Il bisogno di tornare, l’urgenza di dire la propria, di raccontare e di raccontarsi. Farlo a vent’anni dal precedente progetto discografico e in un contesto completamente diverso diventa un’autentica forma di coraggio. Ed è proprio questo approccio che Riccardo Cocciante ha sempre dimostrato di avere esplorando in musica e parole i territori del sentimento in maniera personale, senza mai “essere davvero di moda” e proprio per questo rimanendo attuale. Oggi come ieri.
Non è un caso che, dopo aver spento ottanta candeline, il 13 marzo esce un album dal titolo Ho vent’anni con te che porterà l’artista nuovamente in tour (qui le date) mentre nei teatri proseguono con successo le repliche di Notre Dame de Paris. Il tempo e la longevità, del resto, sono aspetti su cui Cocciante riflette senza crogiolarsi nell’autocelebrazione – che detesta – ma come dimensioni della permanenza a cui ogni artista aspira. Essere sempre nel presente, viverlo e testimoniarlo con un linguaggio che ne superi le coordinate e possa continuare a parlare alle diverse generazioni.
E allora, le ricorrenze di questo 2026 diventano l’occasione per guardare a un intero percorso ma anche al futuro. Tra istinto, sopravvivenza dell’arte e confronto generazionale.
Un disco che arriva in un anno speciale.
«Mi sono rifatto un po’ a quello che mi ha insegnato Margherita. Quando è uscita era improbabile che avesse successo perché non era nell’onda nel momento e poi è andata benissimo. Forse il motivo è che andava contro tutto quello che c’era in quel momento: la musica aveva una tendenza piuttosto politica e mi sembrava impossibile arrivare con un messaggio diverso. Questo mi ha insegnato che devo fare quello che amo. Ho sempre cercato di fare quello che amo, senza stare troppo attento a quello che c’è intorno.
Lo stesso vale per Notre Dame de Paris, per esempio, non doveva neanche avere successo. È venuto fuori quasi per caso. E il grande successo ci ha sorpreso: possiamo amare quello che facciamo, ma questo non significa automaticamente che arrivi il successo. Invece è arrivato, potente, enorme. Questo mi ha insegnato a seguire il mio istinto: faccio ciò che mi piace, poi vedremo».
È un’emozione diversa uscire con un disco oggi, alla sua età?
«Sì, perché dopo tutto questo tempo potrei dire: mi fermo qui, basta così. Sono fiero di quello che ho fatto. Ma non mi basta: vorrei dire ancora qualcosa. Questo disco arriva dopo quasi vent’anni senza pubblicare un album intero. In questi anni ho scritto canzoni qua e là e a un certo punto ho deciso di raccoglierle. Mi sembrava il momento giusto.
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A 80 anni uno sente il bisogno di dire qualcosa. Non avrei mai pensato di arrivare a questa età e di poter ancora cantare, fare concerti, avere ancora la voce. È anche un ringraziamento: il ringraziamento di essere ancora qui. Quando fai questo mestiere – che in realtà non è un mestiere – non puoi fermarti. È un bisogno di esprimerti. L’artista si ferma solo quando muore».
E il segreto della longevità artistica, secondo lei, qual è?
«Semplicemente, arrivato a questa età posso anche scegliere un po’ di più e non stare dietro a tutta la discografia, che a volte ti costringe a fare certe scelte e ti toglie la libertà di esprimerti davvero, di fare le cose che ami. Perché altrimenti rischi di sembrare démodé in questo mondo. Forse però il fatto di non essere mai stato davvero di moda fa sì che esista ancora oggi. Le mie canzoni esistono, ma non sempre cantate da me: spesso le interpretano altri artisti. Ed è bello così, perché una canzone non deve finire quando finisce il cantante. Deve continuare la sua vita.
Forse sì, la longevità è anche questo: amare il proprio tempo pur restando coerenti. Io cerco di rimanere coerente nella mia maniera di essere e di esprimermi, ma guardo anche ciò che succede intorno a me. Non è vero che tutto ciò che esce oggi è brutto. In ogni epoca ci sono tante cose mediocri e qualche perla. Anche oggi è così».
Come vive, invece, il confronto con le nuove generazioni che magari reinterpretano anche la sua musica?
«Sono sempre molto felice quando un altro interprete propone una mia canzone in modo diverso. È bello confrontarsi con le nuove generazioni: loro prendono qualcosa da noi, ma anche noi prendiamo qualcosa da loro. Non finisce lì, si impara sempre. Quando un giovane si avvicina e mi dice: “Voglio fare questa tua canzone”, per me è un regalo. Un film come quello di Paolo Sorrentino ha fatto rifiorire Era già tutto previsto, che è stato riscoperto anche dai giovani. Questo mi fa molto piacere.
Non bisogna pensare che tutto sia bello: bisogna proporre, proporre, proporre. Poi arrivano le piccole stelle, le chicche. A me piace quando arriva qualcosa di nuovo, qualcosa che colpisce, quasi un pugno. La proposta dura mi attira molto di più di quella soffice. Non mi sono mai considerato romantico. Forse il mio è un rock romantico, ma con qualcosa di roccioso nella mia espressione. Amo l’amore, i sentimenti, ma espressi con una certa durezza. Quando ho sentito, per dire, Måneskin la prima volta ho pensato: “Questo è un pugno”. E ho detto: dovrebbero vincere e ce l’ha fatta, è giusto così».
La ricerca dell’essenzialità
Che rapporto ha con il tempo che passa?
«Ne parlo in molte canzoni. Arrivati a una certa età si pensa inevitabilmente al tempo che resta da vivere, al desiderio di assaporare le cose belle e di dirle. Il tempo è spietato. Non lo sappiamo davvero, ma ogni tanto bisogna dirlo. Io lo faccio nel primo pezzo del disco, Ho vent’anni con te, ma anche nell’ultimo, Il pensiero che resta. È quel sapore che ogni artista vorrebbe lasciare: la speranza che ciò che facciamo resti anche dopo di noi. È l’ambizione di tutti gli artisti: non morire con la propria morte fisica.
C’è una frase che sintetizza questo pensiero: “Quando morirò parlerà il mio cuore nel solco della terra.” È quasi un testamento, ma gioioso, senza piangersi addosso. La consapevolezza che la vita è limitata – e forse è proprio questo che la rende preziosa».
Con quale spirito ha lavorato per questo nuovo progetto?
«Quando canto oggi non cerco di ringiovanirmi. Quando faccio i concerti non cerco di copiarmi: cerco di rieditare le canzoni, di riscoprirle come se fossero nuove. Ho vent’anni con te non significa tornare indietro per ringiovanire. Significa tornare all’essenza di se stessi. Penso sempre ai grandi pittori, che per tutta la vita cercano di tornare all’essenziale. Le mie canzoni hanno poche parole, sono piccole. Non voglio farle grandi ed enormi: l’essenza è la cosa più importante.
Il mio sogno sarebbe una canzone con tre parole, una musica minimale. Forse è una ricerca del tempo vissuto – on perduto – con tutti gli errori che si possono fare. Il piacere di tornare all’inizio, quando eravamo genuini e veri. Il primo disco di un artista è sempre vero; poi rischia di essere inghiottito dall’industria».
In riferimento alla pittura e alla ricerca di essenzialità, c’è qualche artista o corrente in cui si ritrova particolarmente?
«Io penso che un artista dovrebbe fare proprio questo percorso: prima sperimentare, cercare, e poi tornare indietro per ritrovarsi. Prendo un esempio storico: Pablo Picasso. All’inizio dipingeva in modo molto classico, poi ha passato tutta la vita a tornare all’essenza, al poco, quasi al nulla. Anche molta pittura francese è basata su questo principio. E trovo che nella musica succeda la stessa cosa.
Quando ascoltiamo Igor Stravinsky, per esempio, vediamo che arriva a scomporre completamente l’armonia. In opere come Lasagra della primavera si sente proprio questo desiderio di tornare all’essenza. Oppure Claude Debussy, che lavora su armonie molto sottili, su pochi elementi. Tutta la corrente francese, non solo nella musica ma anche nella pittura e nelle altre arti, ha questa idea: non andare sempre avanti, perché sembra che ormai sia stato scoperto tutto, ma tornare indietro per riscoprire ciò che si è perso».
Cosa pensa, invece, dell’intelligenza artificiale applicata alla musica, anche per produrre o comporre?
«Lo dico subito: in questo disco non c’è nessuna intelligenza artificiale, è tutto suonato davvero. Non sono completamente contrario, però è una tecnologia ancora troppo recente per essere usata davvero bene. Come tutte le tecniche, bisogna aspettare un po’ di tempo per imparare a dominarla, per controllarla. Altrimenti rischiamo di esserne sopraffatti. È successo anche in passato. Quando sono arrivate le tastiere elettroniche siamo rimasti affascinati e forse ne abbiamo abusato. Poi si è capito che era meglio usarle nel modo giusto, mescolandole con strumenti veri.
Attenzione, io amo molto la tecnica. Fa parte della musica. Quando facevamo i concerti, per esempio, siamo stati tra i primi a sperimentare alcune soluzioni tecniche. Ricordo che una volta dissi: “Perché non mettiamo questo sistema qui?”. Mi risposero: “Ma sei pazzo”. Oggi invece è diventato normale. La tecnica ci aiuta. Quando ho fatto la tournée di Notre Dame de Paris, per esempio, ho voluto usare il microfono di prossimità. Non è uno strumento che aiuta a cantare meglio – anzi, a volte evidenzia anche i difetti – ma è semplicemente un altro strumento espressivo.
Quando uscì il Moog synthesizer eravamo tra i primi a usarlo. Da lì sono nate poi tutte le tastiere elettroniche che conosciamo oggi. Anche l’AutoTune bisogna saperlo usare. Non sono contrario: si possono creare effetti interessanti, può diventare un nuovo linguaggio espressivo. Ma usarlo per correggere chi non sa cantare, su quello non sono d’accordo».
Ha visto lo speciale televisivo su di lei?
«La verità è che io non amo guardarmi né ascoltarmi, quindi non l’ho visto. Forse lo vedrò. Mi hanno detto che era bello e questo mi fa piacere. Ma la vera celebrazione per me è il concerto: quando il pubblico ti restituisce qualcosa. Quella è la cosa più autentica. Se potessi quasi cancellare il mio fisico lo farei: preferirei che la gente ascoltasse solo quello che faccio. Un po’ come Mina, che a un certo punto ha smesso di apparire. Dimostra che si può esistere anche senza esserci fisicamente. A volte il messaggio diventa ancora più forte. Non esserci… ma esserci».
Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati