La voce italiana di Qifrey racconta il personaggio di ‘Atelier of Witch Hat’, il rapporto con gli anime e l’affetto del fandom.
Tra gli anime più attesi della stagione c’è senza dubbio Atelier of Witch Hat, adattamento dell’acclamato manga di Kamome Shirahama che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. Nella versione italiana disponibile su Crunchyroll, a dare voce al misterioso Qifrey è Alessandro Campaiola, doppiatore già noto al pubblico per ruoli come Eren ne L’Attacco dei Giganti e Saitama in One Punch Man. Lo abbiamo intervistato per parlare del personaggio, del rapporto con il mondo degli anime e di ciò che lo ha conquistato fin dal primo momento in questa nuova avventura.
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Come ti sei avvicinato a Qifrey?
«Sono un appassionato di anime e manga, però sono onesto: questo non lo conoscevo. Sapevo che il manga era molto famoso, ma non avevo mai avuto modo di leggerlo. È stato però amore a prima vista perché, al di là del fatto che l’anime secondo me è fatto veramente molto bene e si vede che c’è stato un grande lavoro dietro, Qifrey è un personaggio molto accattivante. È un personaggio che nasconde qualcosa. Sembra sempre tranquillo, sereno, ma si percepisce che dietro c’è un mondo. È un personaggio molto profondo e complesso. Mi sono trovato subito a mio agio».
Hai incontrato qualche difficoltà nel costruire il personaggio?
«No, non particolarmente. Personaggi come Qifrey ti restano addosso e il lavoro diventa più semplice. Paradossalmente, mi rivedo molto in questo tipo di personaggi, quindi il lavoro di recitazione diventa più naturale. Quando ti senti a tuo agio nei panni di qualcuno, tutto scorre meglio. Poi chiaramente c’è stata Perla Liberatori, che ha diretto il doppiaggio e che mi ha guidato benissimo. Ci siamo confrontati per trovare la giusta chiave interpretativa, ma devo dire che non ho avuto grandi difficoltà nel capire come affrontarlo».

Che differenza c’è rispetto ad altri personaggi anime più esplosivi? Qifrey, mi permetto, è molto bohémien.
«È un lavoro diverso e, per certi versi, anche più semplice. Negli anime spesso si urla molto e tanti colleghi lo trovano faticoso. Io invece ci sono cresciuto e quasi mi diverte. Ovviamente bisogna fare attenzione perché la voce è il nostro strumento di lavoro. Quando affronti turni particolarmente intensi il rischio di affaticarti c’è sempre. Con Qifrey, invece, è diverso: è come stare su una tavola da surf e non cadere mai. Segui il flow del personaggio. Ha questa dimensione da sensei, da mentore, da guida. È lui che sa le cose, che accompagna gli altri. È un ruolo molto piacevole da interpretare».
Quando hai capito che Atelier of Witch Hat sarebbe stato qualcosa di speciale?
«Subito. Quando abbiamo doppiato il trailer, ho pensato immediatamente: questa è una serie importante. Si percepisce la cura nell’animazione, nei dettagli, nell’atmosfera. È stato entusiasmante dal primo minuto. Quando vedi che dietro un progetto c’è questo livello di attenzione, te ne accorgi immediatamente».
C’è una scena che ti ha fatto capire davvero la profondità di Qifrey?
«Sì, e non faccio spoiler perché la scena è già uscita. Più che entusiasmarmi, mi ha colpito perché è stato il momento in cui ho capito davvero la profondità del personaggio. C’è quella scena in cui tutto sembra tranquillo, lui è sempre sorridente, sempre accomodante, e a un certo punto si trova a parlare con un personaggio anziano. Inizialmente, mantiene il suo atteggiamento abituale, poi però c’è un cambio netto. Cambia l’animazione, cambia la recitazione dell’attore originale, cambia completamente l’energia del personaggio.

In quel momento capisci che questo Qifrey, che fino ad allora appare buono, gentile e premuroso con le sue allieve, nasconde qualcos’altro. Ha un lato più duro, più oscuro. Probabilmente un passato e delle motivazioni che lo spettatore ancora non conosce. Questa cosa mi ha fatto impazzire perché ho pensato: Che figata, qui ci sarà davvero da divertirsi. C’è una frattura improvvisa tra il volto rassicurante che mostra al mondo e qualcosa di molto più complesso che emerge all’improvviso. È stata la scena che mi ha colpito di più».
Magari in futuro ti toccherà urlare un po’…
«Non lo escludo!».
Che rapporto hai con il fandom degli anime e dei manga?
«Ad oggi, credo che quello degli anime e dei manga sia il fandom migliore in assoluto per il mio mestiere. È quello che riconosce di più il nostro lavoro. Spesso fai un film, magari viene visto da tantissime persone, ma nessuno pensa al doppiaggio o all’esistenza stessa del doppiatore. Gli appassionati di anime, invece, sono molto attenti a questo aspetto. Sono calorosi, partecipi e sostengono molto chi lavora dietro le quinte. Non voglio dire che sia la parte che amo di più del mio lavoro… anzi sì, lo è. Anche perché è il pubblico con cui hai più contatto.

Quando ho iniziato, però, non è stato semplice. Proprio perché sono molto esigenti. Ricordo che quando fui scelto per doppiare Eren ne L’Attacco dei Giganti e venne annunciato il mio nome nel cast, ci fu quasi una rivolta online. Io lavoravo già molto, ma non avevo mai interpretato un protagonista di anime così importante e quindi non ero conosciuto in quell’ambiente. Poi, con il tempo, facendo personaggi come Eren, Saitama e molti altri, mi sono costruito una mia credibilità. Oggi posso dire di essermi ritagliato una fetta di pubblico che mi vuole bene e che segue il mio lavoro».
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Cosa rende speciale il doppiaggio di un anime rispetto ad altri prodotti?
«C’è un aspetto che adoro. Nel nostro lavoro, il più delle volte, andiamo a reinterpretare qualcosa che esiste già: un attore, un volto, una performance. Negli anime è diverso. Certo, seguiamo la recitazione originale, ma stiamo lavorando su qualcosa che non esiste davvero. È un personaggio disegnato, un mondo immaginario. Questa illusione è molto più forte e per me è uno degli aspetti più affascinanti del mestiere. È uno dei prodotti che amo di più doppiare».
Qual è il messaggio che ti ha colpito maggiormente di Atelier of Witch Hat?
«Per quello che ho visto finora, mi piace molto il tema dello studio e dell’applicazione. Non lo studio inteso solo come scuola, ma come dedizione. Se vuoi ottenere risultati devi impegnarti. Vale per la magia raccontata nella serie, ma vale anche nella vita. È una cosa in cui credo molto. Lo dico sempre ai ragazzi che vogliono intraprendere questo mestiere: si può fare, ma serve dedizione. Questo è l’aspetto che mi ha colpito di più. Poi, quando vedrò tutta la serie insieme, sono sicuro che scoprirò anche tanti altri livelli di lettura».
Foto: ©Kamome Shirahama/KODANSHA/ Witch Hat Atelier Committee