‘Pole to Pole’, il racconto visivo degli estremi secondo Tom Williams

Già disponibile su Disney+, Pole to Pole with Will Smith è la nuova ambiziosa serie che porta gli spettatori in un viaggio estremo dal Polo Sud al Polo Nord. Guidata da Will Smith, la serie attraversa alcuni degli ambienti più spettacolari e inospitali del pianeta, intrecciando esplorazione scientifica, racconto umano e potenza visiva.

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Abbiamo intervistato Tom Williams, executive producer del progetto, che ci ha raccontato le scelte visive, il lavoro sul campo e l’equilibrio tra spettacolo, scienza e narrazione.

(credit: National Geographic/Freddie Claire)

Pole to Pole attraversa paesaggi radicalmente diversi. Qual è stata la sfida visiva più grande nel creare un’estetica coerente tra ambienti così estremi?
«Abbiamo deciso molto presto che volevamo girare la serie valorizzando l’unicità di ogni ambiente, piuttosto che cercare una coerenza forzata. Volevamo che il pubblico avesse un’esperienza viscerale, simile a quella che abbiamo vissuto noi sul posto. L’Antartide, ad esempio, sfrutta al massimo i grandi paesaggi per evidenziare la scala, la bellezza e l’isolamento del continente. L’Amazzonia, invece, utilizza molto più primo piano, per mostrare quanto l’ambiente sia intenso: è il luogo più vivo della Terra».

La serie è estremamente immersiva. Quanto sono stati importanti strumenti come droni e camere speciali nel definire il linguaggio visivo dello show?
«Abbiamo utilizzato una quantità enorme di attrezzature, molte delle quali progettate appositamente per affrontare le sfide di ogni ambiente. Avevamo però una sorta di mantra informale per la narrazione visiva dell’intera serie: l’epico e l’intimo. Volevamo che gli ambienti fossero epici e l’umanità il più intima possibile. Naturalmente abbiamo usato moltissimi droni, sistemi Shotover, gimbal, macro e rig personalizzati per dare vita a questi ambienti estremi come mai prima d’ora.

(credit: National Geographic/Kyle Christy)

Per quanto possa sembrare incredibile, abbiamo testato tutte le attrezzature per entrambi i Poli in una fabbrica di gelati a Londra. Ci siamo resi conto rapidamente che la videocamera-diario intima di Will — un iPhone con un’app a doppia camera — poteva essere l’anello debole, perché la batteria si scaricava molto velocemente a temperature estremamente basse. Così il nostro team di specialisti ha progettato e stampato in 3D un involucro su misura per mantenere caldo l’iPhone. Purtroppo funzionava un po’ troppo bene: la prima volta che Will lo ha usato, la fotocamera si è spenta perché si era surriscaldata!».

Il progetto entra in contatto con molte comunità locali. Come avete evitato uno sguardo esotizzante o distante?
«Per me questo aspetto era particolarmente importante. Molti anni fa ho studiato antropologia, e questa formazione ha influenzato tutto il mio lavoro. Al centro della serie c’è l’idea che ognuno debba raccontare la propria storia, sia nelle scene sia nelle interviste. E l’aspetto visivo delle interviste — che si tratti di Will, di un boscimane San o di un monaco bhutanese — è esattamente lo stesso. Questo approccio, basato su molteplici prospettive all’interno di ogni storia, rende la serie molto più ricca».

Will Smith ha una presenza scenica fortissima. Come avete bilanciato il suo ruolo di guida lasciando spazio ai paesaggi?
«I paesaggi parlano inevitabilmente da soli, perché ci trovavamo in alcuni dei luoghi più incredibilmente belli della Terra. Will è sempre stato molto consapevole del fatto che in questa serie stesse imparando, più che cercando di apparire come un esperto. Ama la scienza, è estremamente intelligente ed è straordinario nel rapporto con le persone, ma in questi luoghi si è trovato a volte davvero fuori dalla sua zona di comfort. Questo rende la serie molto più accessibile, perché credo che il pubblico risponda alla sua vulnerabilità».

(credit: National Geographic/Kyle Christy)

Molti episodi sono stati girati in condizioni estreme. Questi ambienti hanno influenzato le scelte creative, oltre ai limiti tecnici?
«Assolutamente sì. Volevamo dare vita a ogni ambiente nel modo più immersivo possibile per il pubblico».

Come avete bilanciato spettacolarità visiva, rigore scientifico e profondità narrativa?
«Il rigore scientifico e la profondità del racconto sono fondamentali per tutto ciò che realizza National Geographic. Abbiamo quindi preso molto presto la decisione di ricerca di rendere queste serie autentiche spedizioni verso l’ignoto, lavorando con esperti locali e internazionali per cercare di ottenere scoperte mai fatte prima. In Amazzonia abbiamo scoperto nuove specie di ragni e scorpioni velenosi, oltre a una nuova specie di anaconda verde. In Papua Nuova Guinea abbiamo registrato per la prima volta una nuova lingua. Tutte queste scoperte sono accompagnate da pubblicazioni accademiche.

(credit: National Geographic/Kyle Christy)

Quando cerchi di spingerti verso qualcosa di straordinario, alla ricerca di ciò che è davvero nuovo, insieme a esperti eccezionali ai vertici del loro campo, lungo il percorso emergono anche emozioni intense e profonde riflessioni sull’umanità. Ed è questo, spero, che rende la serie un’esperienza davvero coinvolgente».