Il colosso dell’animazione mondiale aveva accusato Midjourney di plagio: ora la piattaforma prova a cambiare le carte in tavola.

Tutto è iniziato con Disney, Universal e Warner Bros contro Midjourney, piattaforma di intelligenza artificiale specializzata nella creazione di immagini: il gotha di Hollywood accusava l’AI di essere un «pozzo senza fondo di plagio», dal momento che i suoi utenti potevano generare immagini utilizzando personaggi protetti da copyright, come Topolino, Elsa, Darth Vader e i Minions. Midjourney si è difesa appellandosi al fair use, l’uso corretto: si tratta di una dottrina della legge statunitense sul copyright, che consente l’utilizzo di materiale protetto da copyright senza il consenso dell’autore. È applicabile caso per caso e in circostanze specifiche come critiche, commenti, parodie e informazione.

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Midjourney quindi, in quello che si è da subito delineato come uno storico scontro fra intelligenza artificiale e intrattenimento, si è difesa affermando che i contenuti generati dagli utenti non sono plagi ma elaborazioni e quindi, in quanto tali, tutelati dal fair use.

Disney-Midjourney, si ribalta il tavolo

Lo scontro è andato avanti con il blocco da parte di Midjourney dei prompt basati su alcuni dei personaggi Disney più celebri (come Elsa o Topolino), ma non è finito così: nell’estate 2026 la piattaforma di AI ha sferrato un contrattacco spiazzante, ribaltando decisamente i termini dello scontro.

E’ Midjourney infatti a chiedere ora a Disney, Universal e Warner Bros di spiegare come utilizzano internamente l’AI, con l’obiettivo di dimostare che anche loro infrangono il copyright addestrando l’AI su dati di altri. Secondo il sito Variety, Midjourney avrebbe richiesto i piani aziendali sull’IA degli studi, i set di dati di addestramento e persino le presentazioni utilizzate durante le riunioni del CdA. Inizialmente un giudice federale ha autorizzato gli studi a non divulgare la maggior parte delle informazioni relative al loro utilizzo dell’IA, ma Midjourney ha chiesto al tribunale federale di annullare l’ordinanza precedente.

Se i colossi dell’intrattenimento saranno obbligati a dimostrare a loro volta come utilizzano l’AI nei loro processi di creazione, potrebbe velocemente ribaltarsi la situazione: a questo punto il più pulito, per usare un detto popolare, potrebbe avere la rogna.

Il dibattito è appena iniziato

Il dibattito è appena iniziato (anche se va avanti ormai da anni) e forse non troverà mai un punto, un po’ come accadde con l’introduzione di internet: anche in quel caso il diritto d’autore dovette adeguarsi bruscamente a una serie di novutà introdotte dal cambiamento tecnologico.

Al di là degli interessi economici – legittimi!- non resta che augurarsi che la tutela del consumatore resti incentrata su un punto ben preciso: sapere cosa è creato da AI e cosa no.

Revenews