Alla Mostra del Cinema di Venezia, un’esperienza in realtà virtuale ha riportato alla luce la storia di Frida Hansen, artista tessile norvegese celebrata in vita e poi dimenticata. Ne parliamo con la regista Hilde K. Kjøs.
Una villa in miniatura cresce fino a circondare chi la osserva. Nelle sue stanze, fotografie, oggetti e arazzi aprono passaggi nella vita di Frida Hansen, artista tessile norvegese celebrata in Europa tra Otto e Novecento e poi quasi scomparsa dalla storia dell’arte. È l’inizio di Finding Frida, esperienza in realtà virtuale presentata a Venice Immersive, la sezione dedicata ai linguaggi immersivi dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si è svolta dal 2 al 12 settembre 2026.
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Il progetto, della durata di 41 minuti, è diretto da Hilde K. Kjøs e scritto da Cecilie Levy, trisnipote dell’artista. Attraverso la casa e il giardino di Hansen, l’opera intreccia documenti, ricostruzioni digitali e memoria familiare. Abbiamo parlato con la regista delle ragioni per cui Frida fu dimenticata e delle scelte con cui ha cercato di restituire consistenza, anche fisica, alla sua arte.
Finding Frida, intervista a Hilde K. Kjøs
Frida Hansen era celebrata a livello internazionale quando era in vita, eppure dopo la sua morte è stata in gran parte dimenticata. Perché un’artista della sua statura è scomparsa dalla storia più conosciuta dell’Art Nouveau europea?
«La scomparsa di Frida va compresa nel modo in cui è stata scritta la storia dell’arte. Era una donna che lavorava in un’epoca in cui le strutture che definivano il mondo dell’arte — musei, accademie, collezioni, critica e studi storico-artistici — erano in larga misura plasmate dagli uomini. Le donne potevano essere celebrate nel proprio tempo e vedere comunque svanire gradualmente la propria eredità artistica.

C’è poi un aspetto particolarmente importante legato al mezzo espressivo di Frida. L’arte tessile e l’arazzo sono stati storicamente collocati più in basso nella gerarchia delle arti, spesso associati all’artigianato, alla decorazione e alla sfera domestica anziché alle belle arti. Per questo, agli artisti che lavoravano in questi ambiti non è sempre stato riconosciuto lo stesso posto nel canone riservato a pittori e scultori. Frida è anche un esempio affascinante di quanto possa essere fragile il riconoscimento artistico. Le sue opere erano esposte a livello internazionale ed erano molto apprezzate quando era in vita, ma quel riconoscimento non si tradusse necessariamente in una presenza duratura nelle istituzioni che custodiscono la storia dell’arte. Quando le mostre finirono, le collezioni si dispersero e scomparvero le generazioni che conoscevano il suo lavoro, il suo nome divenne sempre più difficile da rintracciare.
Credo inoltre che ci sia una dimensione di genere più ampia. Abbiamo visto più volte artiste cancellate dalla storia dell’arte europea, o relegate ai suoi margini, per essere riscoperte soltanto generazioni dopo. La storia di Frida, quindi, non riguarda soltanto un’artista dimenticata. Solleva una domanda più grande: chi viene ricordato, quale lavoro viene considerato importante e che cosa perdiamo quando lasciamo che il canone diventi troppo ristretto? È anche questo che rende Finding Frida così importante per me. Non stiamo semplicemente riscoprendo un’artista che un tempo era famosa. Ci chiediamo perché sia stata dimenticata e che cosa significhi riportarla oggi nella conversazione».
Finding Frida è scritto e narrato da Cecilie Levy, trisnipote di Frida Hansen. In che modo il suo legame personale con Frida ha dato forma al progetto e al suo approccio come regista?
«L’idea originale di Finding Frida è stata della sceneggiatrice, Cecilie Levy. Inizialmente voleva raccontare la storia di Frida attraverso gli occhi di una bambina, forse una sorta di alter ego di Cecilie stessa. Io provengo dalla tradizione del documentario cinematografico e, quando sono entrata nel progetto, volevo rafforzarne la dimensione documentaria, approfondire la biografia di Frida e radicare il racconto più saldamente nella sua vita e nel suo lavoro. Partendo da quella posizione di distanza, ho cercato di creare un ritratto intimo di Frida: guardare oltre i fatti storici e trovare le dimensioni più essenziali ed emotive della sua vita.

Allo stesso tempo, mi interessava l’idea di raccontare due donne della stessa famiglia, separate dal tempo, e di capire che cosa il loro legame potesse dire sulla creatività attraverso le generazioni. Tutti, in certi momenti della vita, abbiamo bisogno di modelli: persone a cui guardare per trovare coraggio, soprattutto quando affrontiamo dei dubbi o cerchiamo la nostra strada. In questo senso, il legame tra Frida e Cecilie è diventato qualcosa di molto più universale. È stato anche il punto in cui io e Cecilie ci siamo incontrate come sceneggiatrice e regista. In definitiva, il legame personale di Cecilie non era qualcosa che volevo semplicemente riprodurre: è diventato una porta d’accesso alla storia di Frida. Ci ha permesso di renderla presente e attuale, mantenendo al centro dell’esperienza la sua vita e la sua eredità artistica».
L’esperienza mette in relazione due donne nate a un secolo di distanza. Voleva realizzare un ritratto tradizionale di Frida o un dialogo tra la sua vita e quella di Cecilie?
«Questa è prima di tutto una storia su Frida Hansen e sulla sua arte. La nostra ambizione è riportare all’attenzione del pubblico un’artista di livello mondiale, oggi in gran parte dimenticata, riaffermare la sua importanza culturale e farne la protagonista dell’esperienza in VR. Allo stesso tempo, volevamo creare un ponte narrativo con il presente. Per questo abbiamo introdotto Cecilie, trisnipote di Frida e anche autrice dell’esperienza. La sua presenza ci permette di rendere la storia di Frida più personale e immediata, e di esplorare che cosa significhi scoprire un modello del passato ed entrare in relazione con lui.
Quindi, anziché raccontare in uguale misura Cecilie e Frida, usiamo Cecilie come sguardo contemporaneo attraverso il quale il pubblico può incontrare Frida. Il loro legame dà alla storia una rilevanza che va oltre l’importanza storica dell’artista. Ci permette di porre una domanda più universale: che cosa possono darci le persone venute prima di noi e in che modo i modelli che scopriamo possono contribuire a renderci ciò che siamo?».
La villa Art Nouveau appare inizialmente in miniatura, poi cresce fino a circondare lo spettatore. Perché ha scelto una casa come ingresso nel mondo di Frida? Che cosa rende possibile questa trasformazione nella realtà virtuale?
«L’esperienza VR ruota in gran parte attorno a questa villa, che è uno spazio fisico e simbolico della vita di Frida. Costruita per lei nel 1904, la casa fu progettata da una sua contemporanea, Lilla Hansen, considerata la prima donna norvegese ad aver aperto un proprio studio di architettura. Tra le due non c’è alcun legame di parentela. La casa esiste ancora ed è conservata straordinariamente bene. Molti dei fiori e degli alberi da frutto del giardino circostante crescono dalle stesse radici piantate ai tempi di Frida.
All’inizio dell’esperienza incontriamo la villa come un modellino in miniatura: possiamo guardare nelle diverse stanze, spazi nei quali entreremo più avanti per esplorarli dall’interno. Il giardino, come la casa, diventa uno spazio di passaggio ricorrente fra i due piani temporali della storia: il passato e il presente. Il mondo onirico e frammentato del passato è creato a partire da scansioni di oggetti reali, trasformate in modelli 3D. Il presente, invece, è rappresentato attraverso riprese contemporanee a 360 gradi, sia nel giardino sia all’interno della casa. La villa reale diventa così una sorta di punto fermo dell’esperienza, mentre le sue diverse rappresentazioni ci permettono di passare senza soluzione di continuità dal mondo di Frida al nostro».
Gli arazzi di Frida sono oggetti tattili, fatti di fibre, trame e lavoro manuale. Come avete tradotto la loro presenza fisica in un ambiente digitale senza perderne la materialità?
«Gli arazzi di Frida Hansen sono profondamente tattili. Una delle nostre sfide principali era quindi conservare quella sensazione di fisicità in un ambiente digitale. Anziché riprodurli semplicemente come immagini piatte, abbiamo cercato di tradurne le qualità materiali attraverso il movimento, la luce, le texture e la scala. Abbiamo introdotto negli ambienti onirici e negli oggetti un cosiddetto shader digitale che richiama i fili dell’ordito dei suoi arazzi. Non volevamo riprodurre digitalmente gli arazzi: volevamo tradurre la loro materialità in un altro linguaggio sensoriale.
Volevamo che il pubblico percepisse le fibre, gli strati e il lavoro manuale dietro le opere. L’ambiente digitale permette agli arazzi di dispiegarsi intorno a noi e diventare parte dello spazio, anziché restare oggetti statici da osservare. In questo modo, il mezzo digitale non cerca di imitare perfettamente l’oggetto fisico. Crea invece un’altra forma di esperienza sensoriale, permettendoci di passare dai dettagli materiali dei tessuti, osservati da vicino, ai mondi emotivi e simbolici più ampi che evocano».
Nel 1893 l’Associazione norvegese per i diritti delle donne commissionò a Frida Hansen l’arazzo Løvetand. Come raccontate il suo rapporto con il nascente movimento femminile senza ridurre l’opera a un’illustrazione politica?
«Il rapporto di Frida Hansen con il nascente movimento femminile colloca Løvetand nel contesto dei cambiamenti sociali e culturali degli anni Novanta dell’Ottocento, pur continuando a mettere in risalto l’indipendenza artistica di Hansen. Sebbene l’arazzo sia stato commissionato dall’Associazione norvegese per i diritti delle donne, il film non lo presenta semplicemente come una dichiarazione politica.
Mostra invece come l’interesse di Hansen per la natura, il simbolismo, il colore e l’arte tessile abbia dato all’opera un linguaggio artistico proprio. Il suo legame con il movimento femminile diventa parte del contesto in cui lavorava, anziché l’unica spiegazione del significato dell’arazzo. In questo modo, l’esperienza VR presenta Hansen sia come una donna partecipe di una società in trasformazione, sia come un’artista il cui lavoro non può essere ridotto all’attivismo politico».
Il giardino è inizialmente rigoglioso, poi appassisce quando la storia arriva alla bancarotta e ai lutti personali. Come ha usato la trasformazione dell’ambiente per esprimere ciò che i materiali d’archivio, da soli, non potevano ricostruire?
«Per visualizzare le perdite e la disperazione di Frida abbiamo creato un giardino pieno di vita, che si trasforma gradualmente in un paesaggio buio e desolato. Il giardino diventa una sorta di paesaggio mentale: un’espressione esterna dello stato emotivo interiore di Frida nel momento in cui la sua vita va in pezzi. Mentre affronta la bancarotta e la perdita di due dei suoi tre figli, il paesaggio si fa sempre più vuoto e irriconoscibile, e Frida appare sempre più smarrita al suo interno.
Questo ci ha permesso di esprimere qualcosa che i materiali d’archivio, da soli, non possono ricostruire: l’esperienza emotiva del lutto, della disperazione e del disorientamento. Nelle scene in cui muoiono i suoi figli, loro si allontanano fisicamente da noi e infine scompaiono dal paesaggio. Anziché mostrare la morte in modo letterale, la loro scomparsa rende visibile la perdita attraverso la trasformazione del mondo intorno a Frida.
La figlia sopravvissuta, Elisa, compare poi accanto a Frida, creando fra loro un nuovo senso di unione. Il giardino diventa quindi più di un’ambientazione: rispecchia il percorso psicologico di Frida, dall’abbondanza e dalla vita, attraverso la perdita e l’oscurità, fino a una fragile forma di sopravvivenza».
Dopo la bancarotta della famiglia, Frida trasformò il lavoro tessile in una professione, aprì un proprio laboratorio e insegnò a tessere ad altre donne. Come affronta il film il rapporto tra creazione artistica, sopravvivenza e indipendenza femminile nella sua vita?
«Nel caso di Frida, la creazione artistica sembra essere diventata strettamente legata alla sopravvivenza e all’indipendenza. Dopo la bancarotta della famiglia, il lavoro tessile divenne una professione e un modo per affermarsi secondo le proprie regole. Ma fu anche attraverso quel lavoro che trovò e sviluppò gradualmente una voce artistica personale».

Quattro figure femminili emergono dall’oscurità e ci conducono verso Semper Vadentes, uno degli arazzi più carichi di simbolismo di Frida. Che cosa aggiunge questa immagine al ritratto che il film fa di lei?
«Nel caso di Frida, la creazione artistica sembra essere diventata strettamente legata alla sopravvivenza e all’indipendenza. Dopo la bancarotta della famiglia, il lavoro tessile divenne sia una professione sia un modo per affermarsi secondo le proprie regole. Attraverso quel lavoro trovò e sviluppò gradualmente una voce artistica personale.
Dopo una scena in cui Frida, ormai anziana, appare nel suo atelier e ripensa a quel momento che le cambiò la vita, una finestra si apre su una giovane Frida, sola in un paesaggio desolato e buio. Emergono quattro gigantesche figure femminili che le passano accanto. Frida raccoglie una lanterna e comincia a camminare insieme a loro, nella stessa direzione. Queste potenti figure femminili diventano una sorta di premonizione dell’arte che sta per creare e di una delle sue opere più notevoli, Semper Vadentes, che è stata descritta come un autoritratto. In quel momento, il mondo passa dal bianco e nero al colore: una svolta che segna l’inizio del suo lavoro con l’arazzo.
Frida dovette superare molti ostacoli prima di poter trovare fino in fondo la propria forza artistica e avere fiducia in essa. Il fatto che abbia continuato a perseguirla, e che abbia avuto il coraggio di sviluppare un linguaggio artistico così originale nella sua epoca, è per me una parte importante della sua storia. La sua vita mostra come il lavoro creativo possa essere più di una forma di espressione personale: può diventare una fonte di forza, indipendenza e orientamento e, forse, a sua volta, un modo per ispirare altri a trovare la propria voce creativa».
Nel film Frida parla attraverso una voce costruita a partire da interviste storiche e altre fonti. Come avete deciso che cosa poteva dire? Dove avete posto il confine tra ricostruzione documentaria e interpretazione poetica?
«Volevamo conservare il più possibile le parole e il modo di esprimersi di Frida, per mantenere un senso di autenticità. Il monologo è una parte importante dell’incontro tra il pubblico e Frida come personaggio dell’esperienza. Con un approccio documentario, ci è sembrato naturale partire dall’unica intervista conosciuta a Frida Hansen, realizzata da Anna Rogstad — politica, attivista per i diritti delle donne ed educatrice norvegese — e pubblicata nel libro Famous Men and Women – Their Life and Works nel 1926: esattamente cento anni fa.
Il materiale è stato tradotto in inglese e, in alcuni casi, adattato molto leggermente per renderlo più chiaro. Dove abbiamo dovuto ricostruire o collegare dei frammenti, siamo rimasti il più possibile vicini a ciò che poteva essere sostenuto dalle fonti storiche. L’interpretazione poetica è nata soprattutto dal modo in cui abbiamo collocato le sue parole nell’esperienza VR — le immagini, l’atmosfera, il senso di presenza — anziché dal metterle in bocca parole che non potevamo ragionevolmente attribuirle».
Finding Frida è anche un’opera sui modelli che ereditiamo o riscopriamo. Che cosa spera che le donne e gli artisti di oggi riconoscano nella storia di Frida Hansen?
«Credo che ci sia già una fonte d’ispirazione nel guardare l’arte di Frida Hansen sapendo che cosa le è costato crearla. Perse quasi tutto ciò che possedeva, eppure riuscì in qualche modo a ritrovare un terreno sotto i piedi, a risollevarsi da difficoltà profonde e a ricostruirsi come artista, in un’epoca in cui le donne in Norvegia non avevano ancora il diritto di voto.

Mi sembra particolarmente importante anche oggi, quando l’arte e la cultura possono essere facilmente messe da parte di fronte alle molte sfide urgenti che dobbiamo affrontare. La vita di Frida ci ricorda che l’arte non è necessariamente un lusso a cui dedicarsi dopo aver sistemato tutto il resto. Può essere un modo per trovare significato, bellezza e forza proprio quando la vita è difficile.
E forse è qui che le parole di Frida sono ancora attuali. Credeva nell’importanza di rivolgersi all’arte e alla bellezza, e nel potere della bellezza di ispirare e formare le persone, aiutandoci a diventare versioni migliori di noi stessi. La sua fascinazione per la natura, i fiori e il mondo vivente ci offre un altro modo di guardare alla sua eredità. Forse riscoprire oggi Frida Hansen è anche un invito a osservare di nuovo la bellezza che ci circonda, a notare i colori e la natura, e a riconoscere il valore di qualità come la cura, la sensibilità e l’attenzione: qualità che dobbiamo proteggere e a cui dobbiamo fare spazio, indipendentemente dal genere».
