Tredici Pietro lungo la scala della vita: «Siamo tutti un ‘Uomo che cade’»

C’è un’immagine che resta impressa ancora prima di ascoltare la canzone. Quell’uomo sospeso tra salita e caduta, quasi cristallizzato in un movimento ciclico che non ha un vero inizio né una fine. Tra l’immaginario surreale di René Magritte e le performance vertiginose di Yoann Bourgeois, la copertina di Uomo che cade di Tredici Pietro racconta già tutto. O almeno parecchio.

Il giovane artista debutta alla 76ª edizione del Festival di Sanremo con un brano che mette al centro la fallibilità, il rischio, l’errore. Non l’eroe che trionfa, ma l’uomo che inciampa e sceglie di riprovarci. Un racconto generazionale, ma anche profondamente personale.

Il pezzo, scritto con Antonino Di Martino e prodotto da Vanegas con la produzione aggiuntiva di Giovanni Pallotti, Fudasca, Sedd e Montesacro, fonde hip hop, R’n’B e tensione cantautorale. Le strofe in minore creano una dimensione raccolta e quasi ipnotica, mentre il ritornello si apre in maggiore, come una finestra spalancata dopo una stanza chiusa.

Chi è l’Uomo che cade

Uomo che cadeè il titolo del brano che porti in gara. Come nasce?
«Uomo che cade è stato scritto a quattro mani con Antonio Di Martino per quanto riguarda il testo, mentre la musica è stata composta da Di Martino insieme a Vanegas. È nato in una giornata di sole, nella primavera del 2025, circa un anno fa, poco dopo l’uscita del mio primo EP, Non Guardare Giù. In qualche modo questo brano è il naturale proseguimento di quel disco: c’è un filo rosso molto forte, tanto che abbiamo deciso di inserirlo in una riedizione del progetto, Non Guardare + Giù. Non la chiamerei un vero e proprio repack, perché contiene solo due brani in più, ma per me è come chiudere un ciclo di scrittura, un viaggio interno nato da un’urgenza personale».

Di cosa parla?
«Il pezzo parla del tentare. Si dice sempre “tentare non nuoce”, ma nella mia generazione vedo tante persone bloccate proprio dalla paura di provare. Siamo schiacciati dalle infinite possibilità, dalle aspettative, da un mondo che sembra correre più veloce di noi. Questo può irrigidire, paralizzare. Io credo invece che la negatività stia nel non agire. La depressione è il punto finale, ma prima ancora c’è il blocco, l’immobilità. Immaginare il domani oggi è complicato, però non abbiamo altro che il nostro corpo, le nostre possibilità e quel minimo di libero arbitrio che ci resta. Dobbiamo agire, comunque».

Anche in amore.
«Sì, ho cercato di raccontare tutto questo attraverso una storia d’amore molto personale. In passato ho parlato fin troppo di alcune cose private e ho capito che non sempre è giusto farlo. Qui ho provato a partire dal particolare per arrivare a un significato più ampio: quando ti disinnamori di qualcuno, lo deidealizzi, lo “fai cadere” dal piedistallo. Noi giovani siamo molto idealisti e rischiamo di passare dall’esaltazione alla disillusione in un attimo.

Cover da Ufficio Stampa

Nel brano dico: adesso mi hai messo giù, ma guardando in alto vedrai un altro uomo che cade. Perché siamo tutti così: saliamo, scendiamo, proviamo, falliamo. La scala della vita non è lineare e accettarlo è forse la cosa più difficile oggi. Abbiamo sogni enormi e li vogliamo subito, perché ci sembra che agli altri accada tutto immediatamente. Siamo bombardati da input continui che ci confondono e ci tolgono serenità. Quando scrivo, per esempio, non so mai esattamente cosa sto scrivendo. Solo dopo mi rendo conto di quello che stavo cercando di dire, anche a me stesso».

Nel testo parli di “figuracce” e di errori. Che rapporto hai con lo sbaglio?
«La “figuraccia” è una parola dolce, quasi bambinesca. Mi piace perché racconta quello stato di esposizione e vulnerabilità che può provare anche un bambino: sentirsi nudo davanti agli altri.
Credo però che fare un’altra figuraccia sia fondamentale. È funzionale alla crescita, al miglioramento. Oggi viviamo in un’epoca in cui chiunque può sentirsi esposto alla viralità: basta un video sbagliato e ti ritrovi ovunque.

LEGGI ANCHE: — Fulminacci, tra le macerie per riscostruire: il mondo di ‘Calcinacci’

Questo crea una tensione costante che può bloccare l’azione. La figuraccia può essere una cosa semplice, come chiedere il numero a qualcuno e tornare a casa senza averlo ottenuto. Oppure qualcosa di più grande. Ma senza quel rischio restiamo fermi. Io voglio poter fare un’altra figuraccia, come un bambino che scivola in piazza: c’è qualcosa di tenero in quell’immagine. Mi interessava restare in quella tenerezza».

Cover da Ufficio Stampa

La tua generazione ha più difficoltà rispetto a quelle precedenti, secondo te?
«Non direi “più” o “meno”. Sono difficoltà diverse. Sfide completamente differenti.
Per i nostri genitori comprare una casa era una sfida, ma una sfida raggiungibile. Per noi a volte sembra di scalare l’Everest. C’è un’inflazione diversa, un contesto economico diverso, un mondo completamente cambiato. Io mi interesso molto di geopolitica, mi piace osservare quello che succede intorno a noi. È anche parte del mio ruolo come artista. Ma se vogliamo affrontare davvero questo discorso, servirebbe un podcast di un’ora. Quello che posso dire è che le sfide sono cambiate. E noi dobbiamo trovare il nostro modo di affrontarle».

La copertina, la caduta, la Vita

La copertina rappresenta una caduta, o un salto? Come va letta?
«L’immagine è di Yoann Bourgeois: una sua performance in cui cade su un trampolino che lo riporta sempre al punto di partenza, alla base di una scala. Continua a salire e a scendere, in un ciclo infinito. Per me era perfetta per il brano. Mentre scrivevo e cantavo Uomo che cade, avevo in mente proprio questa idea: torni al punto di partenza, ma quel ritorno presuppone tutto quello che è successo prima. La caduta, la salita, l’esperienza.

È un’immagine molto ermetica, ma se vogliamo tradurla in qualcosa di più concreto: è come una persona povera che diventa ricca. Quando entra nella stanza dei ricchi, magari torna a sentirsi il più povero di tutti. E ricomincia la scalata. Anche in un’ascesa c’è sempre una nuova caduta, un nuovo inizio. La scala della vita non è mai lineare. Non è una freccia che va solo verso l’alto. È un movimento continuo, ciclico. E forse la vera difficoltà è accettarlo».

Per la serata delle cover, hai scelto Vita di Lucio Dalla e Gianni Morandi. C’è un filo rosso con il brano in gara?
«Sì, credo di sì. Anche se dirlo da artista fa sempre un po’ strano, perché quando lo sentivo dire dagli altri pensavo: “Non ci credo”. Però in questo caso è come se fosse stato qualcosa di istintivo.
Vita è uno dei brani a cui sono più legato, scritto da Mogol e portato al successo da mio padre, Gianni Morandi. Per anni ho cercato di prendere le distanze da questa eredità, quasi a dire: voglio fare il mio percorso. Ma quando ho saputo che sarei andato a Sanremo, dopo pochi secondi ho capito che quella sarebbe stata la scelta giusta.

È una canzone che parla di vita, di amicizia, di rivalsa contro l’energia negativa che può abbatterti. Racconta la disillusione, ma anche la scelta di continuare a credere. In questo senso dialoga molto con Uomo che cade: entrambi parlano di cadute, ma anche della volontà di rialzarsi. La porterò sul palco con i miei compagni di viaggio, i produttori del disco – Fudaska, Galeffi, Sedd e Montesacro – che per me sono come fratelli. La cosa più bella sarà cantarla insieme a loro. Alla fine, la scelta era quasi inevitabile. Sarebbe stato strano fare altro. Perché, al di là di tutto, parla di vita. E oggi è questo che sento di voler raccontare»

Con che stato d’animo affronti Sanremo?
«Ho appena realizzato davvero che tra pochissimo salirò su quel palco. Ho pensato: “Adesso dovrei alzarmi e cantare il brano”. E ho sentito il batticuore. Ma è una cosa bellissima. È uno “spark” di vita. Per anni ho quasi rifiutato Sanremo come concetto. Venendo da una famiglia così legata a quel palco, sentivo il bisogno di prendere le distanze. Poi ho fatto i conti con me stesso e ho capito che è una cosa bellissima, e anche naturale per me. Evidentemente avevo bisogno di fare un mio percorso prima di arrivarci.

E come vivi l’idea della gara, della classifica?
Nessuno vuole sfigurare, tutti vogliono vincere. Ma ci sono tanti modi per vincere. Secondo me il risultato migliore lo ottieni quando pensi a te stesso e non guardi il giardino degli altri. Nel momento in cui pensi alla classifica, stai già pensando anche agli altri. E allora meglio evitarlo».

E l’Eurovision?
Non ci penso. L’Eurovision lo fa uno su trenta: la percentuale è bassissima. Non ha senso caricarsi di quell’idea adesso. Se dovrà succedere, ci penserò quando sarà il momento. Dopo la prima sera, comunque, non avrebbe nemmeno senso parlarne.

Tra una caduta e una risalita, Uomo che cade è un manifesto gentile sulla fallibilità. Un invito a non restare immobili per paura di sbagliare. Perché, come suggerisce l’immagine di Bourgeois, non esiste un punto definitivo di arrivo: esiste solo il movimento. E dentro quel movimento, forse, la forma più autentica della vita.

Immagini da Ufficio Stampa