L’artista e ingegnere statunitense spiega la copertura cinetica progettata con Carlo Ratti per il Cortile delle Tenaglie: un’architettura ispirata agli origami, capace di aprirsi, ritrarsi e lasciare vedere le stelle.
Il tetto si apre, si ritrae, lascia entrare il sole oppure scompare per mostrare le stelle. Non è soltanto una copertura, ma una struttura capace di reagire alle condizioni atmosferiche e alle esigenze di chi attraverserà il Cortile delle Tenaglie. È il cuore mobile del progetto di AGO, il nuovo polo culturale che nascerà nell’ex Ospedale Sant’Agostino di Modena, e porta la firma di Carlo Ratti e Chuck Hoberman. Artista e ingegnere statunitense, Hoberman lavora da decenni sulle strutture trasformabili, progettando oggetti e architetture che non rimangono immobili, ma modificano forma e funzione. «Costruisco queste strutture trasformabili affinché gli edifici possano cambiare, quasi fossero organismi viventi. In questo modo anche l’edificio diventa più vivo», racconta.
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A mostrare in anticipo il funzionamento della futura copertura è Origami, il modello in scala installato in Piazza Sant’Agostino nell’ambito dell’Estate modenese. Realizzato dalla collaborazione tra CRA–Carlo Ratti Associati, Hoberman Associates e Articulated Artworks, riproduce il movimento della struttura che, entro il 2029, verrà collocata sopra il cortile dell’edificio settecentesco.

Chuck Hoberman: «L’origami è il primo sistema trasformabile»
Il riferimento all’origami non riguarda soltanto l’aspetto della copertura. È il principio geometrico che permette a una superficie di diventare una forma tridimensionale e, attraverso il movimento, di continuare a trasformarsi. «Usare i principi degli origami mi affascina davvero da decenni. – spiega Hoberman – È una pratica con secoli di storia, proprio come il contesto storico del Sant’Agostino, e allo stesso tempo è qualcosa di familiare soprattutto ai bambini. Per me l’origami è il sistema trasformabile originale, perché cambia un foglio piatto in una forma tridimensionale. Poter utilizzare questi principi in questo contesto e all’interno di uno sviluppo così straordinario è davvero un sogno che si avvera».
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L’intervento si confronta però con una questione particolarmente delicata: inserire una struttura tecnologica e mobile all’interno di un complesso storico senza alterarlo. La copertura è stata quindi concepita come un elemento autonomo, capace di entrare in relazione con l’architettura esistente senza imporsi su di essa. «Con l’innovazione ci sono sempre molte sfide, ma inserire questo elemento architettonico e tecnologico in un edificio storico è in realtà perfetto. – osserva Hoberman – Stiamo cercando un modo per appoggiare il tetto sulla struttura esistente, mentre la parte mobile avrà un proprio sistema. È un po’ come inserire un’opera d’arte e poi rimuoverla: in questo caso la struttura può estendersi, ritrarsi e scomparire. È come se vivesse accanto all’edificio, senza esserne realmente influenzata e senza avere alcun impatto su di esso».

Un’architettura da vedere e sentire
La copertura renderà il Cortile delle Tenaglie una piazza riconfigurabile, utilizzabile durante tutto l’anno per mostre, spettacoli, incontri e attività quotidiane. Nelle giornate più calde potrà chiudersi per creare ombra; quando sarà necessario illuminare lo spazio, si ritirerà lasciando entrare la luce naturale. La sua funzione, però, non sarà esclusivamente pratica. Nel lavoro di Hoberman, la formazione tecnica convive infatti con quella artistica. L’ingegneria rende possibile il movimento, ma è l’esperienza prodotta da quel movimento a definire il senso dell’opera.
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«Ho una formazione da ingegnere meccanico e quindi molta familiarità con gli aspetti tecnici, ma in precedenza ho avuto anche una formazione da artista. – racconta – Come artista sento che stiamo cercando di creare un luogo e un’esperienza che non siano soltanto qualcosa da vedere con gli occhi o a cui pensare, ma a cui rispondere emotivamente. Il corpo si sente in modo diverso quando un tetto si muove sopra la testa e poi torna indietro». Una trasformazione percepibile, dunque, prima ancora che comprensibile: «Credo che sarà interessante per chiunque. Potranno avere cinque anni oppure cento, venire da qualsiasi luogo: penso che ci sia qualcosa di universalmente affascinante nella trasformazione e nel movimento».

Dal tetto mobile alla nuova identità di AGO
La struttura progettata da Ratti e Hoberman interpreta anche la visione più ampia di AGO: non un singolo museo, ma un ecosistema nel quale arte, scienza, ricerca, formazione e innovazione possano incontrarsi. Il complesso avrà circa 22mila metri quadrati e farà parte del sistema dei Campi di Modena, che insieme al Palazzo dei Musei raggiungerà una superficie complessiva di circa 43mila metri quadrati. La prima apertura dell’ex Ospedale Sant’Agostino è prevista per l’11 dicembre 2026. In quell’occasione inaugurerà una mostra curata da CRA–Carlo Ratti Associati e Fondazione AGO, con oltre 150 opere provenienti, tra gli altri, dalle collezioni di Fondazione AGO, Università di Modena e Reggio Emilia, Museo della Figurina, Gallerie Estensi e Museo Civico. Circa cinquanta artisti saranno chiamati a confrontarsi con i temi dell’abitare, del curare e dell’esplorare.

Anche la copertura, tuttavia, avrà un valore che supera la propria utilità. «Ci sono aspetti molto pragmatici. – ammette Hoberman – In una giornata calda e soleggiata puoi coprirti, ma puoi anche ritrarre la struttura quando vuoi far entrare la luce o vedere le stelle. Francamente, però, si tratta anche e soprattutto di ispirazione». È qui che il tetto mobile diventa l’immagine dell’intero progetto: un edificio storico che non viene semplicemente conservato, ma preparato a cambiare insieme alla città. «È l’ottimista che è in me a parlare, la persona che guarda al futuro e immagina come le cose possano diventare migliori. – conclude Hoberman – Penso che tutto questo sia, in ogni caso, fonte di ispirazione».
Questo articolo fa parte dello speciale dedicato ad AGO. Leggi la guida completa: AGO a Modena: cos’è, quando apre e che cosa ospiterà.
Foto: Rolando Paolo Guerzoni
