C’è ancora spazio oggi, nella musica dal vivo, per l’idea di condivisione? Nell’epoca degli streaming, della scomparsa dei piccoli club e dell’intelligenza artificiale sembra sempre più che la musica sia una questione di algoritmo e business, qualcosa che ha poco a che vedere con l’arte. È una sensazione diffusa, per qualcuno semplicemente nostalgica, che porta a chiedersi cosa sia oggi l’arte. E soprattutto se, in un sistema in cui tutto sembra misurarsi con numeri e successo, ci sia ancora spazio per la sua missione più originaria e catartica.
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Una luce, secondo Manuel Agnelli, però c’è.
«Sono stato in giro negli ultimi anni, un po’ casualmente e un po’ per mia figlia Emma che suona in una band», racconta Manuel dentro GERMI – LdC, il locale milanese da lui fondato e diventato ormai un punto di riferimento culturale. «Emma mi ha portato a vedere concerti in posti improbabili – continua – e ho scoperto una miniera d’oro di talento. C’è una tendenza, tra i ragazzi più giovani, a suonare veramente gli strumenti, a scriversi le proprie canzoni. Non è una novità, io sono nato così. Eppure, negli ultimi anni, questa tendenza era scomparsa».
Musica tra creatività e business
Senza nascondersi dietro il classico dito, Agnelli parla dei «pochi autori che scrivono per tanti» e della politica dell’algoritmo. «L’industria deve fatturare – precisa – ma il problema è ciò che manca: l’attitudine». Certo, dal 1986 – anno di fondazione degli Afterhours – ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma è anche vero che la storia vive di corsi e ricorsi. Quello di cui Agnelli è stato testimone girando per locali improbabili insieme alla figlia è proprio il ritorno di quell’attitudine che lo aveva avvicinato alla musica quarant’anni fa.
«La nuova generazione – spiega – ha scoperto l’enorme potenza di questo linguaggio e di questa identità. Li rende meno soli e fa riscoprire loro la comunità, perché ci sono tantissime band. Suonare in questi posti improbabili, ma pieni di ragazzi che pogavano, mi ha entusiasmato. E così, nel nostro piccolo, volevamo creare un laboratorio dove questi ragazzi possano sbagliare e crescere nel tempo». Un concetto quasi vintage nell’epoca del mantra o fai San Siro o sei morto, come sottolinea Salvatore Nastasi, presidente della SIAE.
Suoni dal Futuro: il progetto di Manuel Agnelli e SIAE
Eppure una speranza deve esserci, a meno di non considerare la musica ormai divisa in compartimenti stagni, più economici che artistici. Da qui nasce Suoni dal Futuro, progetto triennale dedicato alla nuova scena musicale italiana che mette al centro creatività, diritto d’autore e dimensione live. Manuel Agnelli, per dare più incisività all’iniziativa, ha unito le forze con SIAE per sostenere una nuova generazione di autori, autrici e musicisti attraverso un percorso concreto fatto di palco, formazione e crescita professionale.
«Una sera, nel novembre scorso a Milano in occasione dei Siae Music Award, abbiamo visto alcuni artisti e io ho raccontato a Manuel delle mie due figlie e dei live a cui partecipano», racconta Nastasi. «Io sapevo di Germi. – prosegue – Il rapporto fisico del pubblico con la musica è ancora fortissimo. Diamo la possibilità a questi ragazzi di imparare e di farsi vedere, di sentire la forza del pubblico. Non è possibile che a vent’anni o fai San Siro o sei morto: c’è una via di mezzo e siamo noi. Se non lo fa la SIAE, chi lo fa?».
In concreto, Suoni dal Futuro si sviluppa su due direttrici. Da una parte c’è GERMI – LdC di Milano, che diventa un laboratorio permanente di scouting e formazione: cinque serate al mese per dieci mesi l’anno, con circa cento band coinvolte in una programmazione continuativa basata su brani originali e identità artistica. Dall’altra c’è il Suoni dal Futuro Live Tour, rassegna itinerante che ogni anno porterà dodici progetti musicali selezionati nei club di otto città italiane – Milano, Roma, Bologna, Napoli, Palermo, Taranto, Pesaro e Torino – per un totale di 96 concerti a ingresso gratuito.
La prima sessione del tour 2026 partirà il 10 aprile da Milano e vedrà protagonisti Dirty Noise, Dlemma, Grida, Kahlumet, Mars on Suicide e Wayloz, toccando alcuni dei club più attivi della scena indipendente italiana.
Perché stanno scomparendo i piccoli club
Il progetto rappresenta anche l’evoluzione di un percorso già avviato. Suoni dal Futuro nasce infatti dall’esperienza di Carne Fresca, la rassegna lanciata nel 2024 da Germi che aveva già dato spazio a numerosi artisti tra i 15 e i 30 anni selezionati tra migliaia di candidature arrivate da tutta Italia. Il punto, però, è un altro. Suoni dal Futuro non è solo un’iniziativa di supporto ai giovani artisti. È anche una risposta politica a un problema di spazi. Stanno scomparendo i club, i piccoli locali, i centri sociali: i luoghi in cui la musica nasce, si sporca, vive e respira di comunità.
«Per noi i luoghi sono stati fondamentali», ricorda infatti Agnelli. «Negli anni ’80 ci siamo costruiti un mondo intorno fatto di musica suonata, prodotta e scritta da noi. – dice – Uno degli scopi di Suoni dal Futuro è trovare altri posti come Germi in Italia. Il live club deve tornare a essere un luogo centrale. Non solo stanzoni vuoti da affittare ai promoter, ma spazi con una direzione artistica».
Una rivoluzione possibile? È una domanda che vale la pena tenere in testa. Perché Suoni dal Futuro funzionerà o non funzionerà non tanto in base a quante band passeranno per Germi, ma in base a quanti altri luoghi come Germi nasceranno in Italia. In un momento in cui l’industria culturale sembra muoversi sempre più verso l’immateriale, scommettere su uno spazio fisico con una visione artistica è un gesto controcorrente. E forse proprio per questo vale la pena seguirlo.