Da un intervento di messa in sicurezza nell’area delle Saline sono emersi nuovi resti dell’antica Gravisca. Una scoperta che riporta l’attenzione sul porto etrusco che per secoli collegò Tarquinia alle rotte del Mediterraneo.

Da un intervento di messa in sicurezza nell’area del parcheggio delle Saline di Tarquinia sono emersi nuovi resti dell’antica Gravisca. Quello che inizialmente doveva essere un semplice intervento per proteggere due sepolture affiorate dal terreno si è trasformato in una scoperta archeologica di grande interesse, portando alla luce un nuovo tratto della città romana rimasto nascosto per secoli a pochi centimetri dalla superficie.

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Le strutture individuate dagli archeologi si trovano nell’area adiacente all’antico porto e potrebbero appartenere a magazzini commerciali, botteghe o a un quartiere residenziale della colonia romana. Gli scavi sono ancora in corso e serviranno ulteriori approfondimenti per comprendere con precisione la funzione degli edifici emersi. Tuttavia, come sottolineato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, «quello che si vede già è importante»: l’area conserva infatti un nuovo frammento di una città che per secoli è rimasta nascosta sotto un parcheggio frequentato quotidianamente da residenti e visitatori.

Ma cos’era Gravisca e perché è così importante?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Il Mar Tirreno, che bagna gran parte della costa occidentale italiana, prende il proprio nome dai Tirreni, il termine con cui i Greci indicavano gli Etruschi. Non è un caso: prima dell’ascesa di Roma, gli Etruschi furono tra i protagonisti dei commerci nel Mediterraneo e costruirono la propria ricchezza anche grazie alla navigazione. Gravisca rappresentava la porta sul mare di Tarquinia, una delle più importanti città dell’Etruria.

Situato nell’area oggi nota come Porto Clementino, questo scalo commerciale fu per secoli un punto di incontro tra culture diverse, frequentato da mercanti provenienti dalla Grecia e dal Mediterraneo orientale. I ritrovamenti archeologici effettuati nel corso degli anni, dai santuari dedicati a divinità greche ai numerosi reperti importati, testimoniano l’intensità di questi scambi. Persino i vasi corinzi rinvenuti nelle tombe etrusche raccontano di un mondo molto più connesso di quanto spesso immaginiamo. Oggi dell’antico porto restano poche tracce visibili. Proprio per questo ogni nuova scoperta assume un valore particolare: non soltanto perché aggiunge tasselli alla ricostruzione della Gravisca romana, ma perché contribuisce a raccontare un capitolo fondamentale e spesso dimenticato della storia del Mediterraneo e della stessa Tarquinia.

Dal porto etrusco alla colonia romana

Gravisca non fu soltanto il porto di Tarquinia. Le prime testimonianze dell’insediamento risalgono al VI secolo a.C., quando nell’area sorse uno dei più importanti empori dell’Etruria. Qui attraccavano navi provenienti dalla Grecia e dal Mediterraneo orientale, mentre mercanti, marinai e pellegrini animavano un centro che era allo stesso tempo porto, mercato e luogo di culto. Gli scavi archeologici condotti a partire dagli anni Sessanta hanno restituito una realtà sorprendente: oltre alle strutture portuali sono emersi i resti di un santuario frequentato da comunità greche e dedicato a divinità come Era, Afrodite e Demetra. Reperti provenienti da tutto il Mediterraneo hanno confermato il ruolo internazionale di Gravisca, dimostrando come la costa tarquiniese fosse inserita in una rete di scambi che collegava l’Etruria al mondo greco molto prima dell’espansione di Roma.

Con la conquista romana dell’Etruria meridionale, l’antico porto cambiò volto. Nel 181 a.C. venne fondata la colonia marittima di Gravisca, organizzata secondo il tipico impianto urbano romano, con strade ortogonali e nuovi edifici pubblici e privati. La città continuò a prosperare per secoli, fino al declino seguito alle invasioni barbariche del V secolo. È proprio a questa fase romana che sembrano appartenere le strutture emerse nelle ultime settimane sotto il parcheggio delle Saline. Per questo il ritrovamento assume un’importanza particolare. Ogni nuovo muro, strada o edificio riportato alla luce contribuisce a ricostruire la storia di un luogo che per oltre mille anni ha rappresentato la porta sul Mediterraneo di Tarquinia e uno dei principali punti di contatto tra culture diverse.

Cosa sappiamo dei nuovi ritrovamenti

Per il momento gli archeologi mantengono la prudenza. Le strutture individuate potrebbero appartenere a magazzini destinati alle attività commerciali del porto, a botteghe oppure a un quartiere residenziale sviluppatosi durante la fase romana dell’insediamento. Saranno gli scavi in corso a chiarire la funzione degli edifici e il loro rapporto con il resto della città antica.

Una cosa, però, appare già evidente. A pochi centimetri sotto un parcheggio frequentato ogni giorno da residenti e turisti, la terra continua a conservare tracce di una storia che sembrava perduta. Se Gravisca è stata per secoli il punto di incontro tra l’Etruria e il Mediterraneo, tra mercanti greci, marinai, pellegrini e cittadini romani, i ritrovamenti delle Saline dimostrano che quel racconto è ancora tutt’altro che concluso. Ogni nuovo muro che riaffiora dal sottosuolo aggiunge infatti un tassello alla conoscenza di uno dei luoghi più importanti e meno conosciuti della storia di Tarquinia.

Foto di Grazia Cicciotti

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