Ogni volta che torno alla Biennale di Venezia ho la stessa sensazione. Cammino tra i padiglioni dei Giardini, entro all’Arsenale, ascolto lingue provenienti da tutto il mondo e mi sembra di stare dentro uno dei grandi centri culturali globali del presente. Curatori internazionali, artisti, collezionisti, direttori di museo, giornalisti stranieri, fondazioni, università. Tutti guardano Venezia come un punto centrale del dibattito contemporaneo.

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Poi accendo la televisione italiana. E la Biennale quasi scompare.

È una distanza che colpisce. Perché la Biennale di Venezia non è un evento marginale. È probabilmente una delle piattaforme culturali più influenti al mondo. Eppure nei media italiani tradizionali, soprattutto in televisione, continua a essere trattata come un contenuto secondario, elitario, spesso confinato a pochi minuti nei telegiornali o a rubriche culturali viste da una nicchia molto ristretta.

La cosa sorprendente è che la Biennale parla esattamente del presente. Non solo di arte.

Passeggiando tra le mostre si incontrano opere che affrontano intelligenza artificiale, guerre, crisi ambientale, migrazioni, identità culturali, tecnologia, rapporto tra uomo e macchina, colonialismo, memoria collettiva. Temi che ogni giorno occupano giornali, talk show e dibattiti televisivi. Ma quando questi stessi temi passano attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, improvvisamente sembrano sparire dal radar mediatico italiano.

Negli ultimi anni ho notato una presenza sempre più forte di televisioni e media internazionali. BBC, Arte, televisioni francesi, tedesche, americane. Arrivano con troupe strutturate, producono interviste, approfondimenti, documentari brevi, contenuti digitali pensati anche per i social. Molti creator indipendenti stranieri riescono persino a raccontare la Biennale meglio delle grandi reti italiane.

In Italia invece continua a esistere una sorta di barriera invisibile attorno all’arte contemporanea. Come se fosse ancora un linguaggio per addetti ai lavori. Troppo difficile. Troppo lontano dal pubblico generalista.

Eppure non è vero.

Il problema spesso non è il contenuto. È il modo in cui viene raccontato.

La moda è diventata popolare grazie allo storytelling. Il design è entrato nelle case attraverso i media. Anche la cucina è stata trasformata in narrazione contemporanea. L’arte invece continua a essere raccontata con un linguaggio distante, istituzionale, freddo. La televisione italiana raramente costruisce un racconto emotivo o umano attorno agli artisti e alle opere.

Alla Biennale invece ci sono storie incredibili.

Ci sono padiglioni che parlano di paesi in guerra. Artisti che lavorano sulla memoria familiare. Installazioni immersive che affrontano il cambiamento climatico. Intere nazioni che usano l’arte come strumento geopolitico. È materiale narrativo potentissimo.

Il vero paradosso è che la Biennale produce immagini perfette per il linguaggio contemporaneo dei media digitali. Video brevi, installazioni monumentali, esperienze immersive, architetture visive, performance. Tutto ciò che oggi funziona online.

E infatti lo spazio lasciato libero dalla televisione tradizionale viene occupato sempre di più da magazine indipendenti, creator, piattaforme digitali e progetti editoriali verticali. Realtà capaci di usare un linguaggio più accessibile e contemporaneo.

Credo che oggi esista un’occasione molto concreta per chi fa editoria culturale in Italia. Costruire un nuovo racconto della Biennale. Meno accademico, meno distante, più vicino alle persone. Far capire perché un’opera conta. Perché un artista viene invitato a Venezia. Perché certe immagini riescono a raccontare il nostro tempo meglio di molti dibattiti televisivi.

La Biennale non dovrebbe essere percepita come un evento elitario. Dovrebbe essere raccontata come uno specchio del presente.

E forse il vero problema non è che la Biennale sia distante dal pubblico italiano.

Forse è la televisione italiana ad essere diventata distante dalla contemporaneità.

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