Sebastia entra nella Lista del Patrimonio Mondiale e, nello stesso momento, tra i siti in pericolo. L’iscrizione presentata dalla Palestina accende lo scontro con Israele su archeologia, memoria biblica e controllo della Cisgiordania.

Sebastia è diventata Patrimonio dell’Umanità e sito in pericolo nello stesso giorno. Il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, riunito a Busan, in Corea del Sud, ha approvato la candidatura presentata dallo Stato di Palestina attraverso una procedura d’emergenza, nonostante l’opposizione di Israele. L’iscrizione non è soltanto un riconoscimento. È soprattutto un allarme.

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Situata su una collina a nord-ovest di Nablus, nella Cisgiordania occupata, Sebastia conserva oltre tremila anni di storia in un’area nella quale tutela archeologica, controllo del territorio e identità nazionale sono ormai impossibili da separare. La domanda, quindi, non riguarda soltanto chi debba proteggere colonne, mura e resti di antichi edifici. Riguarda quale storia debba essere raccontata attraverso di essi.

Perché Sebastia è diventata patrimonio UNESCO

L’UNESCO ha riconosciuto Sebastia in base al criterio III, assegnato ai luoghi che conservano una testimonianza eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà. La sua particolarità non risiede in una singola epoca, ma nella possibilità di leggere ancora oggi le diverse città costruite l’una dentro l’altra. Nell’età del ferro, il sito – allora conosciuto come Samaria – fu un importante centro politico e divenne poi una roccaforte ellenistica. Nel 27 a.C. Erode il Grande ricostruì la città e la chiamò Sebaste in onore dell’imperatore Augusto. In età romana furono realizzati templi, uno stadio e il teatro di cui restano ancora le tracce.

Durante il periodo bizantino Sebastia perse parte del suo peso politico, ma divenne sede vescovile. La tradizione cristiana e quella islamica identificano inoltre il luogo con la sepoltura di Giovanni Battista: la moschea di Nabi Yahya incorpora ancora oggi parti della cattedrale costruita dai Crociati. Alle fasi medievali si aggiungono le testimonianze ayyubidi, mamelucche e ottomane, quando Sebastia era uno dei cosiddetti Villaggi del Trono. A differenza di molte città abitate senza interruzione, dove le costruzioni più recenti hanno cancellato o coperto quelle precedenti, qui i diversi sistemi politici, religiosi e urbani sono rimasti fisicamente collegati e relativamente leggibili. È proprio questa convivenza, secondo la decisione del Comitato UNESCO, a rendere Sebastia un caso eccezionale nel Levante.

Il suo valore sta dunque nel fatto che comprende la città ellenistica, quella romana, il centro bizantino, il luogo sacro condiviso da cristiani e musulmani e il villaggio palestinese contemporaneo.

Perché Sebastia è anche un patrimonio in pericolo

La procedura d’emergenza permette all’UNESCO di intervenire quando un bene di valore universale si trova davanti a minacce gravi e immediate. Nel caso di Sebastia, il pericolo indicato più chiaramente riguarda il progetto israeliano di espropriazione dei terreni e la creazione del Parco nazionale di Samaria, o Shomron, nella parte occidentale dell’area archeologica. Secondo il Comitato, l’intervento potrebbe dividere fisicamente il sito.

Alla fine del 2025 Israele ha annunciato un piano per acquisire circa 1.800 dunam, equivalenti a circa 180 ettari, attorno all’area archeologica. Le autorità israeliane sostengono che il progetto serva a sviluppare e proteggere il luogo anche dai saccheggi. Le istituzioni palestinesi e gli abitanti di Sebastia lo considerano invece uno strumento per sottrarre terreni, limitare l’accesso agli uliveti e rafforzare il controllo israeliano sulla zona. La gestione è resa ancora più complessa dalla divisione stabilita dagli accordi di Oslo: parte del sito ricade nell’Area B, sottoposta all’amministrazione civile palestinese e al controllo di sicurezza congiunto, mentre un’altra parte si trova nell’Area C, sotto il pieno controllo israeliano.

L’UNESCO segnala anche erosione, crescita della vegetazione, esposizione prolungata dei resti, pressioni urbanistiche e difficoltà di coordinamento. Non è stato inoltre possibile svolgere una missione tecnica completa prima dell’iscrizione, proprio a causa delle condizioni sul territorio. Per questo il Comitato ha chiesto una valutazione dello stato di conservazione, un nuovo sistema di monitoraggio e una gestione capace di coinvolgere maggiormente le comunità locali. Nella sua comunicazione ufficiale, l’organizzazione definisce l’integrità di Sebastia «altamente vulnerabile».

Perché Israele contesta la decisione

Israele non riconosce la validità delle candidature presentate dalla delegazione palestinese all’UNESCO e considera l’iscrizione una decisione politica. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha accusato la Palestina di voler oscurare il legame ebraico con il territorio, affermando che il voto di un’organizzazione internazionale non può cambiare la storia. La posizione palestinese parte da un presupposto opposto: il riconoscimento internazionale dovrebbe impedire che una sola autorità possa modificare il sito, confiscarne i terreni o selezionare una parte della sua storia escludendo le altre. Le istituzioni palestinesi sperano inoltre che l’ingresso nella Lista in pericolo permetta di mobilitare sostegno e strumenti di tutela internazionali, come riferisce Reuters.

Lo scontro non oppone semplicemente due versioni del passato. Nasce dal modo in cui quel passato viene utilizzato nel presente. È proprio la selezione di una sola fase della storia di Sebastia a trasformare l’archeologia in uno strumento di rivendicazione territoriale. L’iscrizione UNESCO riconosce invece il valore del sito nella convivenza delle sue stratificazioni e nella continuità tra le rovine antiche e la comunità palestinese che ancora oggi abita il luogo. Alon Arad, archeologo israeliano e direttore dell’organizzazione Emek Shaveh, ha accolto positivamente la decisione perché riconosce anche il patrimonio biblico, ma lo colloca accanto alle altre storie del sito e della regione, opponendosi al suo utilizzo come prova di un’appartenenza esclusiva. Una posizione riportata da The Art Newspaper.

L’UNESCO, del resto, precisa che l’iscrizione non stabilisce lo status giuridico del territorio né assegna la proprietà della sua storia. Ma proprio questa neutralità mostra la questione centrale: Sebastia è stata riconosciuta perché le sue epoche restano visibili insieme. Proteggerla dovrebbe significare impedire che una venga cancellata dalle altre. In Cisgiordania, però, persino conservare tutte le storie può diventare un atto politico.

Foto: Il teatro romano di Sebastia, in Cisgiordania. Foto: Ovedc / Wikimedia CommonsCC BY-SA 4.0.

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