Con ‘Figli dell’impero’, Yudori porta i lettori nella Corea degli anni Venti e Trenta, tra occupazione giapponese, emancipazione femminile e trasformazioni sociali. Un racconto storico ricco di dettagli che intreccia ricerca documentaria e vicende personali.

Dal 1910 al 1945 la Corea visse uno dei periodi più complessi e controversi della propria storia. Dopo essere diventato un protettorato giapponese nel 1905, il Paese venne infatti completamente annesso all’Impero del Giappone con il nome di Chōsen, trasformandosi di fatto in una colonia. Il dominio coloniale terminò con la resa giapponese nella Seconda guerra mondiale, ma le sue conseguenze continuarono a plasmare il destino della penisola, che negli anni successivi sarebbe diventata uno dei primi teatri della Guerra Fredda e sarebbe stata divisa lungo il 38° parallelo tra Corea del Nord e Corea del Sud.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

LEGGI ANCHE: ‘The World Is Dancing’, l’anime che racconta le origini del teatro Nō

È un periodo storico affascinante e ancora poco raccontato nei fumetti pubblicati in Italia, soprattutto perché permette di comprendere molte delle tensioni identitarie, culturali e politiche che attraversano ancora oggi la società coreana. Non sorprende quindi che Yudori abbia scelto proprio questi anni come sfondo di Figli dell’impero, primo volume della sua nuova serie pubblicata da J-POP Manga.

Del resto, l’autrice non è nuova alle esplorazioni del passato. Già con La conquista del cielo, pubblicato in Italia da J-POP Manga, aveva scelto di muoversi tra storia europea e immaginazione per raccontare personaggi femminili fuori dagli schemi e figure capaci di mettere in discussione il proprio tempo. Anche in Figli dell’impero il contesto storico non è una semplice scenografia, ma diventa parte integrante del racconto.

La Corea sotto il dominio giapponese

È in questo scenario sospeso tra tradizione e modernità che prende forma la storia del volume. Ambientato nel 1929, il fumetto segue le vicende di Jun Seomoon, giovane erede di una famiglia aristocratica caduta in disgrazia dopo l’occupazione giapponese della Corea. Costretto a lavorare presso la residenza di un ricco mercante, Jun incontra Arisa Jo, figlia della famiglia che lo impiega. Se lui è cresciuto secondo valori e consuetudini legati al passato, Arisa guarda invece al futuro, affascinata dalle mode occidentali e dai cambiamenti che stanno attraversando la società coreana. Attraverso il loro incontro, Yudori costruisce un racconto che intreccia differenze sociali, tensioni culturali e trasformazioni storiche, lasciando emergere una domanda che accompagna l’intero volume: quale futuro attende questi due giovani e la Corea stessa?

Parte dell’ispirazione dietro la storia di Jun e Arisa Jo ce la racconta la stessa Yudori nelle pagine finali del volume. In una breve sezione autobiografica in bianco e nero – dove il marito dell’autrice compare sotto le sembianze di una foca, su sua esplicita richiesta – la fumettista coreana spiega di essere da tempo affascinata dagli abiti e dall’estetica della Corea degli anni Venti e Trenta. Da quella curiosità per la moda, le fotografie d’epoca e i cambiamenti sociali del periodo è nata gradualmente l’idea di ambientare una storia durante gli anni del dominio coloniale giapponese, un’epoca che continua a influenzare profondamente la memoria e l’identità della Corea contemporanea.

La moda come specchio del cambiamento

«Parlo… della moda femminile», racconta Yudori nelle note finali del volume. E in effetti Arisa Jo ci viene presentata fin dalle prime pagine come una vera e propria ragazza moderna. Le sopracciglia sottilissime, i bottoni che sostituiscono i tradizionali nastri, i capelli corti e le caviglie lasciate in vista la distinguono immediatamente dalle generazioni precedenti. Non è un dettaglio secondario. Gli anni Venti e Trenta rappresentano infatti un momento cruciale per la moda coreana: le tradizioni della dinastia Joseon continuano a sopravvivere negli abiti indossati dalle donne più anziane, ancora legate all’hanbok tradizionale con il caratteristico jeogori e le ampie gonne chima, mentre le nuove generazioni iniziano a guardare sempre più alle influenze provenienti dal Giappone e dall’Occidente. Il risultato è un affascinante melting pot culturale che Yudori ricostruisce con grande attenzione, trasformando vestiti, acconciature e accessori in strumenti per raccontare una società in piena trasformazione.

Yudori utilizza tuttavia questo periodo di transizione per raccontare un tema che attraversa gran parte della sua produzione: l’emancipazione femminile. Per farlo, sente ovviamente la necessità di ancorare la vicenda a un contesto storico preciso, ricostruito con grande attenzione ai dettagli. Nelle pagine di Figli dell’impero non trovano spazio soltanto gli abiti e le trasformazioni della moda, ma anche le contraddizioni sociali dell’epoca, la distanza tra generazioni e il diverso modo in cui uomini e donne affrontavano il cambiamento.

Jun e Arisa, due modi diversi di guardare al futuro

La figura di Jun Seomoon è particolarmente interessante proprio perché permette di osservare come anche gli uomini fossero coinvolti nelle stesse tensioni culturali. Jun è affascinato da Arisa Jo ma, allo stesso tempo, appare disorientato dalla sua indipendenza e dalla libertà con cui esprime le proprie idee. Nelle prime pagine del volume guarda con sospetto il suo interesse per la moda e considera superficiale la sua attenzione all’estetica. Eppure, quando si trova a doverla accompagnare a un appuntamento, non può fare a meno di noleggiare a sua volta un completo occidentale, lasciandosi coinvolgere da quel mondo moderno che dice di guardare con diffidenza.

È in queste piccole contraddizioni quotidiane che Yudori riesce a raccontare con maggiore efficacia una società che sta cambiando, mostrando come la modernità non trasformi soltanto il ruolo delle donne, ma metta in discussione anche le certezze degli uomini che vi si trovano immersi.

La ricostruzione storica di Yudori

C’è di più. Yudori — che nelle note finali ammette scherzosamente di aver sfruttato la lavorazione del volume per farsi acquistare dalla casa editrice una montagna di libri di ricerca — ha svolto un lavoro di documentazione encomiabile. Il risultato emerge continuamente tra le pagine del fumetto. Basti pensare al cinema Dansungsa, una delle sale cinematografiche più importanti della Corea dell’epoca, ricostruito nel dettaglio nonostante oggi non esista più nella forma rappresentata nel volume. Oppure alla forma degli hotteok, oggi tra gli street food più popolari della Corea del Sud ma all’epoca ancora legati alle loro origini cinesi. O ancora alla presenza dei ristoranti giapponesi nelle stazioni ferroviarie, testimonianza concreta dei profondi cambiamenti che stavano attraversando la penisola.

LEGGI ANCHE: Yudori e ‘La Conquista del Cielo’: «La storia ricorderà mai donne che sono a malapena sopravvissute?»

Anche la Seoul del periodo coloniale — allora conosciuta come Gyeongseong dai coreani e Keijō dai giapponesi — viene ricostruita con una meticolosità impressionante. Strade, edifici, insegne, mezzi di trasporto e abitudini quotidiane contribuiscono a restituire al lettore l’atmosfera di una città sospesa tra tradizione e modernità.

Figli dell’impero, tra storia e romance

Tutta questa attenzione per il dettaglio si riflette naturalmente anche nel tratto di Yudori, che sembra non lasciare nulla al caso. Ogni ambiente, accessorio o capo d’abbigliamento contribuisce alla costruzione del mondo narrativo, trasformando la ricerca storica in racconto visivo. Ad aiutare ulteriormente questo lavoro c’è la scelta di pubblicare il volume interamente a colori, fatta eccezione per le pagine finali dedicate alle spiegazioni e al dietro le quinte dell’opera. Una soluzione che valorizza sia la ricchezza degli ambienti sia quel dialogo continuo tra tradizione e modernità che attraversa l’intero fumetto.

Con Figli dell’impero, Yudori conferma ancora una volta la propria capacità di affrontare temi storici complessi con profondità e straordinaria attenzione ai dettagli. Come già accaduto nelle sue opere precedenti, la grande Storia non rimane sullo sfondo, ma si intreccia alle vite dei personaggi fino a diventare parte integrante del loro percorso umano. Il risultato è un primo volume che riesce a essere allo stesso tempo racconto di formazione, riflessione sull’emancipazione femminile e affresco di una Corea sospesa tra tradizione e modernità. E se la relazione tra Jun e Arisa rappresenta il motore narrativo della vicenda, è forse proprio la ricostruzione di un’epoca poco conosciuta a rendere Figli dell’impero una lettura particolarmente interessante, capace di parlare tanto agli appassionati di fumetto quanto a chi ama scoprire la storia attraverso nuove prospettive.

Revenews