La chiusura dello Spirit de Milan riaccende il dibattito sulla tutela del patrimonio industriale. Architetti, artisti e operatori culturali chiedono di proteggere lo storico complesso di via Bovisasca e la sua funzione culturale.
La chiusura dello Spirit de Milan non riguarda soltanto il futuro di uno dei locali culturali più amati della città. Dietro la vicenda si apre infatti una questione più ampia che coinvolge la tutela del patrimonio industriale milanese, la rigenerazione urbana e il ruolo che la cultura può avere nella trasformazione degli spazi dismessi.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
LEGGI ANCHE: Łódź, la città che ha trasformato le fabbriche in arte
Nei giorni scorsi un gruppo di architetti, professori universitari, operatori culturali, artisti e personalità del mondo dello spettacolo ha lanciato un appello alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano chiedendo la tutela dello storico complesso industriale di via Bovisasca 59 e della destinazione culturale che negli ultimi undici anni ha trovato casa proprio negli spazi dello Spirit de Milan. L’iniziativa si inserisce nel dibattito nato dopo l’annuncio della chiusura del locale e segue anche la lettera inviata dal sindaco Giuseppe Sala alla Soprintendenza sul medesimo tema.
La storia dello stabilimento di via Bovisasca
Lo stabilimento di via Bovisasca 59 affonda le proprie radici nel 1922, quando venne fondato da Giovanni Balestrini come oleificio destinato a usi alimentari e industriali. Tra il 1935 e il 1936 il complesso venne ampliato assumendo gran parte dell’aspetto che conserva ancora oggi. Dal 1964 divenne invece sede delle Cristallerie Fratelli Livellara, mantenendo nel tempo una forte identità industriale.

Secondo i promotori dell’appello, si tratta di uno dei rari esempi milanesi di complesso produttivo novecentesco arrivato fino ai giorni nostri senza alterazioni sostanziali. Il sito è composto da diversi edifici realizzati in epoche differenti: la palazzina degli uffici affacciata su via Bovisasca, gli edifici produttivi degli anni Trenta e alcune strutture più antiche collocate verso la ferrovia, risalenti ai primi decenni del Novecento.
Particolarmente significativa è la palazzina degli uffici, caratterizzata da linee che richiamano il linguaggio dell’architettura moderna italiana, con ampie finestre, elementi metallici di gusto navale e una caratteristica torre-pennone che negli anni ha persino alimentato un’errata attribuzione al futurista Antonio Sant’Elia. Lo stabilimento rappresenta inoltre una testimonianza della storia produttiva della Bovisa, quartiere che per decenni è stato uno dei principali poli industriali di Milano.
L’appello per salvare Spirit de Milan
Dal 2015 una parte dello stabilimento ospita lo Spirit de Milan, realtà che ha trasformato gli spazi industriali in un luogo dedicato alla musica dal vivo, agli eventi culturali, alla socialità e alle attività di quartiere. Secondo i firmatari dell’appello, il locale rappresenta uno dei casi più riusciti di riuso e rifunzionalizzazione del patrimonio industriale cittadino. Per questo motivo la richiesta avanzata alla Soprintendenza non riguarda soltanto la conservazione degli edifici, ma anche la tutela della loro funzione culturale. I promotori sottolineano come lo Spirit de Milan abbia contribuito a restituire alla città uno spazio dismesso, trasformandolo in un punto di riferimento per la Bovisa e per l’intera area metropolitana grazie a concerti, mercati, iniziative sociali e collaborazioni culturali.
A preoccupare i firmatari è anche l’ipotesi di una futura trasformazione dell’area. Nel testo dell’appello si ricorda come l’eventuale vendita del complesso alla società Coima potrebbe aprire la strada a interventi di bonifica, demolizione e sostituzione degli edifici esistenti con nuove costruzioni residenziali, seguendo un percorso già visto in altre zone della Bovisa.
Tra i sostenitori dell’iniziativa figurano nomi di primo piano dell’architettura, della cultura e dello spettacolo, tra cui Michele De Lucchi, Claudio Bisio, Alessio Boni, Paolo Rossi, Franco Mussida, Michele Mozzati, Enzo Iacchetti e numerosi docenti del Politecnico di Milano. Per i promotori, la vicenda dello Spirit de Milan rappresenta oggi un caso emblematico nel dibattito su come le città possano conservare la propria memoria industriale senza rinunciare alla trasformazione urbana.
