Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026 lo Spazio Gerra di Reggio Emilia ospita ‘Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo’, un percorso tra memoria, parole e musica. Ne abbiamo parlato con il curatore Lorenzo Immovilli.
Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026 lo Spazio Gerra ospita Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo, mostra dedicata a uno dei più importanti cantautori italiani, costruita come un viaggio tra canzoni, ricordi, fotografie, illustrazioni e materiali d’archivio. Più che una retrospettiva, il progetto prova a entrare nella poetica di Francesco Guccini, seguendo il filo rosso del tempo, della memoria e delle parole.
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Curata da Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri, l’esposizione nasce da quasi tre anni di incontri con Guccini e dalla volontà di restituire non solo il musicista, ma anche lo scrittore, il narratore e l’intellettuale. «Una figura così grande non si può raccontare in modo tradizionale», spiegano i curatori del progetto. E infatti la mostra si sviluppa come un concept album fatto di nove canzoni, nove temi e una voce – quella dello stesso Guccini – che accompagna il visitatore lungo il percorso.
Ne abbiamo parlato con Lorenzo Immovilli, uno dei curatori della mostra.
Come nasce questo progetto?
«Nasce qualche anno fa. Spazio Gerra ha in sé questa vocazione legata alle esposizioni di carattere musicale e sociale, molto vicina sia alla scena nazionale che a quella internazionale. È un percorso che nel tempo è maturato grazie alla tradizione di questo Spazio. Poi, avendo lavorato molto negli ultimi anni sui temi che legano l’Emilia e la musica, attraverso una serie di circostanze anche abbastanza fortuite siamo riusciti ad avere un contatto con Francesco Guccini e con la sua famiglia. Questa cosa ci ha particolarmente emozionato, perché pur essendo abituati a fare decine e decine di mostre di livello anche internazionale, Francesco Guccini è come se appartenesse un po’ a ognuno di noi. Noi lo consideriamo quasi una sorta di parente, con tutto il rispetto parlando».
È una figura comunque familiare.
«Fa parte della formazione di tutti coloro che, in qualche maniera, sono legati alla musica e al cantautorato. Abbiamo avviato questo contatto circa due anni e mezzo fa e devo dire che abbiamo trovato una grande disponibilità da parte sua, della sua famiglia e di sua moglie. Così siamo partiti e, nel dialogo che è avvenuto con loro, si è sviluppato il progetto. È un progetto che ruota attorno ai racconti di Francesco Guccini. Lui è un grandissimo narratore: non lo è solo attraverso le canzoni. Quando lo incontri, il suo raccontare diventa subito la figura centrale attorno alla quale tutti restano ad ascoltare. Sulla base di ore di registrazione si è sviluppato il progetto».
Qualche difficoltà?
«Alcune, perché Francesco Guccini non è più un uomo giovane e abbiamo dovuto rispettare anche i suoi tempi. Però siamo sempre stati sul pezzo e, ad un certo punto, abbiamo deciso insieme di farlo davvero. Sei mesi fa abbiamo detto: ad aprile arriviamo a inaugurare la mostra».
Il fil rouge della mostra sembra essere il rapporto di Guccini con il tempo e la memoria. È così?
«Sì. Abbiamo subito abbandonato l’idea di fare qualcosa di antologico: non interessava a noi e soprattutto non interessava neanche a Guccini. Siamo partiti dall’idea che lui c’è, per cui non stiamo ricordando un cantautore che non c’è più. Stiamo parlando di una figura talmente articolata e complessa, da un punto di vista poetico, intellettuale e formativo, che era impossibile pensare di fare qualcosa che non la raccontasse a 360 gradi. Nel dialogo è emerso questo concetto del tempo. È stato lui stesso a dirci che tutta la sua poetica ha sempre ruotato attorno a questo tema: il tempo che scorre, il tempo che non c’è più, il tempo che si ripresenta».
Nostalgia?
«Non tanto la nostalgia, quanto questo concetto del passato che torna nel presente e del presente che spesso non è altro che una proiezione del passato stesso. Siamo partiti da un brano di un suo album, L’isola non trovata, che si chiama Il tema, in cui c’è questa frase: Canterò soltanto il tempo. È il testo che più spiega questo concetto. Alla fine la mostra è una specie di concept album: attraverso nove canzoni cerchiamo di far comprendere che Francesco Guccini non è solo un cantautore, ma fondamentalmente un artista e un intellettuale a 360 gradi. Il vero obiettivo della mostra è far capire le tante facce di Francesco Guccini».
In termini di allestimento, cosa troverà il pubblico?
«Ci sono in parte materiali suoi d’archivio: fotografie, manoscritti di alcuni testi – alcuni dei quali mai pubblicati – e qualche memorabilia. Non volevamo però fare la classica mostra di memorabilia, perché Guccini non è una rockstar. Non ha costumi di scena: sarebbe stata una cosa ridicola. Ci sono quindi materiali suoi, fotografie e testi, ma abbiamo pensato che la mostra dovesse essere proiettata anche nel contemporaneo attraverso il contributo di artisti attuali. Abbiamo contattato alcuni illustratori, perché Guccini è un grandissimo appassionato di illustrazione e fumetto».
Che ruolo hanno gli illustratori e gli artisti contemporanei all’interno della mostra?
«Per noi era fondamentale che la mostra non si limitasse a raccontare Guccini attraverso materiali d’archivio, ma che generasse anche nuove interpretazioni. Siamo partiti dal fatto che lui è sempre stato molto vicino al mondo dell’illustrazione e del fumetto: era amico di Andrea Pazienza e, già in passato, alcuni artisti avevano tradotto visivamente le sue canzoni. Da lì abbiamo pensato di coinvolgere illustratori contemporanei, perché ci interessava che dalle sue parole e dalla sua musica nascessero nuove immagini. È un dialogo tra arti diverse che oggi è quasi naturale, ma che nel caso di Guccini ha radici profonde».
Una commistione, oggi, necessaria?
«Credo sia importante mostrare come una canzone possa diventare un disegno, una fotografia, un’opera visiva. La contaminazione oggi è la vera prassi e Guccini, in questo senso, è una figura perfetta perché il suo immaginario continua a generare altre storie, altre visioni, altre forme d’arte».
E ci sono anche fotografie.
«Sì, poi c’è la fotografia, perché ci sono aspetti legati al suo paese, Pavana, che sono stati ripresi e ri-fotografati oggi. È un percorso in cui si mescolano materiali d’archivio, illustrazioni contemporanee, fotografie, video e materiali presi dagli archivi Rai. Secondo noi era indispensabile organizzare così la mostra, perché non si può fare un Hard Rock Café di Guccini. Ce lo avrebbe vietato lui stesso. Guccini non ama essere rappresentato o celebrato in modo spettacolare. Dice spesso che fa fatica a parlare delle sue canzoni, perché le considera creazioni che devono rimanere il più possibile interpretabili».
C’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente di lui durante questo percorso?
«L’ho scritto anche nel testo che sarà nel catalogo. La prima cosa che mi è venuta in mente, anche in maniera un po’ infantile, è stata: Così posso incontrare Guccini. Come se andassi a trovare uno zio che non ho mai incontrato nella mia vita. La cosa che mi ha stupito di più è che ho trovato esattamente la persona che pensavo di trovare. Questa è la più grande sorpresa che potessi avere. Spesso ci immaginiamo le persone che abbiamo seguito nella loro carriera e poi, quando le incontriamo, si rivelano diverse. Invece lui è esattamente come te lo aspetti: la coerenza, la genuinità, la poeticità sono proprio quelle che immaginavi. Quando incontri una persona così, ti riempie di gioia. Questa è stata la sorpresa più bella che io e il mio collega abbiamo avuto».
Perché oggi è importante tornare a Guccini?
«Perché è una bestia rara. È veramente molto difficile oggi pensare che qualcuno possa approcciarsi al racconto, alla creatività e all’arte in maniera completamente libera. Libera dall’idea di dover diventare qualcuno, di dover apparire, di dover per forza avere successo. Probabilmente era raro già negli anni Sessanta, ma oggi è praticamente impensabile. Questa sua libertà è una forza enorme e anche un grande insegnamento nel presente».
E poi è riuscito a far parlare le sue opere.
«Non ha mai rincorso la vita da personaggio pubblico: è sempre apparso solo quando riteneva che fosse necessario. Avrebbe potuto fare qualunque cosa, ma ha scelto di restare fedele a se stesso. Vive ancora nel suo paese, a Pavana, non ha il telefono, non ha la macchina. Non è andato a vivere alle Bahamas. Questa consapevolezza di sé, oggi, dovrebbe essere un insegnamento per tutti».