Non soltanto canzoni e romanzi. Il cantautore scrisse storie di fantascienza con Bonvi, collaborò con Magnus e diventò il modello di un robottino spaziale.

Di un incontro con Francesco Guccini mi è rimasto anche il ricordo di una vignetta regalata ai giornalisti e poi perduta. Correva l’anno 2017 e, all’Osteria delle Dame di Bologna, Guccini presentava il cofanetto L’Ostaria delle Dame negli spazi dello storico locale appena riaperto dopo trentadue anni di chiusura. Ricordo che trovarmi di fronte al cantautore mi intimidiva: parlava senza filtri di musica, società e politica. Il lato che tuttavia mi sorprese di più fu proprio quel piccolo poster con una vignetta, che eccezionalmente gli chiesi di firmarmi. Ancora più forte, dunque, è il rimpianto di averlo perso nei miei mille traslochi. Quell’omaggio disegnato è oggi particolarmente adatto a raccontare un lato meno conosciuto del cantautore: Guccini non si limitava a leggere fumetti. Li scriveva e, qualche volta, finiva dentro le loro tavole

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Francesco Guccini, Bonvi e le Storie dello spazio profondo

Quella per il fumetto era una passione antica. Guccini raccontava di aver amato fin da ragazzo Paperino e le storie di Carl Barks, nonostante il padre temesse che i fumetti potessero allontanarlo dai libri. Avvenne il contrario: immagini, letteratura, canzoni e cultura popolare finirono per convivere nella formazione di un autore che non riconobbe mai confini troppo rigidi tra i linguaggi. Il suo incontro più importante con le nuvole parlanti nacque dall’amicizia con Bonvi, pseudonimo di Franco Bonvicini, creatore delle Sturmtruppen e di Nick Carter. I due si conobbero nella Modena degli anni Sessanta, tra musica beat, discussioni politiche, scherzi e progetti creativi. Condivisero anche il servizio militare e un’ironia insofferente verso l’autorità, le gerarchie e ogni forma di retorica.

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Tra il 1969 e il 1970 realizzarono insieme Storie dello spazio profondo, una serie di sette racconti fantascientifici pubblicati inizialmente sulla rivista Psyco e riuniti per la prima volta in volume nel 1972. Non tutte le sette storie, però, nacquero davvero a quattro mani: cinque furono scritte insieme, mentre le restanti due Bonvi le realizzò da solo, perché Guccini nel frattempo si era volatilizzato negli Stati Uniti per una vicenda sentimentale (episodio che lo stesso cantautore avrebbe poi raccontato in 100, Pennsylvania Ave.). Pur di completare la serie, Bonvi arrivò a rielaborare liberamente alcuni spunti di Robert Sheckley, cosa che Guccini avrebbe in seguito definito, con la sua consueta ironia, «una vera e propria antologia del furto».

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«Il robottino sfigato»

Al centro delle avventure c’era comunque una coppia modellata direttamente sui due autori. Bonvi si disegnò come un avventuriero spaziale biondo, sgangherato e quasi sempre reduce da una sbornia. A Guccini riservò invece le sembianze di un piccolo robot loquace, pedante e tutt’altro che innocuo. «L’eroe era lo stesso Bonvi che si autodisegnava, bello, biondo, io ero il robottino, un po’ sfigato», raccontò lo stesso Guccini a proposito del progetto. La caricatura funzionava perché nasceva da una complicità reale. L’eroe umano attraversava lo spazio con una sicurezza spesso smentita dai fatti. Il robot osservava, commentava e correggeva, trasformandosi in una specie di coscienza ironica della coppia. Guccini entrava così nel fumetto senza diventare un protagonista celebrativo: era una macchina brontolona, saccente e un po’ sfortunata.

Una fantascienza satirica prima di Star Wars

Storie dello spazio profondo precede di diversi anni Star Wars, arrivato nei cinema nel 1977, e contiene già alcuni elementi che sarebbero diventati familiari nella fantascienza popolare: il vagabondo intergalattico, il compagno robotico, i mondi lontani e un universo attraversato più da traffici, inganni e interessi economici che da nobili ideali. L’obiettivo di Guccini e Bonvi, però, non era costruire una mitologia eroica. Lo spazio diventava un fondale sul quale proiettare i difetti della Terra. Le storie prendevano di mira il militarismo, il consumismo, la pubblicità, l’avidità e il desiderio di potere. La fantascienza permetteva ai due autori di deformare il presente fino a renderne visibili gli aspetti più assurdi.

mostra Guccini Reggio Emilia

Il tono era leggero, ma lo sguardo non era affatto innocente. La stessa attitudine attraversava, con strumenti differenti, le canzoni di Guccini e le strisce di Bonvi: entrambi diffidavano delle versioni ufficiali, dei vincitori troppo sicuri di sé e delle autorità incapaci di vedere il ridicolo delle proprie regole. I sette episodi continuarono a circolare ben oltre la prima pubblicazione. Furono riproposti negli Oscar Mondadori nel 1979, da Granata Press nel 1991, in un’edizione restaurata di Rizzoli Lizard nel 2010 e nuovamente da Mondadori Comics nel 2016. Il loro ritorno periodico conferma quanto quell’esperimento, nato dal divertimento di due amici, abbia conservato la propria identità.

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La collaborazione tra i due, del resto, non si esaurì lì: tornarono a lavorare insieme, fino al 1993, su Cronache del dopobomba, raccolta distopica di racconti a fumetti ambientati in un’umanità sopravvissuta a un conflitto nucleare, per un totale di 74 storie riunite in due volumi da Granata Press. A conferma di quanto quel sodalizio fosse tutt’altro che un episodio isolato.

Non soltanto il robottino di Bonvi

La collaborazione con Bonvi è il capitolo più conosciuto, ma non l’unico. Guccini scrisse anche Vita e morte del brigante Bobini detto Gnicche, disegnato da Francesco Rubino e pubblicato nel dicembre 1980 da Lato Side, nel quale tornava a confrontarsi con un personaggio realmente esistito: il brigante aretino Federico Bobini, detto Gnicche, trasformato dalla memoria popolare in una figura sospesa tra cronaca e leggenda. Collaborò inoltre, senza essere accreditato, alla sceneggiatura della prima storia dello Sconosciuto di Magnus, Poche ore all’alba. Anche questa partecipazione racconta la naturalezza con cui si muoveva tra autori e generi diversi: non l’incursione occasionale di una celebrità, ma il contributo di qualcuno che conosceva il fumetto, ne comprendeva i tempi e sapeva costruire dialoghi e situazioni.

Ritratto fotografico di Francesco Guccini esposto allo Spazio Gerra nel 2026
Ritratto fotografico di Francesco Guccini esposto allo Spazio Gerra nel 2026

Negli anni successivi firmò Barbùn vs. Realtà, con i disegni di Filippo Scozzari, pubblicata sulla rivista Re Nudo nel 1981, e Gerry Pompa, illustrato da Massimo Cavezzali, contenuto nel volume Caro diario. Taccuino visivo del Tenco ’82, curato da Vincenzo Mollica e Sergio Sacchi. Non si tratta di una produzione vasta quanto quella musicale o letteraria, ma è sufficiente a smentire l’idea che il rapporto di Guccini con il fumetto fosse soltanto quello di un appassionato lettore.

Rappresentazioni

Il fumetto, a sua volta, ricambiò l’attenzione. Nel 1981 Vincenzo Mollica gli dedicò un volume, edito da Lato Side, che riuniva testi, articoli, scherzi, materiali meno conosciuti e numerosi omaggi disegnati. La copertina era firmata da Guido Crepax. All’interno comparivano, tra gli altri, Bonvi, Milo Manara, Andrea Pazienza e Sergio Staino.

È significativo che tanti disegnatori abbiano riconosciuto in lui un personaggio prima ancora che un volto celebre. La barba, gli occhiali, il fiasco di vino e l’immagine del cantastorie offrivano elementi immediatamente riconoscibili, ma dietro quella sagoma c’era qualcosa di più: una voce capace di evocare mondi, attraversare epoche e trasformare la memoria in racconto. Prima di diventare un cantautore celebrato, Guccini era stato un ragazzo che leggeva Paperino. Poi uno sceneggiatore di avventure spaziali, il collaboratore di alcuni grandi fumettisti e il modello di un piccolo robot saccente.

Foto Preview: Francesco Guccini con Milo Manara nella chiesa di San Giovanni durante Lucca Comics & Games 2016. Credito: Foto Niccolò Caranti / Wikimedia Commons Licenza: CC BY-SA 4.0.

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