In un tempo dominato dalla sovrabbondanza di immagini, la fotografia continua a interrogare il nostro rapporto con il mondo. Ma che cosa ci racconta (di noi stessi, della società, degli altri, della natura)? Con il suo linguaggio ambiguo e potente, tra documentarismo e invenzione, l’arte dello scatto si aggiorna nella tecnica e nella sua capacità di approfondimento. Per diventare, da una parte, specchio del sé e, dall’altra, sguardo sul reale. Proprio lungo questo doppio binario si snoda 100 fotografie per ereditare il mondo, nuova mostra al Mudec – Museo delle Culture di Milano fino al prossimo 28 giugno.
Curata da Denis Curti in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti, l’esposizione propone un percorso che attraversa due secoli di storia della fotografia attraverso una selezione di immagini emblematiche. Il progetto espositivo – prodotto da 24 ORE Cultura con il sostegno di Zurich come Main Sponsor e il supporto di Turisanda1924 – vuole essere un invito a riflettere sul significato stesso di “ereditare il mondo” tra tecnologia radicali, crisi ambientali, tensioni geopolitiche e una continua saturazione visiva.
La selezione delle immagini non segue una rigida gerarchia tra valori estetici, storici o politici. Al contrario, il progetto curatoriale propone un grande mosaico visivo in cui ogni fotografia contribuisce a costruire una narrazione più ampia: quella dell’esperienza umana e della sua rappresentazione attraverso l’obiettivo.
Abbiamo incontrato il curatore Denis Curti per approfondire il senso di questa mostra e il ruolo della fotografia nell’epoca dell’immagine infinita.
La nostra intervista
Genesi e percorso della mostra
Partendo dalla genesi della mostra, Curti spiega che «il percorso parte dalla pre-fotografia, cioè dal desiderio – ancora prima che esistesse la fotografia – di fermare la realtà. Cominciamo, infatti, con una magnifica lanterna magica del 1820, utilizzata per raccontare storie attraverso immagini: uno dei primi momenti in cui narrazione e immagine si incontrano. Da lì passiamo ai primi procedimenti fotografici – dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e silhouette – fino ad arrivare al 1826, quando Nicéphore Niépce realizza la prima fotografia. E quest’anno ricorrono proprio i 200 anni da quell’invenzione».
«Il passaggio è straordinario – prosegue il curatore – si passa da una società quasi priva di immagini a un linguaggio che permette finalmente la replica, cioè la possibilità di produrre più copie della stessa immagine. E in mostra ci sono anche veri gioielli: fotografie originali di Nadar e di Julia Margaret Cameron, immagini rarissime provenienti da collezionisti italiani. È importante sottolinearlo: in Italia esistono collezioni private straordinarie, spesso poco conosciute».
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L’intero materiale raccolto «si sviluppa poi in cinque sezioni, dove il linguaggio fotografico viene declinato come finzione, realtà e documento, fino ad arrivare alla fotografia come bussola per orientarsi nel presente. In un momento storico complesso come questo – con conflitti così vicini – diventa fondamentale capire la complessità del mondo che dobbiamo ereditare».
In quest’ottica, si alternano immagini che raccontano momenti di intimità a testimonianze sul contesto sociale. «La distinzione tra dimensione interiore e dimensione esterna deriva da una citazione fondamentale per noi. Quella di John Szarkowski, che parlando della fotografia americana introdusse due categorie: i fotografi mirror e i fotografi window, cioè i fotografi specchio e i fotografi finestra.
I primi – prosegue Curti – utilizzano la fotografia per guardare dentro se stessi: è una fotografia quasi terapeutica, che indaga l’identità, l’interiorità, spesso attraverso autoritratti. I secondi, invece, invece guardano il mondo: viaggiano, osservano, raccontano ciò che accade fuori. In questo senso ereditano anche lo spirito del Grand Tour, quando quando Maxime Du Camp viaggiava insieme a Gustave Flaubert, esplorando il mondo e documentandolo».
Introspezione e testimonianza
Cosa unisce queste due prospettive? «Da entrambe queste dimensioni emerge un principio importante: noi vediamo soltanto ciò che conosciamo. Per questo molte di queste immagini sono il frutto di una grande consapevolezza progettuale. Torna, così, anche il pensiero di Marcel Duchamp, secondo cui spesso conta più il progetto dell’opera stessa».
«Un esempio emblematico – ci racconta il curatore – è la fotografia di Lee Miller nella vasca da bagno di Adolf Hitler. In quell’immagine Miller diventa soggetto della fotografia: lo scatto è realizzato da un collega, ma la scena è costruita da lei. Entrare nella vasca del Führer significa affermare simbolicamente: siamo arrivati fino qui, abbiamo vinto. È anche un gesto di liberazione, quasi a voler lavare via la polvere e il peso dell’Olocausto che aveva documentato come fotografa di guerra. Oggi quell’immagine è diventata un simbolo ed è, paradossalmente, un’immagine che parla di pace».
Certo, in un’epoca che ci bombarda di immagini il valore artistico della fotografia diventa dirimente. «È una questione molto importante. La differenza sta soprattutto nella consapevolezza. Tutti noi oggi scattiamo fotografie, spesso con il telefono. Ma con quale obiettivo? Con quale destinazione?», si interroga Curti. «Faccio sempre un paragone semplice: tutti cuciniamo ogni giorno, ma questo non significa che siamo chef. Allo stesso modo tutti scattiamo immagini, ma non tutte hanno un progetto artistico dietro».
«Gli artisti e le artiste, invece, hanno molto chiaro lo scopo delle loro immagini e la destinazione a cui vogliono arrivare. Non spetta a noi decidere cosa sia arte e cosa non lo sia: sarà la storia a stabilirlo. Alcune immagini durano nel tempo, altre no. In questa mostra abbiamo scelto circa cento fotografie – qualcuna in più – che crediamo possano dialogare con il pubblico. Se queste immagini riusciranno a creare un dialogo con chi le guarda, allora forse avremo sfiorato il senso dell’arte.
In ogni caso la fotografia, come tutta l’arte, dovrebbe continuare a mantenere una funzione inquieta: scuotere le coscienze, allertarci, farci riflettere. – conclude – Non è necessario che ogni immagine sia un capolavoro. Ciò che conta è che questa funzione resti viva, chiara e precisa».
100 fotografie per ereditare il mondo
Mudec – fino al 28 giugno 2026
Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 – 19.30 / Gio, Sab 9.30-22.30
Biglietti: Intero € 15 | Ridotto € 13
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.
Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati