Il curatore della mostra ‘Con i miei occhi’ racconta perché riportare Dante Ferretti a Roma significa restituire alla città uno dei suoi talenti più grandi. E lancia un allarme sul presente del cinema italiano e sulla perdita di curiosità culturale.

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Riportare Dante Ferretti a Roma non è soltanto una scelta espositiva. È quasi un gesto simbolico, una restituzione. Dal 17 aprile al 19 luglio 2026 i Musei di San Salvatore in Lauro ospitano Con i miei occhi. I segreti del maestro della scenografia, mostra dedicata a uno dei più grandi artefici dell’immaginario cinematografico mondiale. A curarla è Raffaele Curi, che legge questo ritorno come un fatto necessario.

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«Ma certo: Dante Ferretti deve stare a Roma. – dice con decisione – Ce lo siamo fatti rubare dagli Stati Uniti, probabilmente perché il cinema italiano non aveva abbastanza soldi per pagare il suo cachet. Sicuramente c’è anche un po’ di questo».

Il cinema italiano e la perdita di centralità

La mostra attraversa oltre sessant’anni di carriera, da Pier Paolo Pasolini a Martin Scorsese, da Federico Fellini ai grandi set internazionali. Eppure, per Curi, il punto centrale non è soltanto celebrare un curriculum straordinario: è ricordare cosa l’Italia è stata capace di esprimere nel cinema e cosa rischia oggi di perdere. «È un momento molto particolare del cinema italiano. – osserva – Io ho iniziato come attore ne Il giardino dei Finzi Contini con Vittorio De Sica e pensavo che il cinema fosse quello. Tant’è vero che poi ho smesso perché il cinema ha cominciato ad andare molto male».

Nelle sue parole c’è una nostalgia lucida, mai retorica. Piuttosto la percezione di una distanza crescente tra l’Italia che dominava l’immaginario mondiale e quella di oggi. «Eravamo i primi nel mondo, ora non siamo neanche rappresentati al Festival di Cannes. Credo sia il primo anno. Non è possibile», commenta il curatore.

Secondo Curi, figure come Dante Ferretti rappresentano ormai eccezioni preziose. «Ferretti è l’unico personaggio, insieme a Vittorio Storaro, che in Italia rappresenta un po’ l’internazionalità». Poi il curatore aggiunge anche Milena Canonero al ristretto gruppo dei grandi italiani riconosciuti ovunque: «Non perché hanno vinto l’Oscar, ma perché sono veramente bravi e affermati nel mondo».

Cultura e curiosità

Il discorso però si allarga presto al pubblico, alla scuola, alla cultura diffusa. Per Curi la crisi non riguarda soltanto l’industria, ma anche il desiderio di conoscere. «Forse – precisa – il pubblico è cambiato, è tutto molto più veloce. C’è però anche un cattivo esempio scolastico: non si insegna più con amore la storia dell’arte. Credo che i professori non dicano mai agli alunni: andate a vedere questo film». La perdita più grave, secondo il curatore, è quella dell’autorialità come esperienza viva: «Si è perso il gusto dell’autorialità nelle persone giovani, nelle scuole. È come se ci fosse un disinteresse per tutto, forse per la cultura».

Raffaele Curi frena però subito ogni moralismo: «Non voglio diventare quello che dice ai miei tempi. Non sono nessuno per dirlo. Però, certo, io avevo una grande voglia di sapere, ero curioso. Non vedo più questa curiosità». Ed è proprio la curiosità, in fondo, il motore che la mostra prova a riattivare: guardare i bozzetti non come materiali preparatori, ma come opere compiute, mondi già vivi prima della macchina da presa.

Dante Ferretti Mostra Roma

Ferretti, un poeta dietro l’ironia

Quando parla di Ferretti, Curi sceglie un esempio preciso: E la nave va. «È il film che mi ha dato più tristezza quando l’ho visto. – ci rivela – Sottilmente è il film più vicino al senso della morte che io abbia mai visto, anche più di Bergman». E lì, spiega, si misura la grandezza dello scenografo: trasformare una visione emotiva in spazio, atmosfera, materia. «Ferretti è anche questo. – conclude – È un uomo che sotto quell’ironia fantastica, quella empatia, nasconde una grande tristezza da poeta».

Ed è forse questa la chiave più vera della mostra romana: dietro i set monumentali, dietro gli Oscar, dietro il virtuosismo tecnico, c’è sempre uno sguardo umano. Profondo, fragile, irripetibile.

Foto di Valentina Sensi via HF4

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