Dalla Maremma al Gran Sasso, passando per Siena, Trieste e i porti di Roma: il conduttore racconta la nuova stagione de ‘L’Italia più bella che c’è!’.
Una puntata intera per attraversare un territorio senza fermarsi alle immagini più note. È da questa idea che riparte L’Italia più bella che c’è!, il programma ideato, scritto e condotto da Stefano Bini, disponibile ogni domenica alle 14.30 su La7.it e protagonista anche di due speciali in onda su La7 il 9 e il 16 agosto, in seconda serata.
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Nove tappe costruite intorno a tre parole — cucina, cultura e territorio — conducono dalla Maremma a Trieste, passando per Siena, i sentieri del Gran Sasso, i porti di Roma, Jesolo, Eraclea e Lucca. Il cibo diventa così una chiave per leggere i luoghi, mentre monumenti, paesaggi, tradizioni e storie meno conosciute compongono un racconto volutamente verticale. «In un quarto d’ora non puoi conoscere un territorio», spiega Bini, che porta nel programma tanto la propria esperienza televisiva quanto una storia familiare legata alla ristorazione da sei generazioni.
Come ti sei avvicinato a questa nuova stagione? Si percepisce che per te il programma rappresenta soprattutto una gioia.
«È stata una grande emozione affrontare questa seconda edizione. Il programma va in esclusiva su La7.it e contribuisce quindi allo streaming della rete, che ha ne L’Italia più bella che c’è! il suo prodotto originale. È un progetto fortemente voluto sia da me sia da Urbano Cairo, editore di La7.

La grande svolta di questa stagione è rappresentata anche dai due speciali in onda su La7 il 9 e il 16 agosto, in seconda serata. C’è una grande soddisfazione da parte di tutti e, personalmente, una forte emozione perché siamo riusciti a raccontare situazioni inedite. Non erano mai stati presentati in questo modo, per esempio, i porti di Roma: Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta. Il nuovo amministratore delegato li ha in parte rivoluzionati sia come destinazioni sia dal punto di vista architettonico e noi abbiamo avuto la possibilità di entrare in esclusiva nei Porti di Roma.

Abbiamo poi esplorato alcuni sentieri del Gran Sasso ancora poco raccontati. Per me è una felicità incredibile. Nel programma unisco la mia tradizione familiare al mio percorso professionale: provengo da una famiglia di ristoratori da sei generazioni e, dopo le esperienze alla Warner Bros. a Londra, Discovery Italia, Rai e ora La7, posso mettere insieme il mio DNA familiare e il mio lavoro. Unisco cucina, cultura e territorio alla mia professione artistica. Più di così non potrei chiedere».
L’Italia, quando si parla di cultura, cibo e territori, sembra quasi inesauribile. È difficile scegliere i luoghi e costruire il piano del racconto?
«Studiare il piano del racconto non è tanto difficile. La vera sfida è evitare l’effetto déjà-vu rispetto agli altri programmi dedicati a cucina, cultura e territorio, perché ormai sembrano essere tutti esperti di questi temi. Io posso rivendicare questa appartenenza perché provengo da una famiglia di ristoratori e cuochi da sei generazioni: parliamo di oltre centocinquant’anni di storia. È qualcosa che ho nel DNA. Ma, anche quando esploro la Maremma, Trieste, Jesolo o Eraclea, ciò che distingue il programma è la sua struttura monotematica.

All’interno de L’Italia più bella che c’è!, soprattutto nelle puntate da 45 minuti disponibili in esclusiva su La7.it, dedico l’intero racconto a un solo territorio: alla Maremma, a Eraclea, ai sentieri del Gran Sasso, a Trieste. Cerco di sviscerarne ogni aspetto e di portare alla luce anche ciò che non è stato ancora raccontato. Ci sono boschi, leggende, tradizioni cristiane, monumenti e luoghi ancora poco conosciuti. Molti programmi raccontano quattro o cinque realtà nella stessa puntata, ma in quindici o venti minuti non puoi conoscere davvero un territorio. Io e tutta la troupe proviamo invece a dedicargli 45 minuti, mantenendo un ritmo molto veloce e serrato. Il programma appartiene certamente al genere del racconto di viaggio, della cucina e della cultura, ma il suo modus operandi è completamente diverso».
C’è dunque un approfondimento verticale che permette di andare oltre la superficie e le prime informazioni già note.
«Certo. Si tratta di raccontare il territorio in maniera viscerale. In una puntata da un’ora potresti inserire cinque brevi segmenti, ma è più bello approfondire perché in questo modo riesci a incuriosire tanto i giovani che seguono lo streaming quanto gli anziani e le famiglie. Gli spettatori possono appassionarsi per un’ora a un luogo e chiedersi: Quel monumento, quel bosco o quella chiesa, come mai non li avevo mai sentiti nominare?. Noi siamo lì per raccontarglieli».
C’è ancora qualcosa che riesce a stupirti quando esplori questi luoghi e ne approfondisci la storia?
«Essendo un grande appassionato del territorio, non faccio mai differenza tra mare e montagna. Quando mi trovo su una spiaggia che non ho mai visto, mi fermo a contemplare il mare. Mi prendo magari un quarto d’ora lontano dalla troupe e rimango un po’ da solo. Lo stesso accade quando raggiungo le vette di montagne che non avevo mai esplorato, come quelle del Gran Sasso. Mi siedo e mi lascio accarezzare dalla brezza. Il sole estivo in montagna può essere molto caldo, ma allo stesso tempo senti l’aria fredda che arriva dalla neve e dall’altitudine.

Continuo quindi a stupirmi soprattutto davanti ai luoghi di mare e di montagna, che sono i miei grandi amori. Mi accade meno in collina, perché mio nonno, fondatore dell’Associazione Italiana Sommelier, da bambino mi portava sempre tra i vigneti. Anche Grosseto, la mia città d’origine, si trova in una zona leggermente collinare, quindi sono molto abituato a quei panorami. Sono nato sul mare, ma il mare non lo vivi dodici mesi all’anno. Mi sorprendo ancora quando scopro nuovi paesaggi marini o montani. La risposta, quindi, è sì: riesco ancora a stupirmi».
Tra le tappe di questa stagione ci sono anche Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta. Che cosa hai scoperto raccontando i tre porti?
«Pensavo che Fiumicino, Gaeta e Civitavecchia fossero soltanto città portuali. Invece non è affatto così. Sono luoghi davvero bellissimi. L’Italia è ancora tutta da scoprire, ma bisogna ricordarsi di raccontarla bene. Sento tante persone dire: Ancora programmi di cucina, cultura e territorio?. Anche il mio portinaio è uno di quelli che me lo ripete. Io gli rispondo: Guarda L’Italia più bella che c’è! e poi dimmi se è uguale agli altri programmi. La differenza sta proprio nel modo in cui scegliamo di entrare nei luoghi».
All’estero si ironizza spesso sul rapporto quasi ossessivo degli italiani con il cibo. Quanto è culturale questo legame?
«Il cibo fa parte del DNA di ogni italiano. Abbiamo esportato nel mondo la forchetta e il coltello, così come le ricette della tradizione italiana che altri Paesi hanno poi reinterpretato. Il cibo è la nostra cultura, il nostro DNA, il nostro orgoglio, la nostra identità e il nostro sapere. È fondamentale anche perché si trova alla base della convivialità tra le persone».
Quanto può raccontare un territorio attraverso il cibo?
«Può raccontarlo moltissimo, perché quando parlo di cultura non posso prescindere dal cibo e, allo stesso modo, quando racconto le tradizioni non posso separarle da ciò che si mangia. Il territorio è fatto di cultura e cibo. La stessa parola territorio rimanda alla terra. Devi abbassarti per raccogliere un cetriolo, una zucchina, i pomodori, i baccelli o l’uva. Il territorio non è costituito soltanto, in senso stretto, da chiese, monumenti e reperti, ma anche dal cibo. Il cibo occupa un posto centrale nella vita degli italiani e credo che sarà sempre così. È vero che le nuove generazioni cucinano meno, ma quando si appassionano riescono a riconoscersi profondamente in queste storie. Per questo sono molto felice di essere presente su La7.it, con un determinato pubblico, e su La7, con un altro pubblico: il desiderio è raggiungere un target trasversale.

In 45 minuti racconto un solo territorio, ma lo faccio con un ritmo serrato. In questo modo le persone più adulte possono comprenderlo e approfondirlo, mentre per i giovani la visione rimane godibile e dinamica. Le interviste e le ricette non durano mai più di quattro minuti e utilizziamo molte riprese spettacolari realizzate con il drone. È un progetto pensato tanto per un pubblico giovane quanto per quello più adulto. Provengo dall’autorato televisivo, ma per tanti anni sono stato anche giornalista: ho lavorato tre anni a Il Giornale e quattro anni a Libero. Tutte queste esperienze confluiscono inevitabilmente nel programma».
Dietro questo ritmo si intuisce anche un grande lavoro di post-produzione.
«Enorme. Sono l’ideatore, l’autore e il conduttore del programma e, come capo autore, devo seguire e ascoltare tutto, soprattutto i montaggi destinati a La7, che sono delicatissimi. Nel primo speciale abbiamo inserito cinque tappe e nel secondo quattro. Non è semplice ridurre una puntata da 45 minuti a dodici minuti: ogni volta ti piange un po’ il cuore, e anche l’anima. Ma sono orgoglioso di realizzare un prodotto diverso dagli altri.

La7 è una rete fortemente connotata, indipendentemente dal fatto che la si consideri di destra o di sinistra. Io porto un programma di cucina, cultura e territorio e sono molto felice che l’editore Urbano Cairo e il direttore Andrea Salerno apprezzino un progetto di questo tipo. Per me è già una grande soddisfazione sapere che i miei responsabili apprezzano il lavoro mio e della mia squadra. È un grande orgoglio. Da due anni mi danno fiducia e io ne sono davvero felice».
