Dal nuovo singolo ‘Blocchiamo Tutto’ alla copertina firmata da Laika. Giorgieness racconta un progetto nato tra musica, impegno civile e bisogno di restituire profondità al presente.

Dal 24 aprile è disponibile Blocchiamo Tutto, il nuovo singolo di Giorgieness. Un brano nato dentro il presente, tra urgenza personale e tensione collettiva, accompagnato da una copertina realizzata da Laika. Una collaborazione che unisce due linguaggi diversi – canzone e arte urbana – ma mossi dalla stessa esigenza: prendere posizione. Nell’intervista, Giorgieness racconta la nascita del progetto, il rapporto con la piazza, il coraggio di esporsi e il bisogno di restituire profondità all’arte contemporanea.

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Come nasce la collaborazione con Laika per la copertina di Blocchiamo Tutto?
«Laika l’ho conosciuta attraverso i disegni che aveva realizzato l’anno scorso per la Flotilla. Ruotando intorno al movimento, anzi più che altro stando dentro al movimento in modi diversi, siamo venute in contatto e abbiamo iniziato a seguirci sui social. Da lì è nata una collaborazione, un po’ come nascono quelle belle: con un mio DM. Quando ho deciso di mettere a punto un’idea per sostenere la partenza della Flotilla anche economicamente, attraverso la mia musica e quello che faccio, mi è sembrato naturale scriverle e chiederle se le andasse di fare qualcosa insieme.

Giorgieness Laika

Le ho proposto di firmare la copertina del singolo e anche delle shopper che sono in lavorazione e che andranno su Bandcamp. Ho scelto Bandcamp perché mi sembrava il modo più sano e trasparente per gestire tutto, anche dal punto di vista dei rendiconti e delle donazioni. Le ho fatto ascoltare la canzone, le ho raccontato cosa volevo esprimere e da dove nasceva il brano. Abbiamo fatto parlare i nostri team, siamo rimaste in contatto e abbiamo deciso di costruire questa cosa insieme».

C’è stato un momento in cui hai capito che il progetto aveva preso davvero forma?
«Sì, qualche giorno prima della consegna – forse addirittura il giorno stesso – alle tre di notte Laika mi manda un messaggio su Instagram, mi fa vedere la copertina e mi scrive: Non so come ho fatto a farla, ma ci sono riuscita. Anche lei in quel periodo era super impegnata, stava per andare a Barcellona a disegnare sulle barche. Poi mi ha detto che le sarebbe piaciuto far viaggiare questa illustrazione verso Gaza.

Quando mi ha raccontato che l’avrebbe realizzata anche sulla barca, mi sono emozionata tantissimo. Era anche il senso del pezzo: provare a trasmettere l’entusiasmo che c’è dietro le persone che compongono i movimenti. Io non posso arrogarmi il diritto di parlare per il popolo palestinese, posso parlare di quello che facciamo noi adesso. E questo, in fondo, è stato il progetto».

Blocchiamo Tutto nasce dentro questo percorso. Quanto è stato importante per te portare finalmente questi temi dentro una canzone?
«Il percorso per arrivare a questo pezzo è stato molto lungo, perché io la politica l’ho sempre portata insieme alla mia musica, ma difficilmente dentro le canzoni. È sempre stata una cosa molto mia, personale, anche se mi sono sempre spesa per le cose in cui credo. Con l’aggravarsi della situazione geopolitica e con tutto quello che è successo dopo il 7 ottobre – che non è l’inizio di niente, ma semmai il momento in cui il mondo è stato costretto a guardare ciò che accadeva già da tempo – ho sentito ancora di più questa esigenza.

All’inizio per me è stato soprattutto trovare un senso di appartenenza che avevo cercato a lungo anche nella musica indipendente e che non trovavo più. Nell’ultimo anno mi sono molto allontanata dalla discografia, e allo stesso tempo mi sono riavvicinata alla musica fatta nei centri sociali, nei circoli, nei luoghi da cui ho iniziato. In più, questo è anche il decennale del mio primo album, quindi mi sono trovata davanti a molte domande. C’era anche una delusione legata all’ultimo disco: era un progetto molto ambizioso e fare una parodia del pop richiede sforzi enormi. Frequentare di più la piazza, però, mi ha ricordato perché faccio musica».

E lì hai capito che servivano anche nuove canzoni?
«Esatto. Mi sono chiesta come potessi avere canzoni da suonare quando mi chiamano in piazza, perché a volte mi sentivo quasi fuori luogo a portare certi brani del passato. Volevo diventare un po’ più adulta, imparare a mettere davvero i miei ideali anche nella musica. Vivendo questo ambiente mi sono avvicinata tantissimo anche alle persone che ne fanno parte. Non solo in senso romantico, ma familiare. Sulla Flotilla che sta partendo ci sono almeno cinque persone che considero famiglia, o comunque amici importanti. Per questo nel brano ritorna anche quel verso, e tu tornerai anche stavolta da un posto. Volevo raccontare senza fingere di parlare al posto di altri, ma restando dentro ciò che conosco: il sentimento che unisce le persone in piazza.

Dietro ai movimenti ci sono persone vere, con vite complicate, lavori, stanchezza, sacrifici. Sono tutti volontari: c’è chi ha un lavoro, chi due, chi tre, chi venti cose insieme. Eppure c’è una quantità enorme di passione che tiene tutto in piedi. Chiaramente non è nulla rispetto a ciò che vivono i popoli oppressi, quindi non è un discorso del tipo poveri attivisti. Però esistiamo anche noi, esistono questi legami. E secondo me è bello che in mezzo a tutto questo ci sia anche una canzone su cui limonare».

Nel brano c’è anche un elogio della collettività. Oggi la piazza è ancora uno strumento importante?
«Per me è l’unico modo che ci resta. Io vivo a Torino, una città che da questo punto di vista considero un’eccellenza: lì senti davvero il calore delle persone e capisci cosa significa una comunità che prende posizione. Quando si dice che Torino sa da che parte stare, spesso è vero. Questa dimensione l’ho portata soprattutto nel video del brano, che è interamente dedicato alla città.

L’ho realizzato con Alessandro Bello, che segue da anni manifestazioni e realtà sociali. Abbiamo attraversato quartieri come Vanchiglia, ancora segnati da tensioni recenti, e ripercorso strade, cortei e momenti molto diversi tra loro. Nel video ci sono immagini dure, ma anche una parte luminosa: la gioia, l’energia collettiva, i segni lasciati sui muri, tutto ciò che di bello nasce quando le persone si ritrovano insieme. È stato un viaggio lungo e credo rappresenti anche l’inizio di quello che si sentirà nel prossimo album».

Esporsi così apertamente ti è costato coraggio?
«Più che coraggio, è stato un percorso personale. Non c’è stato un momento in cui mi sono detta adesso trovo il coraggio: semplicemente ho smesso di sentire il bisogno di piacere a tutti. Credo ci sia ancora spazio per un’indipendenza vera, coerente, piena di valori, e anche il mio nuovo team ha creduto in me proprio per questo. La parte più difficile è stata restare ancorata ai miei ideali senza lasciarmi condizionare dal giudizio degli altri.

Lo sfogo su Facebook nasce invece da un limite chiaro: non accetto violenza verbale sui miei canali. Non mi interessano le polemiche sterili, soprattutto quando si parla di Palestina e di persone che muoiono. A un certo punto ho sentito il bisogno di mettere un punto e allontanarmi da quel rumore».

Che valore hanno ancora arte e cultura in un tempo in cui sembrano considerate marginali?
«Io penso che da anni ci sia un gioco al ribasso sulla cultura. A un certo tipo di politica non conviene avere persone istruite, attente e capaci di pensiero critico. Abbiamo perso il senso della complessità: tutto viene ridotto a bianco o nero, e la polarizzazione fa comodo. Si vede anche nel dibattito pubblico, dove ogni tema diventa una gara per spostare l’attenzione altrove, invece di affrontare i problemi reali. Questo impoverimento culturale ha pesato anche sulla comprensione del testo, sull’idea di comunità e sulla capacità di confrontarsi davvero.

Per questo la risposta può essere solo la cultura. Non possiamo accettare che tutto si riduca a intrattenimento superficiale. Io ascolto pop, ascolto anche Taylor Swift, non è quello il punto. Il problema è quando esiste solo quello. Se l’arte è davvero arte e non semplice consumo, oggi deve avere il coraggio di esporsi. Ci sono artisti che hanno cose da dire ma fanno fatica ad emergere, sommersi da un sistema velocissimo che brucia tutto in pochi mesi. Dovremmo ritrovare una scena più unita, più umana, e tornare a parlare di politica come parte della vita quotidiana. Non può essere un tabù: riguarda tutti noi».

Foto di Alessandro Bello

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