Dopo anni dietro alcuni dei successi più forti del pop italiano, JULI pubblica Solito Cinema: un primo album personale nato tra collaborazioni trasversali, chitarre essenziali e voglia di sorprendersi ancora.
Dopo anni passati dietro le quinte della musica italiana, tra produzioni di successo e collaborazioni con alcuni dei nomi più forti del pop contemporaneo, JULI pubblica Solito Cinema, il suo primo album. Un progetto nato in modo spontaneo, costruito brano dopo brano, che mette insieme mondi diversi e una lunga serie di ospiti: da Fabio Concato a Tommaso Paradiso, da Coez a Emma fino a Olly. Nell’intervista racconta la nascita del disco, il gusto per le produzioni essenziali e la sensazione di vivere, ancora oggi, dentro un film.
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Come nasce Solito Cinema?
«In realtà è nato tutto in maniera abbastanza naturale. Mi sono ritrovato con un po’ di brani sul computer, frutto di sessioni in studio con gli artisti. Dal momento che me ne capitavano quattro o cinque da ascoltare tutte di fila, ho iniziato a sentire un filo conduttore tra quelle tracce. Mi è venuto spontaneo andare avanti, forse senza dirmelo davvero, ma con un inconscio già abbastanza deciso che stava andando in quella direzione. È stato tutto abbastanza naturale, abbastanza scorrevole».
C’è stato un brano che ha acceso la scintilla?
«Sì, il primo è stato quello con Tommaso Paradiso, una sessione che ho fatto nel 2024, verso settembre-ottobre. È stato il primo brano che, ogni volta che mi capitava di ascoltarlo, sentivo molto mio. Sarà per le chitarre, per la scrittura insieme a Olly, però è stato il brano che mi ha acceso la lampadina. Mi sono detto: se facessi un progetto, inizierei da un brano così».

Nel disco c’è un suono molto pulito, essenziale, spesso costruito sulla chitarra.
«Ti giuro che vorrei dirti che è pensato, ma spesso mi rendo conto che mi viene naturale rendere le produzioni un po’ più scarne, perché mi piacciono così. La chitarra è spesso il primo strumento che metto dentro una produzione, ma è anche il modo in cui nascono i pezzi. Magari siamo in studio, io prendo la chitarra, si improvvisa, si canta sopra qualcosa, si inventa. E da lì parte tutto. Poi spesso non mi viene da sovraccaricare o aggiungere troppa roba. Mi viene abbastanza naturale lasciare spazio».
Com’è stato lavorare con Fabio Concato?
«Con Fabio Concato è nato tutto perché quest’estate sono andato a riscoprirmi una parte della sua discografia meno conosciuta. Io ho sempre ascoltato le sue canzoni come ispirazione, sia per il modo in cui usa le chitarre, che per me sono una grandissima fonte, sia per il modo di scrivere. Senza contare la voce, che ha una cifra iconica, riconoscibile in mezzo a un milione di voci.

Prendere un suo brano del 2003, metterci mano e provare a dargli una seconda vita è stata un’esperienza bellissima. Anche difficile, perché non è mai facile toccare una canzone che ha già una sua vita. Però era una sfida bellissima. Spero sia anche un pretesto per farlo conoscere alla mia generazione e a quelle più giovani, perché spesso non lo conoscono bene ed è un peccato».
Hai detto una cosa molto interessante: ogni pezzo l’hai pensato da fan.
«Sì, con ogni artista ho cercato di scrivere, produrre e fare un brano che avrei voluto ascoltare da fan di quell’artista. Faccio un esempio: il pezzo con Coez è un brano che avrei sempre voluto sentire da lui. Mi ricorda un certo Coez di qualche anno fa, ma riportato ad oggi, con quello stile lì che mi piace tantissimo. È un aspetto che nasce prima da ascoltatore. Il fatto che poi l’abbia prodotto io è solo una cosa in più».
C’è anche Brutta storia (unplugged) con Emma e Elisa.
«Quel brano è una canzone che ho scritto con Paolo Antonacci e Olly, ed è sempre nato chitarra e voce, se non ricordo male. Poi il brano di Emma ha preso un’altra strada produttiva, ma mi era sempre rimasto il pallino: e se lo avessimo lasciato in acustico? Poi si è creata l’occasione con Elisa, che aveva invitato Emma al Forum, e l’abbiamo fatta così. Da quella sera ho pensato che, se ci fosse stata occasione, avrei voluto rendere pubblica anche una versione acustica».
Nel disco c’è anche una strumentale, Vertigine.
«Quel brano è frutto di due anni di tour insieme a Olly. È un momento dello show che faccio da qualche anno e che, tour dopo tour, ho sempre allungato: all’inizio durava 45 secondi, poi un minuto e mezzo, poi due, poi tre. Il culmine è arrivato in studio, quando mi sono trovato a inciderla e l’ho allungata ancora. Non ho badato a durata, dinamiche, niente. Sono andato libero. Mi piace il fatto che sia in mezzo a tante canzoni, perché per me è una canzone vera e propria. Ho cercato di darle la stessa importanza delle altre, anche se non è cantata. È un po’ il mio momento, senza bisogno di nessun altro, senza voce sopra. Solo mio».
Adesso che l’hai messa su disco è chiusa o continuerà a cambiare?
«Potrebbe diventare di venti minuti. Ogni volta che impugno la chitarra può prendere qualsiasi piega. Secondo me l’ho registrato solo per rispetto. Cambierà sempre. Se un giorno la suonerò con amici o in altri contesti, non avrà mai uno spartito vero. C’è un inizio e una fine, in mezzo può succedere di tutto».
Perché il titolo Solito Cinema?
«È frutto di questi tre anni di cose completamente folli successe nella mia vita, che mi hanno portato più volte a dire: Che cinema. A forza di ripeterlo è diventato Solito Cinema, perché ormai era il solito. Sono successe tantissime cose belle. Non solo belle, ma soprattutto belle. E la cosa che mi sorprende è che non ho mai perso la voglia di stupirmi. Mi capita ancora di stupirmi di quello che succede. Spesso mi sembra di essere in un film, come se da un momento all’altro dovesse sbucare una telecamera e dirmi che è tutto finto. Per ora non è successo, quindi spero che questo sia davvero il solito cinema della mia vita».