A cento anni dalla nascita del trombettista americano, Lucio Ruvidotti racconta il graphic novel che traduce il jazz di Miles Davis in immagini.
A cento anni dalla nascita di Miles Davis, Edizioni BD riporta in libreria Miles. Assolo a fumetti di Lucio Ruvidotti in una nuova Edizione Anniversario arricchita da una storia inedita e contenuti extra. Pubblicato per la prima volta nel 2018, il graphic novel racconta la vita del celebre trombettista americano evitando la strada più semplice: quella della biografia lineare. Nel volume, infatti, Ruvidotti sceglie di raccontare soprattutto la musica di Davis, traducendone in immagini le rivoluzioni sonore, i cambi di stile e la continua tensione verso la sperimentazione. Un’impresa non semplice, soprattutto considerando che il fumetto è un linguaggio silenzioso chiamato a confrontarsi con uno dei musicisti più influenti del Novecento.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
LEGGI ANCHE: Dario Sicchio: «’One Last Time’ nasce per ribaltare ogni certezza del fantasy»
Il risultato è un ritratto che non si limita all’icona del jazz, ma restituisce anche le fragilità, le contraddizioni e i momenti più oscuri di un artista che non ha mai smesso di reinventarsi. Abbiamo intervistato Lucio Ruvidotti per parlare del volume, del rapporto tra fumetto e musica e dell’eredità ancora attualissima di Miles Davis.

Miles. Assolo a fumetti: intervista a Lucio Ruvidotti
Come nasce il tuo incontro con la musica di Miles Davis e, soprattutto, con la sua umanità?
«Io ho un papà trombettista jazz, quindi sono cresciuto con lui che faceva le prove in studio, i concerti, la tromba sempre in casa. Uno dei primi dischi in cui compare mio padre contiene anche una foto in cui ci sono io che gioco con la tromba. Poi naturalmente ho iniziato ad ascoltare jazz anch’io. Questo libro nasce da una serie di coincidenze. Avevo iniziato a collaborare con Giorgio Fontana e Danilo Deninotti e, lavorando con loro, realizzammo un fumetto che raccontava gli anni di silenzio di Miles Davis tra il 1975 e il 1981. In quell’occasione mi ascoltai ore e ore della sua discografia.
Poi Edizioni BD mi propose di realizzare una biografia a fumetti dedicata a un musicista jazz. E per me il collegamento era quasi inevitabile: il suono della tromba significa jazz, e Miles Davis è sempre stato uno dei musicisti che più mi hanno ispirato. Molti trombettisti sono bravissimi, ma pochi hanno una personalità così completa come musicisti e artisti».
Questa nuova edizione arriva per il centenario della nascita di Miles Davis. Come hai lavorato sui contenuti aggiuntivi?
«Il libro era uscito nel 2018 ed era quasi esaurito. Era il momento giusto per una nuova edizione. Edizioni BD mi ha proposto di aggiungere un capitolo, una sorta di bonus track come si fa con i dischi. All’inizio non ero convinto, perché il progetto mi sembrava concluso. Però c’era un periodo rimasto fuori dal volume: quei cinque o sei anni in cui Miles aveva smesso di suonare.
Più che una biografia, tuttavia, il mio era sempre stato piuttosto un tentativo di raccontare la sua musica. Aveva senso, quindi, lasciare fuori quel silenzio, anche perché avevo già affrontato l’argomento in un altro fumetto. Poi ho riletto alcune parti dell’autobiografia e ho pensato che aggiungere semplicemente un aneddoto non avrebbe avuto senso. A quel punto ho deciso di accettare la sfida e raccontare davvero quel periodo. Alla fine sono molto soddisfatto, perché mi ha permesso di lavorare ancora di più sul concetto di silenzio: riuscire a trasmettere, in un libro che parla di musica, un momento di stop totale».
Raccontare la musica di Miles Davis attraverso il fumetto
Nel libro emerge un ritratto molto umano di Miles Davis. Come hai costruito questo storytelling?
«Confesso che ho impiegato più tempo a pensare il progetto che a realizzarlo. Quando ho iniziato a lavorarci, mi sono reso conto che non avevo voglia di fare una biografia tradizionale. Non impazzisco per le biografie a fumetti. A un certo punto, lessi un articolo che criticava il film Miles Ahead perché, pur essendo ben fatto, parlava poco della sua musica. Quella riflessione mi colpì: sarebbe stato molto più interessante raccontare la musica di Miles Davis attraverso un fumetto, che per sua natura è muto. Da lì è nata la sfida: usare gli strumenti del fumetto per raccontare le tante rivoluzioni musicali di Miles, che ha contribuito a cambiare profondamente il jazz contemporaneo.

Gli episodi della sua vita sono diventati il materiale narrativo necessario per costruire quel racconto con il ritmo, con i colori. Mi sono affidato molto alla sua autobiografia, anche se approfondendo le fonti mi rendevo conto che spesso esistevano versioni diverse degli stessi avvenimenti. Miles a volte inventava, così come chi gli stava intorno. A quel punto, ho deciso che non mi interessava fare un lavoro filologico: mi interessava usare quei materiali per raccontare un artista».
Quanto conta, in questo senso, la sua dimensione più fragile e contraddittoria?
«Facendo il nuovo capitolo ho approfondito anche il suo rapporto con la pittura. Dopo un incidente in Lamborghini, iniziò a dipingere e continuò fino alla fine della sua vita. Non si può dire che sia stato un pittore importante, ma era sicuramente quotato. Nel periodo in cui aveva smesso di suonare e si dedicava sostanzialmente a sesso e droga, in realtà realizzò decine di opere. Questo rende la sua personalità molto complessa, perché anche nei momenti più bui della dipendenza non si è fermato: ha continuato a elaborare, creare, evolvere. È proprio questo che trovo affascinante».
Nel volume sembra emergere l’idea che anche le cadute facciano parte della sua genialità creativa.
«Sì, ci sto riflettendo molto ultimamente. La sua vita è stata una grande ricerca. Sicuramente una ricerca artistica e musicale, ma non solo. Leggendo le sue interviste e la sua autobiografia si capisce che, anche nei momenti più difficili, cercava sempre una strada nuova ed esperienze. E ci riusciva! Ha attraversato almeno due periodi davvero bui: quello degli anni Cinquanta con la dipendenza dall’eroina, quando molti suoi contemporanei sono morti, e quello tra gli anni Settanta e Ottanta. Eppure è riuscito a tornare, continuando a innovare anche quando non era più un giovane musicista. Sto cercando, ultimamente, di leggerlo proprio in questa chiave: come un vero ricercatore, uno sperimentatore anche nella vita».
Nel libro descrivi molto anche il contesto storico e sociale dell’America dell’epoca.
«Anche in questo caso, l’approccio di Miles Davis però era particolare. Non è mai stato un attivista nel senso classico del termine. La mia impressione è che abbia sempre rivendicato il diritto di vivere liberamente, come una persona comune. Quando veniva criticato perché lavorava con musicisti bianchi, rispondeva semplicemente: Io voglio fare la mia musica. Se per farla ho bisogno di Gil Evans, la faccio con Gil Evans.
Questa libertà emerge soprattutto nel periodo parigino e nella relazione con Juliette Gréco. In Europa si sentiva accolto e rispettato, era trattato come una star pur essendo solo agli inizi. Nessuno voleva appropriarsi della sua musica, si limitavano ad ascoltarla e ad apprezzarla. Eppure scelse di tornare negli Stati Uniti perché sentiva che il suo percorso artistico doveva svilupparsi lì, dentro quel contesto difficile. Era anche il suo contesto di vita e gli permetteva di esprimersi. Una scelta di vita molto forte».
Nel libro c’è anche il confronto con Jimi Hendrix. In quelle pagine sembra quasi che Miles Davis lo inviti a restare libero più che a prendere posizione rispetto ai musicisti bianchi. È una lettura corretta?
«Sì, sicuramente. Era molto schietto, infatti nella stessa pagina gli fa una battuta sul fatto che non sapesse leggere bene la musica. Era una considerazione figlia della sua esperienza personale, perché negli anni ’40 Miles Davis era uno dei pochi del giro che studiava la musica colta europea e sapeva leggere gli spartiti. Anzi, si guadagnava da vivere anche trascrivendo i brani degli altri. Al netto del suo carattere – che era veramente terribile, con episodi anche di violenza verso la moglie – era sicuramente una persona poco trattabile per certi versi. Però, sotto sotto, celava questo atteggiamento molto sincero e generoso, un amore totalizzante nei confronti della musica. Probabilmente era proprio quello il suo faro».
Come si disegna il jazz: ritmo, colori e vignette
Ti volevo fare una domanda più legata alla costruzione grafica del volume. Prima hai detto che il tentativo era quello di disegnare la musica, che non è una sfida semplice. Eppure ci sei riuscito molto bene. Penso soprattutto alle jam session, dove si percepisce davvero l’idea del jazz e dell’atmosfera di quegli anni. Come hai lavorato su questo aspetto?
«Nel fumetto, alcune caratteristiche chiave del linguaggio sono legate a come è impostata la narrazione. Di fatto il fumetto è una narrazione per immagini in sequenza. Tutto viene costruito mettendo un’immagine dietro l’altra. Questa sequenza è data dallo spazio bianco che divide una vignetta dall’altra. Ma c’è anche un ritmo interno alla pagina, un ordine di lettura.

Io ho lavorato proprio su questo aspetto, cioè su come distribuire la griglia delle vignette all’interno della pagina per dare un ritmo diverso e condurre il lettore verso la musica del periodo che stavo raccontando. Poi c’è il colore, che ha un forte impatto emotivo. L’ho usato in maniera narrativa e compositiva. Non c’è quasi mai una ricerca del colore realistico o naturalistico: volevo usarlo per trasmettere immediatamente un’emozione legata agli avvenimenti. Per esempio, nel capitolo dedicato alla dipendenza da eroina ho eliminato completamente il bianco e ho usato solo colori cupi per dare una sensazione di soffocamento.
In un altro capitolo, quello dedicato alla nascita del cool jazz a partire dal bebop, si passa da una griglia di colori caldi e vignette regolari a vignette lunghe e cinematografiche dai colori freddi. Una vignetta lunga rallenta la lettura, quindi obbliga il lettore a rallentare il ritmo, proprio come fa quella musica. Nel capitolo dedicato al quintetto con Herbie Hancock, invece, ho cercato di costruire la tavola come una base ritmica sulla quale si inseriscono gli assoli e gli interventi degli altri strumenti. Nell’insieme credo che in alcuni punti abbia funzionato molto bene, in altri magari meno, ma per me è stato un bellissimo esperimento narrativo».
Anche la scelta di differenziare i capitoli attraverso colori e atmosfere visive colpisce molto. Penso agli anni Settanta, oppure alle scene ambientate in Spagna. È stato un aspetto particolarmente complesso da costruire?
«Sì, sicuramente è stato un aspetto sul quale ho lavorato molto. Questo libro non ha avuto una sceneggiatura completa: ho lavorato direttamente sullo storyboard, inserendo i testi mentre costruivo le bozze. Per me la parte più importante è proprio la costruzione della narrazione, più ancora della rifinitura del disegno. Il tratto rimane sostanzialmente lo stesso per tutto il libro, ma cambiano la struttura, il colore e il modo di raccontare.
È stato complesso perché bisogna fare continuamente i conti con lo spazio disponibile e con i tempi. Mi sembrava di lavorare come un montatore video. Magari avevo due o tre episodi che volevo concatenare, iniziavo a costruirli, poi mi accorgevo che occupavano venti pagine e dovevo tornare indietro, tagliare e ricominciare. È stata una sfida impegnativa, ma anche molto formativa».
Gli episodi della vita di Miles Davis rimasti fuori dal volume
C’è qualche parte della vita di Miles Davis che hai dovuto lasciare fuori e che ti sarebbe piaciuto approfondire di più?
«Più che singoli episodi, direi interi periodi della sua vita. Per esempio, tutta la fase della formazione con Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Sono anni molto intensi. Quando arriva a New York nel 1944 succede davvero di tutto. Lui stesso racconta che, appena arrivato, prese addirittura in affitto un cavallo per andare a cavalcare perché era abituato così a casa sua. Nel giro di pochi mesi si ritrova a passare le notti con Charlie Parker, poi arrivano i problemi di eroina. È un periodo fondamentale della sua formazione umana e artistica.
Anche gli anni Settanta sono stati difficili da sintetizzare perché in quel periodo sperimenta tantissimo, attraversa generi diversi e realizza cose davvero folli. Trovare pochi episodi rappresentativi e condensarli nel libro non è stato semplice. Alcuni di questi momenti avrebbero tranquillamente potuto diventare un libro a parte».