Prima di diventare il Colosseo era l’anfiteatro della dinastia flavia. Il suo nome attuale, affermatosi nel Medioevo, potrebbe derivare dalla gigantesca statua di Nerone trasformata nel dio Sole e poi scomparsa.
Il monumento più famoso di Roma porta il nome di qualcosa che oggi non esiste più. Il Colosseo, infatti, non fu costruito con questo nome: per i Romani era il nuovo anfiteatro voluto dalla dinastia flavia. L’appellativo con cui sarebbe diventato uno dei simboli universali della città si affermò soltanto nel Medioevo e la sua origine non è del tutto certa.
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L’ipotesi più conosciuta conduce a una gigantesca statua di bronzo di Nerone che sorgeva nelle vicinanze. Era il Colosso: un’immagine monumentale dell’imperatore, poi trasformata nel dio Sole e infine scomparsa. Ma intorno al nome del Colosseo sono nate anche altre interpretazioni, comprese leggende medievali popolate da maghi, demoni e formule misteriose.
Prima del Colosseo c’era il lago di Nerone
La costruzione dell’anfiteatro iniziò tra il 70 e il 72 d.C. sotto Vespasiano, primo imperatore della dinastia flavia. Per realizzarlo fu scelta una vallata compresa tra la Velia, il colle Oppio e il Celio, occupata in precedenza da un lago artificiale appartenente alla Domus Aurea. Nerone aveva trasformato una vasta area del centro di Roma nello scenario della propria residenza imperiale. Dopo la sua morte, Vespasiano e la nuova dinastia flavia avviarono una vera riappropriazione politica e simbolica di quegli spazi. Il lago della Domus Aurea fu bonificato e al suo posto venne costruito un edificio destinato agli spettacoli pubblici: dove Nerone aveva creato un paesaggio privato per celebrare il proprio potere, i Flavi innalzarono un anfiteatro capace di accogliere la popolazione romana. Era anche un modo per prendere le distanze dal ricordo dell’imperatore e presentare il nuovo principato come una restituzione della città ai suoi abitanti.

I lavori furono finanziati anche attraverso il bottino ottenuto con la conquista di Gerusalemme nel 70. Lo documenta l’iscrizione dedicatoria ricostruita grazie ai fori lasciati dalle lettere di bronzo su un blocco di marmo rinvenuto nel 1813: «L’imperatore Cesare Vespasiano Augusto fece erigere il nuovo anfiteatro con i proventi del bottino». Vespasiano riuscì a vedere completati i primi due livelli dell’edificio prima di morire nel 79. Fu suo figlio Tito ad aggiungere il terzo e il quarto ordine di posti e a inaugurare l’anfiteatro nell’80 con cento giorni di giochi.
Da Vespasiano a Domiziano: la nascita dell’anfiteatro
L’opera fu ulteriormente modificata da Domiziano, secondo figlio di Vespasiano. Sotto il suo regno furono realizzati i sotterranei dell’arena e vennero probabilmente aggiunti nuovi settori destinati al pubblico e apparati decorativi in bronzo dorato. La costruzione degli ambienti sotterranei rese impossibile allagare nuovamente l’arena. Le fonti ricordano infatti che, durante la prima fase della sua storia, l’anfiteatro avrebbe ospitato anche naumachie, rappresentazioni spettacolari di battaglie navali.

Intorno all’edificio nacque inoltre una vera macchina organizzativa. Furono costruiti i ludi, le caserme nelle quali vivevano e si allenavano i gladiatori, insieme ai depositi delle armi e delle attrezzature, agli spazi destinati alla cura dei combattenti e agli alloggi dei marinai della flotta di Miseno incaricati di manovrare il velarium, la grande copertura che proteggeva gli spettatori dal sole. L’edificio era dunque il cuore di un sistema molto più vasto. Eppure il suo nome attuale non deriverebbe né dagli spettacoli né dalla dinastia che lo aveva costruito.
Il gigante di bronzo accanto all’anfiteatro
Nelle vicinanze dell’anfiteatro si trovava il Colosso di Nerone, una gigantesca statua bronzea realizzata per celebrare l’imperatore. La sua collocazione originaria era nell’atrio della Domus Aurea. Dopo la morte di Nerone, la statua non venne distrutta, ma privata dei caratteri che la legavano direttamente all’imperatore. Il volto fu modificato e il Colosso venne trasformato in un’immagine del dio Sole, aggiungendo intorno alla testa i raggi della corona solare. Anche in questo caso, più che cancellare materialmente l’opera, il nuovo potere ne neutralizzò il significato originario: ciò che era nato per glorificare Nerone venne sottratto alla sua memoria e restituito allo spazio pubblico con una nuova identità.

Nel 126, sotto Adriano, il Colosso fu spostato per lasciare spazio alla costruzione del Tempio di Venere e Roma. La statua venne trasferita nelle vicinanze dell’anfiteatro, dove oggi un basamento moderno in tufo ne ricorda la posizione. Secondo l’interpretazione più diffusa, fu proprio la presenza di questa figura gigantesca a trasmettere progressivamente il proprio nome all’edificio. Il Colosseo sarebbe quindi il monumento posto accanto al Colosso. Solo in un secondo momento il termine sarebbe stato associato anche alle dimensioni eccezionali dell’anfiteatro.
Quando l’Anfiteatro Flavio diventò il Colosseo
Il nome Colosseo è attestato a partire dal Medioevo, quando la statua di Nerone era ormai scomparsa. È proprio questa distanza temporale a rendere meno lineare la ricostruzione: se il Colosso fu abbattuto già in età imperiale, è difficile stabilire in quale modo il suo ricordo sia sopravvissuto abbastanza a lungo da dare il nome all’edificio. L’origine legata alla statua rimane la spiegazione più conosciuta, ma non è l’unica. Nel corso dei secoli il nome venne reinterpretato e caricato di significati nuovi, spesso lontanissimi dalla storia romana del monumento.

Nel XIV secolo il notaio e giudice Armannino da Bologna descrisse il Colosseo come uno dei principali luoghi pagani del mondo. Secondo la sua lettura, l’edificio sarebbe stato frequentato da maghi e adoratori del demonio. A chi si avvicinava sarebbe stata rivolta la domanda latina «Colis eum?», ovvero «Adori lui?», riferita al diavolo. La risposta richiesta era «Ego colo», io lo adoro. Non si tratta di una spiegazione storicamente attendibile dell’etimologia, ma di una leggenda capace di raccontare come il Colosseo fosse percepito nel Medioevo: un luogo enorme, in parte abbandonato, legato a un passato pagano ormai difficile da decifrare e per questo circondato da racconti oscuri e presenze fantastiche.
Un nome sopravvissuto alla statua e all’Impero
Nei secoli successivi il significato del monumento cambiò ancora. Papa Benedetto XIV fece esorcizzare il Colosseo e lo consacrò alla memoria della Passione di Cristo e di tutti i santi, inserendolo definitivamente in una nuova lettura cristiana. L’anfiteatro costruito dai Flavi attraversò così identità differenti: luogo degli spettacoli imperiali, rovina pagana, scenario di leggende demoniache, spazio consacrato e infine simbolo di Roma.

Il nome Colosseo conserva una traccia di tutte queste trasformazioni. Forse nacque dal gigante di bronzo che sorgeva accanto all’edificio o forse la straordinaria grandezza dell’anfiteatro contribuì a renderlo inevitabile. Di certo il Colosso di Nerone è scomparso, mentre il suo possibile nome è rimasto. Oggi identifica non più la statua di un imperatore, ma il monumento che più di ogni altro rappresenta Roma nel mondo.
Foto: Uffici Stampa/Wikicommons
