Dopo la proiezione speciale all’Ischia Film Festival, la direttrice della fotografia Francesca Mantero racconta come luce, paesaggio e natura abbiano plasmato l’identità visiva de ‘La Tempesta’, la rilettura dell’ultimo capolavoro di William Shakespeare diretta da Attilio Tamburini e Giuseppe Scordio.

Dalla luce che cambia improvvisamente sul mare ai boschi di Ischia trasformati in palcoscenici naturali, ne La Tempesta la fotografia diventa uno degli strumenti principali del racconto. Presentato anche all’Ischia Film Festival nella sezione dedicata ai film girati sull’isola, il progetto diretto da Attilio Tamburini e Giuseppe Scordio rilegge l’ultimo capolavoro di William Shakespeare intrecciando linguaggio teatrale e cinematografico. Ne abbiamo parlato con la direttrice della fotografia Francesca Mantero, che ci ha raccontato come il paesaggio, la luce naturale e gli imprevisti del set abbiano contribuito a costruire un’immagine in cui Ischia smette di essere una semplice location e diventa una presenza viva.

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Francesca Mantero racconta la fotografia de La Tempesta

La Tempesta è un’opera in cui la natura è quasi un personaggio. Dal punto di vista della fotografia, come si traduce visivamente questa presenza?
«La fotografia, secondo me, deve essere capace di mettere in evidenza ciò che è davvero essenziale per il film. Nel caso de La Tempesta, la natura era una presenza costante e sarebbe stato impossibile – oltre che poco sensato – escluderla. Per questo abbiamo cercato di renderla parte attiva del racconto: nel film muta insieme ai personaggi. Basta osservare come diventa più aspra e materica con Calibano, quasi vellutata nelle sequenze di Ariel, oppure psichedelica durante il banchetto dei naufraghi».

Il film nasce dall’incontro tra cinema e teatro. Qual è stata la sfida più grande nel trovare un linguaggio fotografico capace di rispettare entrambe le anime?
«Fin dalla preparazione, insieme al regista Attilio Tamburini, abbiamo capito che la cosa più importante era osservare, adottando uno sguardo quasi documentaristico. Non volevamo cinematografare il teatro né teatralizzare il cinema. Per questo, prima di partire per Ischia, abbiamo seguito diverse prove in teatro che ci hanno permesso di osservare gli attori, il loro modo di muoversi e di abitare lo spazio scenico. Sul set abbiamo cercato di mantenere lo stesso atteggiamento: osservare ciò che accadeva sulla scena e lasciare che la macchina da presa trovasse il proprio posto all’interno di quella relazione».

Il dialogo tra personaggi e paesaggio

Ischia non è soltanto una location, ma sembra diventare parte integrante del racconto. Come avete costruito il dialogo tra i personaggi e il paesaggio?
«Fin dai sopralluoghi siamo rimasti affascinati dagli scorci a picco sul mare, dalle colline scoscese e dai palcoscenici naturali disegnati nel bosco. I personaggi sono entrati in relazione con questi luoghi in modo spontaneo e per noi è stato subito evidente che non dovessero limitarsi a ospitarli, ma diventare parte della loro esperienza.

Per questo abbiamo privilegiato spesso campi lunghi e figure immerse nello spazio, lasciando che fosse il paesaggio a raccontare il loro isolamento, la loro fragilità e il loro rapporto con l’isola. Insomma, Ischia diventa una presenza viva che osserva, accompagna e mette continuamente alla prova gli attori».

Shakespeare, i riferimenti

Shakespeare è stato raccontato infinite volte. C’era qualche riferimento cinematografico o artistico che ha guidato il vostro immaginario, oppure avete cercato di allontanarvi da ogni modello?
«Il nostro obiettivo era lasciare che fossero il testo, gli attori e soprattutto Ischia a suggerire la forma del film. Per questo abbiamo preferito costruire un linguaggio che seguisse la luce dell’isola e la relazione tra i corpi e il paesaggio. Naturalmente abbiamo visto adattamenti importanti di Shakespeare – pensiamo anche The Tempest (2010) diretto da Julie Taymor – ma ci siamo resi conto che seguivano un’impostazione diversa dalla nostra, soprattutto dal punto di vista produttivo.

Noi cercavamo invece uno sguardo più vicino alla tradizione del cinema italiano. Autori come Pasolini, pur non avendo nulla a che vedere direttamente con La Tempesta, ci interessavano per il rapporto con il paesaggio, con i corpi e con una dimensione quasi arcaica della messa in scena o anche Franco Rossi, per la sua capacità di confrontarsi con i grandi testi classici con rigore, senza rinunciare alla semplicità del racconto».

La pandemia

La pandemia è una chiave di lettura importante di questa versione de La Tempesta. In che modo questa riflessione contemporanea ha influenzato le scelte di luce, colore e atmosfera?
«Paradossalmente, la pandemia ha contribuito alla forza visiva del film. L’assenza di persone ha accentuato il senso di isolamento sia sul piano poetico sia su quello visivo: inquadrature ampie, luoghi vuoti e una natura che sembrava essersi riappropriata dell’isola, restituendone un volto più selvaggio.

La luce naturale, con i suoi cambiamenti improvvisi, ci ha aiutato a creare un’atmosfera instabile, in cui convivono inquietudine e speranza. Anche la palette cromatica segue questa direzione, con colori spesso desaturati che si alternano a momenti più luminosi e quasi irreali, come se il film respirasse insieme ai suoi personaggi».

Ci sono state scene in cui la luce naturale di Ischia vi ha suggerito soluzioni che non avevate previsto in fase di preparazione?
«Assolutamente. Abbiamo dovuto affrontare numerose sfide legate sia alla conformazione geografica dell’isola sia alla dimensione produttiva del film. Anche lavorare con una troupe ridotta ci ha portato verso una fotografia più essenziale e reattiva, ma proprio questo ci ha permesso di accogliere gli imprevisti e, quando possibile, trasformarli in elementi espressivi. In alcuni casi è stata proprio la luce di una determinata location a costruire la scena, come nel dialogo iniziale tra Prospero e Miranda, nel monologo di Ariel sulla scogliera o nelle sequenze nel bosco con i Naufraghi».

La luce naturale di Ischia

Quanto avete lasciato che fossero i cambiamenti del cielo e del mare a scrivere l’immagine insieme a voi?
«In un luogo come Ischia sarebbe stato un errore cercare di imporre un controllo assoluto sull’immagine. Abbiamo preferito entrare in dialogo con ciò che il paesaggio ci offriva ogni giorno: un cielo che si chiudeva improvvisamente, il vento che trasformava la superficie del mare o una luce inattesa diventavano parte del racconto. Naturalmente dietro c’è stato un lungo lavoro di preparazione. Prima di ogni scena tornavamo nelle location per studiare come la luce avrebbe attraversato lo spazio nelle diverse ore del giorno. Poi, una volta sul set, cercavamo di lasciare spazio anche all’imprevisto. Credo che una parte dell’identità visiva del film nasca proprio da questo equilibrio tra preparazione e disponibilità ad accogliere ciò che accadeva davanti alla macchina da presa».

Se dovesse scegliere un’inquadratura del film che rappresenta meglio il suo lavoro, quale sarebbe e perché?
«Questa domanda mi mette un po’ in difficoltà, ma probabilmente sceglierei la sequenza di Calibano nella grotta. È una scena che racchiude molti degli elementi su cui abbiamo lavorato: la relazione tra luce naturale e luce artificiale, la fisicità del personaggio e la materia dell’ambiente. C’è però anche un motivo personale. Per girare quella scena io e l’attore, Alberto Baraghini, ci siamo dovuti infilare in uno spazio così stretto che era quasi impossibile muoversi, mentre la scena richiedeva una grande intensità fisica. In pratica sfioravo l’attore con la macchina da presa e aver vissuto quel momento attraverso il mirino lo ha reso indimenticabile. Forse è stato proprio lì che fotografia, paesaggio e personaggio hanno trovato il loro equilibrio più compiuto».

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