Nel docudrama National Geographic, Tom Hiddleston indaga le ultime ore della città. Darius Arya ci racconta ciò che resta di chi riuscì a sfuggire all’eruzione.

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Pompei non è soltanto la città rimasta sospesa nell’istante della propria distruzione. È anche una città dalla quale migliaia di persone riuscirono a scappare, portando con sé nomi, culti, mestieri e legami familiari. Una comunità dispersa dall’eruzione del Vesuvio, ma non completamente cancellata. È questo il cambio di prospettiva al centro di Pompei: fuori dal tempo con Tom Hiddleston, il docudrama National Geographic in tre episodi disponibile dal 23 luglio su Disney+ in Italia e su Hulu negli Stati Uniti. La serie unisce ricostruzioni cinematografiche e indagine documentaria per seguire le ultime ore di tre persone realmente vissute nel 79 d.C.: un giovane apprendista, una potente donna d’affari e una misteriosa guardia pretoriana.

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(National Geographic/Paolo Verzone)

A condurre il pubblico tra indizi archeologici, testimonianze antiche e nuove scoperte scientifiche è Tom Hiddleston, che torna a lavorare con Kevin R. Wright, executive producer di Loki. Anziché trasformare Pompei nell’ennesimo spettacolo della catastrofe, tuttavia, la serie prova a rovesciare la domanda centrale: non chi morì, ma chi riuscì a salvarsi? Ne abbiamo parlato con l’archeologo e divulgatore Darius Arya, tra gli esperti coinvolti nel progetto.

Darius Arya e le prove dei sopravvissuti di Pompei

L’immagine più famosa di Pompei rimane quella dei corpi fissati dalla cenere. Proprio la forza di quei calchi ha contribuito a trasformare l’intera città in una grande fotografia della morte. I numeri, tuttavia, suggeriscono una realtà più complessa. «Uno degli aspetti messi in evidenza dalla serie riguarda le prove della sopravvivenza. – spiega Darius Arya – Le persone riuscirono davvero a fuggire da Pompei, raggiunsero altri luoghi e si stabilirono soprattutto nel Golfo di Napoli».

(National Geographic/Matthew Muscat Drago)

La popolazione della città viene generalmente stimata intorno ai 20mila abitanti. Eppure, nei circa due terzi dell’area finora riportati alla luce, sono state documentate approssimativamente 1.300 vittime. Non tutte corrispondono ai celebri calchi: il dato comprende anche resti umani rinvenuti durante gli scavi. La sproporzione rispetto alla popolazione stimata apre uno spazio enorme alla storia di chi riuscì ad allontanarsi. «Ci sarebbero dovute essere molte più vittime. – osserva Arya – Da diverse prospettive emerge quindi una realtà precisa: moltissime persone scapparono. È un aspetto che merita di essere sottolineato e approfondito attraverso i siti di Pompei ed Ercolano».

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L’eruzione non cancellò la città in un solo istante. I fenomeni vulcanici si svilupparono nel corso di molte ore, lasciando ad almeno una parte degli abitanti il tempo necessario per interpretare i segnali, scegliere se partire e cercare una via di fuga. Furono decisioni prese in condizioni estreme, senza sapere se il pericolo sarebbe rientrato o se abbandonare la casa avrebbe significato perderla per sempre. La serie trasforma questa incertezza in una corsa contro il tempo, ma le prove della sopravvivenza non appartengono soltanto alla ricostruzione televisiva. Arrivano anche dalle iscrizioni studiate dallo storico Steven Tuck, che ha rintracciato più di duecento sopravvissuti in dodici città attraverso nomi di famiglia, legami matrimoniali e testimonianze epigrafiche.

(National Geographic)

«Il nuovo studio di Steven Tuck ha dimostrato che diversi membri di famiglie pompeiane continuarono a vivere dopo la distruzione della città e si stabilirono in altre zone del Golfo di Napoli. – racconta Arya – A sostegno di questa tesi abbiamo anche le fonti antiche, che parlano di numerosi rifugiati e dell’intervento dello Stato per assistere persone che avevano perso beni e proprietà». Napoli, Cuma, Pozzuoli e altre città costiere accolsero così parte della popolazione in fuga. La vita di Pompei continuò altrove, frammentata e quasi invisibile, nei nomi incisi sulle tombe, nelle attività commerciali trasferite e nelle famiglie ricostruite dopo il disastro.

Tom Hiddleston, dagli studi classici al viaggio nel tempo

A fare da tramite tra presente e passato è Tom Hiddleston. Nella serie l’attore assume il ruolo di una sorta di detective del tempo: ascolta archeologi, storici, geologi ed esperti di catastrofi, entra nelle ricostruzioni e segue gli indizi lasciati dalle vite dei pompeiani. Il legame con Loki è evidente nella grammatica visiva e nel gesto con cui Hiddleston sembra attraversare epoche diverse. Ma il suo coinvolgimento non si limita al richiamo esercitato da uno dei volti più noti dell’universo Marvel. Prima di dedicarsi alla recitazione, Hiddleston ha studiato i classici all’Università di Cambridge.

(National Geographic/Christian Black)

«Tom non ha portato soltanto la sua passione e il suo interesse personale. – sottolinea Arya – Ha una formazione classica. In Italia esiste il liceo classico ed è abbastanza normale che gli studenti possano studiare latino e greco. Lui ha continuato a farlo anche a livello universitario». È una conoscenza che, secondo l’archeologo, è emersa concretamente durante le riprese. «Ho parlato con lui per diversi giorni mentre giravamo: quella conoscenza e quell’interesse ci sono davvero. – aggiunge – Non aveva scelto questi studi pensando a un lavoro, ma perché ne era sinceramente appassionato. Alla fine si è dedicato al teatro e al cinema, ma la sua formazione è stata una grande risorsa nelle discussioni e nell’esplorazione portata avanti dalla serie».

(National Geographic/Paolo Verzone)

Hiddleston stesso descrive Pompei come il luogo nel quale i duemila anni che separano il presente dal mondo romano sembrano improvvisamente ridursi. «Il passato diventa presente. – ha dichiarato l’attore – Studiamo chi eravamo per capire chi siamo. Pompei è una porta d’accesso a questa conversazione».

Non imperatori, ma fornai, bambini e commercianti

Il docudrama ricostruisce le esperienze di tre persone realmente esistite, integrando le informazioni disponibili con storie plausibili elaborate dagli sceneggiatori Jessica Ruston e Mark Ravenhill. Non sono imperatori né generali, ma individui costretti a decidere se restare, fuggire o tornare indietro per salvare qualcuno. È proprio questa attenzione alle vite ordinarie, secondo Arya, a rendere Pompei diversa da qualsiasi altro sito archeologico: «Siamo sempre interessati alle vite dei ricchi, dei personaggi famosi e delle famiglie imperiali. Ma è altrettanto importante capire come viveva una persona comune. A Pompei incontriamo mestieri che esistono ancora oggi: il macellaio, il fornaio, l’esattore delle tasse, i funzionari eletti».

(National Geographic)

Gli oggetti rendono queste persone riconoscibili. Una pagnotta carbonizzata racconta il lavoro quotidiano di un forno. Le scritte sui muri conservano rivalità politiche, dichiarazioni d’amore e insulti. I piccoli disegni recentemente attribuiti a bambini restituiscono gesti che sembrano appartenere al presente. «È questa connessione con la realtà, visibile sia nelle ricostruzioni sia nelle prove archeologiche, a metterci in contatto con persone vere. – continua Arya – E rende la distruzione e la perdita delle vite ancora più struggenti, perché le sentiamo molto più vicine a noi».

Dr. Darius Arya e Tom Hiddleston a Ercolano. (National Geographic/Paolo Verzone)

Pompei non conserva soltanto monumenti pubblici o capolavori destinati a tramandare il prestigio di un’élite. Conserva cucine, botteghe, letti, giardini, insegne, graffiti e cibo. L’intera struttura di una città, dalle case più ricche agli spazi nei quali si lavorava e si vendeva. «È il sito definitivo del mondo antico. – afferma Arya – Pompei ed Ercolano sono conservate in un modo che non trova confronti. È come se entrassimo direttamente nelle loro vite. Gli oggetti rimasti nei siti o conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli rendono l’esperienza palpabile, tangibile, reale. Non è qualcosa di astratto».

Le tecnologie che fanno parlare i papiri di Ercolano

Il rapporto tra passato e presente attraversa anche le tecnologie impiegate per studiare materiali un tempo considerati irrimediabilmente perduti. Il caso più affascinante è quello dei papiri carbonizzati scoperti nella Villa dei Papiri di Ercolano. L’eruzione li ha ridotti a fragili blocchi neri che non possono essere aperti fisicamente senza rischiare di distruggerli. Le nuove tecniche di scansione e srotolamento virtuale permettono invece di esplorarne la struttura interna e iniziare a individuare le tracce dell’inchiostro. «È probabilmente la novità più bella, quella di cui tutti parlano, e a ragione. – racconta Arya – Per molto tempo quei papiri sono sembrati tronchi bruciati. Ora la tecnologia può srotolarli virtualmente e cominciare a restituirci messaggi perduti».

Dr. Darius Arya e Tom Hiddleston a Ercolano. (National Geographic/Paolo Verzone)

Il valore della scoperta supera i confini di Ercolano. I rotoli costituiscono ciò che resta dell’unica biblioteca completa giunta fino a noi dal mondo antico, sebbene soltanto una piccola parte dei testi sia stata finora decifrata. «Con le nuove tecnologie iniziamo a leggere opere altrimenti perdute. – conclude Arya – È questo che Pompei ed Ercolano possono ancora darci». Pompei: fuori dal tempo con Tom Hiddleston parte dunque dalla distruzione, ma non vi rimane intrappolata. Dietro i corpi che hanno reso celebre il sito, riporta alla luce chi scelse di partire, chi ricostruì la propria esistenza e chi lasciò altrove una traccia della città perduta.

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