Da Lucio Fontana a Maurizio Cattelan, da Tomaso Binga a Roberto Cuoghi: il MAXXI racconta oltre ottant’anni di arte italiana attraverso l’ironia, il grottesco e quella capacità tutta nostra di trasformare il tragico in qualcosa di ambiguo, politico e persino divertente.

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C’è un’opera di Lucio Fontana che forse da sola riesce a riassumere il senso di tutta la nuova grande mostra del MAXXI. Su una tela tagliata compare la scritta Io sono un santo. Sul retro, invece, si legge Io sono una carogna. È un gesto ironico, dissacrante, quasi crudele verso se stessi. Ma è anche il modo perfetto per entrare dentro Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, la nuova grande mostra del MAXXI aperta fino al 20 settembre 2026.

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Con oltre 130 artisti e circa 300 opere, è la più grande esposizione che il museo abbia mai dedicato all’arte italiana contemporanea. Più che raccontare un movimento o una corrente, tuttavia, Tragicomica prova a raccontare qualcosa di molto più sfuggente: un atteggiamento tipicamente italiano, quella tendenza a rispondere al dramma con l’ironia, il grottesco, la deviazione, il paradosso.

Tragicomica al MAXXI racconta un’altra storia dell’arte italiana

«Questa mostra è una grande retrospettiva dell’essere italiani», spiega Francesco Stocchi, direttore artistico del MAXXI e curatore del progetto insieme ad Andrea Bellini. «È un excursus dell’arte contemporanea dal dopoguerra a oggi e mostra varie forme di risposta al tragico: filosofiche, grottesche, irriverenti. – continua – Queste forme cambiano da artista ad artista, ma soprattutto da epoca ad epoca, fino ad arrivare ai tempi odierni dove il tragico pervade tutto. Oggi non si ride nonostante il tragico, si ride nel tragico».

È probabilmente questa la frase che meglio definisce la mostra. Perché Tragicomica non racconta artisti che usano l’umorismo per alleggerire la realtà, ma artisti che usano l’ironia per sopravvivere alla realtà, per attraversarla, per renderla meno opprimente e, nello stesso tempo, ancora più evidente.

Perché il tragicomico è una categoria tutta italiana

L’idea nasce da una riflessione teorica che Andrea Bellini coltiva da oltre trent’anni. «Era ancora un’idea che avevo da studente universitario», racconta il direttore del Centre d’Art Contemporain Genève. «Studiavo filosofia e storia dell’arte e mi sono imbattuto in un libro di Giorgio Agamben, Categorie italiane. – racconta – In uno dei saggi, dedicato alla Commedia di Dante, Agamben si chiede perché Dante abbia scelto proprio quel titolo. E da lì nasce l’idea che nella cultura italiana esista una forma di pensiero anti-tragico, una tendenza a guardare il dramma in modo obliquo, ironico, meno eroico».

Secondo Bellini, questa caratteristica attraversa gran parte della cultura italiana, non soltanto le arti visive. «Dai futuristi a Marinetti, da Pascali a Boetti fino a Cattelan, moltissimi artisti italiani utilizzano l’ironia come strumento fondamentale. – commenta – Ma questo vale anche per il cinema, per il teatro, per la letteratura. È quasi una categoria culturale nazionale». Per questo motivo Tragicomica non segue un ordine cronologico e non è suddivisa in sezioni tematiche. Le opere dialogano direttamente tra loro, indipendentemente dall’epoca in cui sono state realizzate.

Da Lucio Fontana a Maurizio Cattelan: gli artisti in mostra

«Abbiamo lavorato prima di tutto sulle opere, non sugli artisti. – spiega Stocchi – E abbiamo evitato sia la divisione cronologica sia quella per temi, proprio per mostrare quanto questo atteggiamento anti-tragico sia pervasivo. Volevamo che le opere si parlassero, si sostenessero, a volte persino si prendessero in giro a vicenda». Questo rende il percorso molto libero, quasi labirintico. Un lavoro di Lucio Fontana può convivere accanto a Maurizio Cattelan, mentre Tomaso Binga dialoga idealmente con Chiara Fumai o con Roberto Cuoghi.

La mostra alterna opere iconiche e lavori meno conosciuti, restituendo una storia alternativa dell’arte italiana. Una storia in cui la satira, l’assurdo, la teatralità e il non prendersi troppo sul serio diventano strumenti di lettura del mondo. «Non prendersi sul serio è una grandissima forma di intelligenza. – dice ancora Stocchi – Significa accettare che i drammi, gli errori e gli orrori non sono cancellabili. Bisogna abbracciarli. E, a seconda di come lo si fa, si riesce anche a costruire una cultura».

Ironia e dimensione politica

Questo atteggiamento investe anche la figura stessa dell’artista. In Tragicomica ci sono opere che prendono in giro il mito del genio, il ruolo sociale dell’arte, la retorica dell’artista come figura elevata e quasi sacra. Ma c’è anche un’altra dimensione molto importante: quella politica. Bellini sottolinea come le artiste abbiano utilizzato il comico in modo diverso rispetto agli uomini. «Le artiste donne utilizzano l’ironia per contestare il patriarcato italiano, la misoginia, le strutture di potere. Da un lato il comico come autoesaltazione maschile, dall’altro il comico come strategia politica», precisa.

Tomaso Binga, per esempio, costruisce un alter ego maschile per poter lavorare in un sistema dominato dagli uomini. Mirella Bentivoglio, Chiara Fumai, Monica Bonvicini e Silvia Giambrone usano l’ironia per mettere in crisi ruoli sociali, stereotipi e gerarchie. Tra le sale più forti della mostra c’è quella dedicata a Roberto Cuoghi e alla sua installazione PEPSIS del 2020. L’ambiente è occupato da enormi torte celebrative, ricostruite con un realismo quasi inquietante. Sono torte di matrimoni, investiture, cerimonie ufficiali. Tra queste compare anche quella scelta da Donald Trump per il suo insediamento alla Casa Bianca: identica a quella di Barack Obama, ma molto più grande.

Roberto Cuoghi e le torte del potere

«Nello specifico siamo all’interno di un’installazione di Roberto Cuoghi che è un ottimo esempio per rappresentare la mostra. – spiega Stocchi – Queste torte sono simboli del potere e di come il potere vuole rappresentarsi. Trump decise di volere una torta uguale a quella di Obama, ma molto più grande. Questo ci dice moltissimo sul personaggio. Se prima il clown era colui che derideva il potere, oggi in certi casi il clown è al potere».

Anche Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione MAXXI, insiste sul fatto che la mostra utilizzi il tragicomico per leggere il presente. «È la prima mostra in sedici anni di attività del MAXXI che raccoglie più di 130 artisti italiani con oltre 300 opere. – spiega – Il fil rouge è proprio questa capacità tutta italiana di guardare la realtà con un occhio sdrammatizzante».

Bruni cita ad esempio le opere di Francesco Vezzoli dedicate alle first lady americane insieme ai loro animali domestici: «È un tema importante nella comunicazione istituzionale: quante volte vediamo personaggi pubblici farsi ritrarre con cani e gatti? Gli artisti italiani riescono a prendere qualcosa di molto serio e a trasformarlo in qualcosa di ironico, senza però perdere profondità».

Perché Tragicomica parla anche del presente

Per la presidente del MAXXI il pubblico è libero di muoversi nella mostra seguendo le opere che sente più vicine. «Il visitatore può perdersi nel percorso e trovare gli artisti che più risuonano con il suo punto di vista. – commenta – C’è anche una grande interattività. Penso ad esempio all’opera Il peso della cultura, un volume enorme e pesantissimo che ci costringe a riflettere su quanto la cultura possa essere faticosa ma anche gioiosa». Bruni cita anche il lavoro dell’Officina dell’Errore, collettivo composto da artisti neurodivergenti: «Per il MAXXI è importante mostrare che l’arte è una possibilità aperta a tutti. E vedere queste opere in un museo così importante significa anche abituarsi a guardare la realtà in modi diversi».

Alla fine, Tragicomica sembra parlare molto dell’Italia di oggi. Un Paese in cui la politica spesso sembra teatro, dove il confine tra potere e caricatura si fa sempre più sottile e in cui il sarcasmo diventa spesso un meccanismo di difesa. «La mostra inizia con Fontana che scrive Io sono santo e dall’altra parte Io sono una carogna. – conclude Bruni – Secondo me sintetizza perfettamente il momento che stiamo vivendo. È un modo per riflettere in maniera meno oppressa su questo tempo di transizione sociale».

Ed è forse proprio qui che Tragicomica trova il suo significato più forte. Non tanto nel raccontare cosa sia stata l’arte italiana dal dopoguerra a oggi, ma nel suggerire che ridere non significa essere superficiali. A volte è il modo più intelligente, più politico e persino più radicale di guardare il mondo.

Servizio e interviste di Matteo Raffaelli
Foto: Simon d’Exea – Courtesy Fondazione MAXXI

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