Omar Pedrini: «I cattivi maestri a volte funzionano»

'Dai Timoria ad oggi' è lo spettacolo che Omar Pedrini porterà al Castello Sforzesco di Milano. La nostra intervista.
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Si intitola Dai Timoria ad oggi il concerto-evento che Omar Pedrini terrà con la sua band giovedì 19 agosto al Castello Sforzesco di Milano, nell’ambito dell’Estate Sforzesca 2021. Un palco affascinante e agognato da Omar, che – pur essendo a riposo dopo gli interventi a cuore aperto – è già tornato live con lo spettacolo Quando siete felici fateci caso, un reading con chitarra tratto da Kurt Vonnegut.

«In passato ho creduto di dover scegliere tra le mie due anime. – dice subito Omar – Non ho mai saputo comprendere se la mia natura fosse quella del rockettaro trasgressivo o quella dell’appassionato di teatro. Ho sempre alternato i concerti folli dei Timoria con l’aspetto più letterario. Parlo dell’era pre-digitale. Erano anni in cui si sperimentava molto. Mi tocca citare Vonnegut che ho portato sul palco da poco. Lui diceva Se pensate a un ottimo professore che vi ha aiutato nella vita sappiate che è una ricchezza. Mi ci sono rivisto perché devo alcune mie passioni proprio ai miei professori».

Dai Timoria ad oggi, del resto, il mondo è cambiato tantissimo. E con esso sono cambiate la società, l’arte, la musica.

«Alcuni artisti ce la fanno a separarsi dal contesto in cui vivono, ma per me è impossibile. Nel 1989 ho fatto un concerto a Roma con i Timoria. Recitai una poesia di Pasolini e dal fondo del piccolo locale gridarono A’ Gassman, canta!. Fu il mio primo impatto con lo spirito dissacratorio romano. E anche con la difficoltà di proporre cose diverse dalla musica. Oggi, se non leggo, il pubblico me lo chiede. Vedi come sono cambiati i tempi?».

Siamo, del resto, negli anni ’90. «Abbiamo fatto un po’ pionierismo».

«Pensa che il premio della critica a Sanremo per i Giovani fu introdotto dopo la nostra eliminazione. – ricorda Omar Pedrini – Grazie a quella canzone, L’uomo che ride, venne istituito. Quest’anno era il trentennale di quel premio e hanno vinto i Måneskin. Il rock italiano è andato in tutto il mondo. Bravi ragazzi, missione compiuta! Con un po’ di presunzione, ci ho visto una parte di me. È bello vedere che il rock è accettato e vince in luoghi dove prima era vietato».

Omar Pedrini, i Timoria e gli anni ’90

Parliamo di tempi apparentemente lontanissimi con Omar. Del brano 2020 («Fu profetico»), di come i R.E.M. appena un anno prima rilasciarono Monster.

«Il rock non è solo trasgressione, aveva una sensibilità che altre forme di arte non avevano. – precisa Pedrini – I cattivi maestri a volte funzionano».

«Serve un po’ di coraggio, ma l’arte credo e spero che si stia capendo. – continua – Nonostante quest’anno i governi si siano dimenticati della musica. Abbiamo preso consapevolezza di quanto il governo ci consideri intrattenimento e non cultura. Un disco di De André è più cultura di un film di Natale o di tanti lavori lavori pessimi. Mi ha fatto male. Oggi è di moda allargare le arti, eppure la musica e il cinema hanno avuto una mazzata incredibile. Non mi arrendo. L’arte la immagino come figlia della stessa sorgente».

Dai Timoria ad oggi, lo show al Castello Sforzesco

Proiettandoci verso il presente, Omar Pedrini porterà la sua arte al Castello Sforzesco, «un luogo importante».

«Sono un provinciale, ma Milano è la città che ha fatto sentire a casa tanti come me. – ci dice – Suonare nel Castello è un sogno che ho sin da ragazzino. Porterò un concerto autobiografico, dalle prime canzoni che ho scritto per i Timoria a quelle dei dischi solisti. Racconterò la mia storia in musica. Se fosse arte lo chiamerebbero un concerto antologico. Il palco mi manca. Da pirla ho lasciato la televisione, ma il richiamo del palco era troppo grande».

«Il rock di Omar si è evoluto, passo dopo passo. Ne sono felice perché tendo sempre più a togliere. Facevo tanti assoli da ragazzino, ma l’ego lascia il posto alla musica».

I giovani di oggi e il mondo che verrà

Sul finale della nostra chiacchierata, Omar Pedrini si sofferma a parlare delle nuove generazioni, della loro musica, della loro disillusione. Del resto, la curiosità lo ha portato anche ad insegnare all’Università Cattolica di Milano.

«Gli alunni mi ringraziano ed è il piacere più grande che possa avere un insegnante. – ci dice – Ma sono io che ringrazio loro per gli stimoli continui. Io ho grosse speranze in loro. Chi ha più di 40 anni spesso dice che siamo migliori. Io dico di no. Sono nato incendiario e morirò piromane, quindi dico che i ragazzi di oggi sono una bomba e hanno bisogno di fiducia. Sono straordinari».

Proprio come accadde con il punk, del resto, anche oggi rinfacciamo loro «la mancanza di contenuti».

«Io rispondo che anche questo va capito. Non hanno un futuro. E poi hanno un pianeta che sta morendo, non hanno fiducia nella natura. La natura è matrigna, non più madre. Di cosa vuoi che parlino nelle canzoni? Usano la leggerezza. Penso al successo bellissimo e battistiano di Colapesce e Dimartino. I giovani hanno bisogno di Musica Leggerissima. Perché se pensano continuamente anche con le canzoni, si suicidano. Devono alleggerire il fardello che hanno ereditato. Non meravigliamoci, la musica esprime sempre il suo tempo. Il loro è un disimpegno malinconico, non è punk come negli anni ’70. Vivono alla giornata, credo che sia giusto che sia così. Magari ci sarà un’evoluzione».