elpis, 2026, Ph Agostino Osio – Altopiano Studio