Il presidente ordina cartelli agli ingressi del National Museum of American History per contestarne la ricostruzione della storia americana. Gli allestimenti non cambiano, ma il pubblico sarà invitato a metterne in dubbio l’affidabilità.
Donald Trump ordina l’installazione di cartelli davanti al National Museum of American History dello Smithsonian: segnaleranno ai visitatori le presunte inesattezze delle mostre e indicheranno una versione «corretta» della storia americana. Il contenuto preciso non è ancora noto, ma il messaggio politico è già chiarissimo. Prima ancora di entrare, il visitatore dovrà essere avvertito: ciò che vedrà all’interno del museo potrebbe non essere affidabile. Donald Trump ha firmato il 24 luglio 2026 un ordine esecutivo che dispone l’installazione di cartelli temporanei lungo i marciapiedi e i percorsi utilizzati dal pubblico per raggiungere il National Museum of American History dello Smithsonian, a Washington.
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Non si conoscono ancora la forma della segnaletica, la data in cui sarà collocata né le parole esatte che compariranno davanti agli ingressi. L’ordine stabilisce però quale dovrà essere il suo contenuto: informare i visitatori delle conclusioni raggiunte dalla Casa Bianca, dichiarare che le esposizioni del museo «dovrebbero essere rinnovate» e indirizzare il pubblico verso luoghi e risorse considerati più attendibili per conoscere la storia degli Stati Uniti. Non è ancora una modifica delle opere o degli allestimenti, ma qualcosa che avviene prima. Il governo interviene sulla fiducia dello spettatore, fornendogli una chiave di lettura politica ancora prima che abbia attraversato la porta del museo.
Perché Trump accusa lo Smithsonian?
L’ordine, intitolato Restoring Trust in the Smithsonian Institution, nasce dalla revisione avviata dall’amministrazione Trump nel marzo 2025 e culminata nel rapporto di 162 pagine Saving America’s Story: How Ideological Capture at the Smithsonian Institution’s National Museum of American History Erases Our Heritage. Secondo la Casa Bianca, lo Smithsonian avrebbe smesso di presentare la storia americana come «un’eredità nazionale condivisa» da insegnare e celebrare, trasformandola invece in uno strumento per promuovere la giustizia sociale e una radicale trasformazione della società. La sua attuale dirigenza, afferma senza mezzi termini l’ordine esecutivo, non sarebbe più in grado di raccontare la storia degli Stati Uniti «con onestà e gratitudine».
Nel mirino c’è quindi un modello di museo che non espone soltanto i simboli e le conquiste della nazione, ma ne ricostruisce anche le contraddizioni: schiavitù, discriminazioni razziali, esclusioni sociali, conflitti legati al genere e distanza tra gli ideali fondativi del Paese e la loro applicazione concreta. È proprio questa complessità a essere interpretata dall’amministrazione come una forma di attivismo ideologico e una narrazione insufficientemente patriottica.
Che cosa comparirà davanti al museo
La segnaletica non sarà installata all’interno dello Smithsonian, ma sulle aree di accesso gestite dal National Park Service. La scelta non è secondaria: lo Smithsonian non è sottoposto al controllo diretto della presidenza e viene amministrato da un proprio Board of Regents. L’ordine interviene quindi sullo spazio federale che circonda il museo, affidando il compito al Segretario degli Interni, attraverso il National Park Service. I cartelli dovranno anticipare le conclusioni del rapporto governativo e comunicare che gli allestimenti dovrebbero essere rivisti. Dovranno inoltre indicare risorse alternative dalle quali ottenere informazioni «accurate» sulla storia americana. Quali siano queste risorse, però, non è ancora stato specificato.
Il provvedimento prevede anche una seconda forma di intervento: l’installazione di esposizioni temporanee o altri cartelli destinati a «correggere» le informazioni ritenute inesatte all’interno del museo. La Casa Bianca contesta in particolare il modo in cui il National Museum of American History ha celebrato i 56 firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza nell’anno del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti. Il risultato potrebbe essere una sorta di contro-museo all’aperto: una narrazione governativa collocata davanti all’istituzione incaricata di custodire e interpretare la memoria nazionale.
Lo scontro sulla storia americana
L’ordine è arrivato pochi giorni dopo l’audizione della direttrice del National Museum of American History, Anthea Hartig, davanti a una sottocommissione della Camera. Durante l’incontro, intitolato Rewriting American History: Examining the Smithsonian’s Efforts to Reshape the Past, Hartig ha difeso il metodo curatoriale dell’istituzione e la possibilità di raccontare insieme le conquiste e i fallimenti del Paese. «Esaminare i capitoli più difficili della nostra storia non equivale a essere ostili nei confronti dell’America. – ha dichiarato – Possiamo onorare la Dichiarazione d’Indipendenza, la Rivoluzione, la Costituzione e i nostri simboli nazionali e, allo stesso tempo, dire la verità sui momenti in cui il Paese non è stato all’altezza dei propri ideali fondativi».
Lo Smithsonian e il National Museum of American History non hanno commentato il nuovo ordine. All’inizio di luglio, tuttavia, il segretario dell’istituzione Lonnie G. Bunch aveva ribadito in una comunicazione al personale l’impegno verso «ricerca, apartiticità, indipendenza, accuratezza e integrità».
La polemica supera ormai i confini del singolo museo. Il 20 luglio, quindi prima dell’ultimo ordine di Trump, l’American Alliance of Museums aveva denunciato le possibili conseguenze della pressione politica sullo Smithsonian. Se la ricerca condotta dal principale sistema museale nazionale può essere assoggettata all’influenza del governo, ha osservato l’associazione, «nessun museo è fuori portata». Il precedente potrebbe compromettere l’indipendenza di circa 22.000 istituzioni statunitensi. L’AAM ha invitato anche i cittadini a rivolgersi al Congresso.
Chi decide quale storia è corretta?
Ogni museo seleziona, ordina e interpreta. Anche un’esposizione costruita intorno alla celebrazione della grandezza nazionale rappresenta una scelta curatoriale, non l’assenza di un punto di vista. La questione aperta dall’ordine di Trump riguarda dunque chi abbia il diritto di compiere quella scelta e attraverso quali strumenti possa essere contestata. Un apparato critico, una revisione scientifica o un confronto tra studiosi intervengono sui contenuti e ne rendono verificabili fonti e interpretazioni. Il cartello voluto dalla Casa Bianca compie invece un’operazione diversa: stabilisce preventivamente che il museo non merita piena fiducia e presenta l’autorità politica come garante di una storia più corretta.
The Art Newspaper sottolinea che non è ancora possibile sapere quanto i cartelli saranno visibili né quale aspetto avranno. Ma la loro funzione è già contenuta nell’ordine: non aiutare il pubblico a leggere la mostra, bensì metterne in dubbio l’autorevolezza. Il museo non è stato ancora riscritto. È stato preceduto da un’avvertenza. E, in questo caso, la soglia diventa il luogo in cui si decide quale storia il visitatore sia autorizzato a credere.
Foto: Wikicommons
