Incontrare Antonio Presti significa misurarsi con un’idea radicale di arte: non oggetti da contemplare, ma comunità da trasformare. Dalla Fiumara d’Arte a Librino, la bellezza come resistenza alla dittatura dell’ignoranza.
Quando mi trovo davanti ad Antonio Presti, mi è chiaro che non sto intervistando solo un artista o un mecenate. Sto ascoltando qualcuno che ha provato a rovesciare il tavolo del sistema dell’arte e, insieme, a ridisegnare il rapporto fra bellezza, territorio e comunità.
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A un certo punto della nostra conversazione pronuncia una frase che mi rimane addosso: «Ecco, l’unica opera d’arte ancora oggi che possiamo restituire all’umanità è la possibilità a ognuno di noi di sentirci opera». In queste parole c’è già tutta la rivoluzione di Presti: l’arte non come oggetto, ma come processo condiviso, come possibilità di riconoscersi parte di qualcosa di più grande.

Sentirsi opera: dall’Atelier sul Mare alla vita quotidiana
Presti racconta di come questa visione abbia preso forma concreta nell’esperienza dell’albergo-museo: «l’albergo ha rigenerato questa appartenenza anche nella contemporaneità di non creare un museo d’arte contemporaneo come scatola chiusa, ma di dare alla fruizione dell’arte quella possibilità di essere anche nella vita di tutti i giorni, quindi la camera di un albergo».
L’Atelier sul Mare, nato a Castel di Tusa, è stato esattamente questo: un museo-albergo di arte contemporanea in cui 24 stanze sono state realizzate da artisti internazionali, pensate perché gli ospiti potessero diventare essi stessi componente dell’opera. Non più solo spettatori: chi dorme in quelle camere entra fisicamente e simbolicamente dentro l’opera, si misura con i suoi spazi, le sue luci, i suoi silenzi.
È un’estensione naturale di ciò che la Fondazione Antonio Presti racconta di sé: «Museo – Albergo di arte contemporanea, Atelier sul Mare è luogo degli outsider, degli artisti, dei poeti, di chi cede alle tentazioni. […] Un museo vivo, dove il rapporto del visitatore con l’opera non è di sola contemplazione ma soprattutto di esperienza emozionale». La semina, per usare una delle immagini care a Presti, avviene in una camera d’albergo, nei gesti minimi di chi si appropria di uno spazio e se ne lascia trasformare.
Eppure, mi dice quasi sottovoce: dopo che l’albergo si è storicizzato, la tentazione del riconoscimento è diventata un pericolo. «Io sono un pochettino eretico nella mia esistenza, e per non perdere l’eresia l’eretico non deve accettare mai il riconoscimento, qualunque tipo di riconoscimento». È qui che capisco quanto, per lui, la coerenza valga più di qualsiasi premio.

Fiumara d’Arte, il più grande museo a cielo aperto d’Europa
Questa eresia nasce da lontano. All’inizio degli anni Ottanta, dopo la morte del padre, Antonio Presti torna a Tusa a dirigere il cementificio di famiglia e affida allo scultore Pietro Consagra un’opera in sua memoria. Nasce così La materia poteva non esserci, scultura che diventa la prima pietra di un progetto molto più ampio: Fiumara d’Arte.
Nel 1986 prende forma l’Associazione Culturale Fiumara d’Arte e, lungo il torrente Tusa, in provincia di Messina, iniziano ad arrivare artisti come Paolo Schiavocampo, Tano Festa, Antonio Di Palma, Italo Lanfredini, Hidetoshi Nagasawa, Piero Dorazio, Graziano Marini, Mauro Staccioli. Opere monumentali disseminate fra monti Nebrodi e mare, su un’area di oltre venti chilometri, fino a fare della Fiumara uno dei parchi di sculture più grandi e importanti d’Europa, «il museo d’arte contemporanea a cielo aperto più grande d’Europa», come viene ricordato nelle ricostruzioni sulla sua storia.
C’è un itinerario che unisce la Materia poteva non esserci alla Finestra sul Mare di Tano Festa, dal Labirinto di Arianna alla Piramide 38º Parallelo di Mauro Staccioli, fino al Museo Domestico di Pettineo nato dall’esperienza di Un chilometro di tela, quando un’unica lunghissima tela venne dipinta da artisti invitati e poi tagliata e donata alle famiglie del paese, trasformando le case private in un museo diffuso.
Ma Fiumara d’Arte è anche, e forse soprattutto, una lunga e paradossale vicenda giudiziaria. Le opere vengono perseguite come se fossero abusivismo edilizio: si arriva a ordinanze di demolizione, sentenze di condanna, ricorsi, fino al 2006, quando una legge regionale riconosce finalmente il Parco di Fiumara d’Arte come «percorso turistico culturale» da salvaguardare e promuovere. Da ex imputato, Presti diventa accusatore pubblico quando, nel 2005, copre con un telo blu la Finestra sul Mare e scrive, in diverse lingue, la parola “chiuso”, denunciando l’abbandono del parco e costringendo le istituzioni a prendersene carico.
È la dimostrazione plastica di quella che lui stesso chiama una «semina spirituale» che deve ripetersi «per le stagioni e le generazioni future», nel segno di una bellezza che non è mai neutra, ma sempre civile ed etica.
Librino, Etna e la semina spirituale
L’intuizione della Fiumara si allarga, negli anni, a tutta la Sicilia contemporanea. La Fondazione racconta come, alla fine degli anni Novanta, Presti abbia scelto il quartiere di Librino, nella periferia di Catania, come campo d’azione per un grande progetto di rigenerazione urbana e sociale. Qui nascono opere come La Porta della Bellezza, La Porta delle Farfalle, Il Cantico di Librino, fino alla Porta dei Sogni con il Muro dei Sogni e altre installazioni condivise con migliaia di abitanti.
Si tratta di bassorilievi in terracotta, installazioni fotografiche, luci e ombre che trasformano palazzi e spazi pubblici in un museo a cielo aperto. Ogni opera porta con sé numeri che raccontano il coinvolgimento della comunità: abitanti, studenti, famiglie, tutti chiamati a diventare coautori di una narrazione diversa del proprio quartiere.
In parallelo, la Fondazione sviluppa progetti come Controesodo, pensato per contrastare l’emorragia di giovani che lasciano i territori, e il G37 Summit della Poesia, che mette al centro l’area jonico-etnea con poeti, scuole, performance diffuse fra i comuni del territorio. Nel progetto Etna, la Fondazione lavora con i belvedere e i centri urbani del parco dell’Etna, dell’Alcantara e della Val Simeto per costruire percorsi artistici, culturali, turistici e ambientali che siano simboli di una rinascita civile.
In ogni caso, il paradigma resta lo stesso, dichiarato con chiarezza dalla Fondazione: «Il futuro sostenibile, la democrazia, l’economia, si possono garantire soltanto attraverso un percorso di conoscenza. (…) Per consegnare Conoscenza non c’è bisogno di denaro, c’è bisogno soltanto del cuore». È la traduzione, in azioni sul territorio, di ciò che Presti mi dice nell’intervista.

La dittatura dell’ignoranza e il potere dell’algoritmo
Quando il discorso si sposta sul presente, il tono di Presti si fa più duro. «In questo momento il sistema mondiale sta lavorando per analfabetizzare sia come conoscenza e anche come emozione tutti i ragazzi della nostra amata terra», mi dice. E aggiunge: «Ma è il buio più pericoloso in qualunque contemporaneità che è la dittatura dell’ignoranza».
È una denuncia radicale che non risparmia nessuno: né la politica che «non vuole investire in cultura perché non vuole investire nella visione del futuro», né il potere tecnologico che chiama in causa direttamente: «Da questa oscurità che viene dettata dall’ignoranza, da questa violenza del potere tecnologico e dell’algoritmo e di questa specie di intelligenza artificiale che non può governare le coscienze dell’umanità».
Nel suo racconto, la tecnologia non è il nemico in sé, ma lo diventa quando si sostituisce alla coscienza, quando riduce la complessità a calcolo, quando spegne quel potere che per lui è il più grande fra tutti: «Quando si spegne la luce della conoscenza, che è il potere più grande che l’uomo ha a disposizione, l’unico bene comune che aumenta nella nostra vita si chiama il sapere. Più lo consegniamo con il cuore, più lui aumenta».
È lo stesso Presti che, biograficamente, ha rifiutato incarichi e riconoscimenti politici quando li ha sentiti incompatibili con questa visione. E che continua a definirsi «eretico» rispetto a qualsiasi sistema dell’arte: «L’artista eretico, quello vero, quello doc, non può entrare mai in qualunque sistema dell’arte». La sua eresia non è postura, ma scelta di campo: tenere l’arte fuori dalle logiche dell’ego e del facile arricchimento, come ribadisce anche la Fondazione, e ricondurla a una responsabilità pubblica.
Giovani, territori e la visione della bellezza
C’è un passaggio dell’intervista che, da direttore, sento particolarmente urgente. Parliamo di giovani, di migrazioni interne, di territori che si svuotano. «In questo momento quando parliamo fra di noi, soprattutto i ragazzi, i giovani, che nella prima istanza dicono che se ne vogliono andare dai territori, dai piccoli borghi», osserva Presti.
Ma poi ribalta la narrazione dominante: «Non è che i giovani se ne vogliono andare, i giovani hanno in questo momento di mancare la visione». Non è una colpa generazionale, è una responsabilità collettiva: se non siamo in grado di offrire una prospettiva, una bellezza da costruire insieme, l’unica via apparentemente possibile diventa l’andare via.
Per questo, insiste, «in qualunque momento della nostra vita quello che non dobbiamo spegnere mai è la visione della bellezza». È qui che tutti i tasselli tornano al loro posto: la Fiumara d’Arte come parco di sculture nella valle dell’Halaesa; l’Atelier sul Mare come albergo-museo dove ci si può “sentire opera”; Librino e l’Etna come laboratori di cittadinanza e conoscenza. Non sono progetti isolati, ma variazioni sullo stesso tema.
Raccontare Antonio Presti oggi, dalle pagine di Revenews.it, significa allora riconoscere che uno dei compiti più urgenti per chi fa cultura – dentro e fuori il sistema dei media – è proprio questo: difendere spazi di visione, custodire la luce della conoscenza, rimettere le persone al centro dell’opera. Non come pubblico passivo, ma come comunità che, nel momento stesso in cui si guarda, comincia a trasformarsi.

Foto: Ufficio Stampa
