Nelle ultime ore, camminando per le strade di Milano e Roma, è difficile non imbattersi in un messaggio familiare e potente. Sui maxi led urbani campeggia, infatti, la scritta Nessuno mi può giudicare – 60 l’inconfondibile immagine del casco d’oro più noto d’Italia. Non si tratta di una campagna pubblicitaria tradizionale, ma di un omaggio visivo che riporta nello spazio pubblico uno dei brani più simbolici della musica pop italiana.
A firmare l’iniziativa è Urban Vision Group, che ha scelto di celebrare i 60 anni del brano portato al successo da Caterina Caselli il 27 gennaio 1966 sul palco del Festival di Sanremo. L’intervento urbano utilizza il network di maxi led screen attivo nelle due città, trasformando le superfici digitali in luoghi di memoria collettiva.
La creatività è costruita attorno a un segno grafico immediato: il titolo della canzone, l’immagine iconica di Caterina Caselli e la sua firma. Un linguaggio visivo diretto, coerente con il messaggio della canzone e sorprendentemente attuale che resta, a 60 anni di distanza, un manifesto culturale.
Un messaggio che resiste al tempo
Nel corso degli anni, la canzone ha superato i confini della musica, entrando nel cinema, nella pubblicità e nell’immaginario collettivo. Ha dato il titolo all’omonimo musicarello del 1966 interpretato dalla stessa Caselli, e ha ispirato il film di Massimiliano Bruno del 2011 con Paola Cortellesi. Inoltre, è stata tradotta e reinterpretata anche all’estero, con versioni celebri come quelle di Dalida e Richard Anthony. Fino ad arrivare a remix contemporanei come quello firmato da Lost Frequencies.
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Ma il valore più profondo del brano resta il suo messaggio. Come racconta la stessa Caterina Caselli: «A tutt’oggi è una canzone che non ha una ruga e il testo è ancora quanto mai interessante, porta al suo interno concetti universali come la libertà e il coraggio. Rimane comunque un inno beat o pop, ma contiene un messaggio importante. È orecchiabile e allo stesso tempo esprime un messaggio di libertà, quello di poter scegliere, di sbagliare e non per questo essere giudicate».
Un ricordo che Caselli lega anche a un momento di grande cambiamento sociale. «A Sanremo andai molto tranquilla – ricorda – non avevo nulla da perdere, ero molto felice e difendevo quella canzone. Mi piaceva il testo, mi piaceva quello che dicevo, ci credevo, mi piaceva cantare la frase ‘ognuno ha il diritto di vivere come può’, che infatti anni dopo è diventata il manifesto del movimento gay. In quel momento ci fu un cambiamento di costume straordinario, non era così abituale che le donne portassero i pantaloni e tantomeno la minigonna. E quel taglio di capelli, che fu adottato da tantissime ragazze e poi definito “Il casco d’oro”, fu una ventata di novità, portò un vento di libertà».
Curiosamente, il brano – composto da Pace e Panzeri per la musica e Beretta e Del Prete per il testo – era stato inizialmente proposto ad Adriano Celentano, che lo rifiutò. Un dettaglio che, col senno di poi, ha contribuito alla sua forza simbolica, come racconta ancora Caselli. «Il fatto stesso che fosse una canzone scritta per un uomo, e che invece a cantarla fosse una ragazzina di neanche vent’anni con quel piglio, evidentemente ha trasmesso il messaggio coraggioso di una che dice di non volere essere giudicata per uno sbaglio commesso. Continua ad essere nel cuore di molte persone e mi capita spesso di incontrare ragazzi e ragazze che la conoscono, che l’hanno ballata e cantata».
Immagini da Ufficio Stampa