Dalla voce di Hind Rajab al mélo cinese, dai premi italiani alla Settimana della Critica: lo speciale di Revenews Arts su Venezia 82 racconta Venezia come città-ponte tra storie, conflitti e culture.

Alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica la geografia di Venezia incontra, ancora una volta, le geografie del mondo. La città-laguna diventa crocevia di conflitti, famiglie, rivolte intime e battaglie civili: un laboratorio di diplomazia culturale in cui il dialogo passa attraverso le immagini. È da qui che nasce lo speciale di Revenews Arts su Venezia 82, un racconto per tappe che attraversa concorso, sezioni parallele e documentari militanti per restituire la misura internazionale di questo appuntamento.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Venezia 82 tra urgenza politica e centralità del cinema italiano

Nel bilancio complessivo di Venezia 82, la Mostra appare come un mosaico in equilibrio fra il cinema d’autore più classico e la necessità di dare voce alle urgenze del presente. Il Leone d’Oro va a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, mentre il Gran Premio della Giuria premia The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che trasforma il festival in piattaforma di ascolto per il grido che arriva da Gaza.

Sullo sfondo, l’Italia è tutt’altro che marginale: Toni Servillo conquista la Coppa Volpi per La grazia di Paolo Sorrentino, Gianfranco Rosi riceve il Premio Speciale della Giuria per Sotto le nuvole e la sezione Orizzonti incorona Benedetta Porcaroli e Giacomo Covi. È una costellazione di premi che conferma come Venezia sia, per il cinema italiano, una vetrina ma anche un luogo di confronto ad armi pari con le cinematografie globali.

La voce di Hind Rajab: quando sono i ragazzi a svegliare le coscienze

Se il palmarès ufficiale lega il nome di The Voice of Hind Rajab al Gran Premio della Giuria, un altro tassello fondamentale arriva dal lavoro delle giurie giovanili. Nel racconto di The Voice of Hind Rajab, il Leoncino d’Oro che sveglia le coscienze, la sala Tropicana 2 dell’Hotel Excelsior diventa il luogo in cui la voce dei giovanissimi spettatori si alza con forza dentro la Mostra.

Una giuria di studenti e studentesse delle scuole superiori, uno per ogni Regione, assegna il Leoncino d’Oro al film di Kaouther Ben Hania, definito un’opera che rende il pubblico «inevitabilmente testimone consapevole e impotente» di fronte allo scorrere inutile del tempo. Voci e immagini autentiche, scene di realismo tagliente, interpretazioni al servizio della realtà: nella motivazione dei ragazzi, il film diventa una vera e propria «pretesa di umanità», un «urlo necessario che desta le coscienze assopite».

Alla stessa opera va anche la Segnalazione Cinema for UNICEF, che lega la voce di una bambina al «grido di dolore di ogni infanzia tradita». Nel penultimo giorno della Mostra, il percorso di The Voice of Hind Rajab a Venezia si carica così di un valore particolare: non solo il riconoscimento della giuria internazionale, ma anche quello delle nuove generazioni che vedono nel cinema uno strumento di responsabilità collettiva.

Confini e guerre: Straight Circle e il cinema come varco

La riflessione sui confini attraversa in profondità questa edizione, come mostra l’attenzione dedicata alla 40. Settimana Internazionale della Critica. Qui a imporsi è Straight Circle di Oscar Hudson, che conquista il Gran Premio IWONDERFULL come miglior film e il Premio Circolo del Cinema di Verona come opera più innovativa.

La giuria descrive il film come una «coloratissima e assurda commedia nera» che si trasforma progressivamente in «un incubo a occhi aperti», ambientato in un mondo distopico in cui due soldati di fazioni opposte presidiano lo stesso confine deserto. Il dispositivo è semplice, quasi teatrale: una linea di frontiera, due corpi, un’attesa. Ma la lettura critica lo trasforma in una parabola contro la guerra e contro l’assurdità di quei «pezzi di terra con delle scritte» che diventano prigione inesauribile.

Nel palmarès della Settimana, tra ISH, Agon, Waking Hours e i corti di SIC@SIC, torna più volte il tema dei confini geografici, politici ed emotivi. È come se il cinema, in questo piccolo osservatorio parallelo, provasse ad assottigliare le linee di separazione e ad aprire «un varco verso la luce» proprio là dove il mondo sembra irrigidirsi dietro muri sempre più alti.

Vite al limite: il mélo cinese, le famiglie spezzate, la colpa

Tra i titoli che a Venezia accendono il dibattito sulla tenuta del melodramma contemporaneo c’è The Sun Rises On Us All di Shangjun Cai. Il film, presentato in concorso con il titolo originale Ri Gua Zhong Tian, arriva dalla Cina e sceglie il mélo più ostinato per raccontare la storia di Meiyun, negoziante di abbigliamento a Guangzhou schiacciata tra la feroce determinazione al lavoro, una relazione con un uomo sposato, una gravidanza inattesa e il ritorno di un ex compagno malato di tumore.

Fra i due ex amanti esiste un segreto condiviso, legato a una lunga sparizione, e il racconto procede per accumulo doloroso verso una conclusione lacerante. L’ambientazione nel Guangdong, simbolo della crescita economica e della bulimia manifatturiera cinese, diventa sfondo per un severo trattato morale sulla colpa sommersa: Meiyun porta sulle spalle un debito morale mai affrontato, la vita è descritta come qualcosa di «durissimo», il destino come un creditore ineludibile. Al centro di questo universo di non-luoghi – ospedali, centri commerciali, aree di servizio – la performance di Xin Zhilei, premiata con la Coppa Volpi, incarna le mille stanchezze di un personaggio che sembra non trovare mai sollievo.

Su un altro versante, ma con la stessa attenzione alle fratture intime, si muove L’isola di Andrea di Antonio Capuano. Qui la guerra è silenziosa e tutta interna a una famiglia spezzata: una coppia separata, un figlio di otto anni conteso e una battaglia legale che diventa guerra psicologica. I colloqui con il magistrato svelano nevrosi, insicurezze, fragilità nella gestione del bambino; il disagio di Andrea, incapace di stare fermo e incline alla ribellione, restituisce la misura di un conflitto che non ha le parole per essere raccontato.

Capuano sceglie una regia asciutta, fatta di movimenti circolari e sguardi in macchina che chiamano in causa direttamente lo spettatore, mentre le interpretazioni di Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni reggono la tensione emotiva. Nel finale, la canzone L’isola che non c’è apre uno spiraglio poetico dentro un contesto dominato dal conflitto: un gesto che dialoga idealmente con altri film della Mostra, dove la possibilità di immaginare un altrove resta l’unica via di fuga dalle gabbie quotidiane.

Anime e manoscritti: quando il cinema interroga mito e letteratura

Lo speciale di Revenews Arts guarda anche alle opere che, a Venezia 82, rielaborano in chiave contemporanea miti, classici e ossessioni letterarie. Con Scarlet, ottavo lungometraggio del maestro giapponese Mamoru Hosoda, il fantasy animato si fa insieme epopea avventurosa e meditazione spirituale. Partita come revenge movie nel regno di Danimarca alla fine del XVI secolo, la storia della giovane principessa Scarlet – testimone dell’esecuzione del padre – si trasforma in un intenso invito alla pace.

Nel limbo fra vita e morte dove incontra Hijiri, infermiere arrivato dal presente, Scarlet passa dalla sete di vendetta al perdono, in un universo in cui passato, presente e futuro possono sovrapporsi. La protagonista è «una ragazza che salta nel tempo», figura ricorrente nell’immaginario di Hosoda, sospesa tra Oriente e Occidente, tra romanticismo e fisicità da videogame. Fan fiction shakespeariana, echi disneyani, principesse del Sol Levante: il film fonde immaginari eterogenei per costruire un anime pacifista, pensato per essere vissuto sul grande schermo.

Su un terreno del tutto diverso, ma altrettanto legato alla letteratura, si muove In the Hand of Dante di Julian Schnabel, tratto dal romanzo di culto di Nick Tosches. Un manoscritto della Divina Commedia che potrebbe essere l’originale, uno scrittore che indaga su Dante fino a identificarsi con lui, un viaggio tra mafia, killer psicopatici e finzione letteraria: sulla carta, il materiale promette un cinema visionario e stratificato.

La recensione ne restituisce invece l’immagine di un’opera ipertrofica e poco riuscita: un doppio gioco tra Nick e Dante che non convince, un meccanismo di sdoppiamento giudicato meccanico e posticcio, una narrazione debordante che alterna momenti di ironia – come quelli affidati a John Malkovich – a stereotipi marcati sulla Sicilia. È un film che «non passa lo schermo», esempio di quanto sia difficile tradurre in immagini un’ossessione letteraria così complessa senza perdere il legame con lo spettatore.

Documentario militante e beni comuni: il fiume come campo di battaglia civile

La diplomazia culturale di Venezia passa anche attraverso lo sguardo sui conflitti che si consumano lontano dai riflettori, come mostra il documentario Tevere corsaro. Il film segue tre figure – Sven, ciclo-attivista norvegese appassionato di Pasolini; Giulia, giovane contadina; Mario, romano dal cuore d’oro – impegnate in una battaglia civile lungo le rive del Tevere e nelle campagne assediate dal cemento.

Da un lato c’è il sogno del Sentiero Pasolini, una pista ciclabile da Roma a Ostia che si scontra con fondi privati, autorizzazioni opache e rimpalli di competenze; dall’altro l’ultimo orto di famiglia di Giulia e del padre Pietro, minacciato da un esproprio deciso in nome di nuovi progetti edilizi. Le amministrazioni appaiono incapaci di far rispettare un tracciato già esistente per le biciclette, ma rapide nell’eseguire espropri a favore della speculazione: un cortocircuito che interroga l’idea stessa di bene comune.

I registi Monica Repetto e Pietro Balla adottano un cinema di osservazione, privo di abbellimenti, attento alle parole e ai corpi dei protagonisti, alle carte bollate, alle pieghe burocratiche in cui si decide il destino dei luoghi. Anche sul fronte degli attivisti, il film non nasconde litigi e fratture, ricordando che il bene comune non è un’astrazione ma qualcosa che si costruisce – o si sgretola – nelle relazioni quotidiane.

Uno sguardo che attraversa confini, lingue e formati

Dal concorso principale alle sezioni autonome, dallo Scarlet di Mamoru Hosoda al mélo cinese di Shangjun Cai, dalla guerra silenziosa de L’isola di Andrea al documentario militante di Tevere corsaro, fino alla parabola sui confini di Straight Circle e al grido di The Voice of Hind Rajab, lo speciale di Revenews Arts su Venezia 82 compone un racconto corale.

Ne emerge un’immagine di Venezia come città-ponte: luogo in cui cinema asiatico, europeo, americano e italiano si incontrano per interrogare il presente, mettere alla prova i confini – geografici, familiari, interiori – e tentare, attraverso le storie, un dialogo che altrove sembra fallire. In un tempo segnato da guerre e polarizzazioni, seguire da vicino un evento come la Mostra del Cinema significa riconoscere nel gesto artistico una forma di diplomazia possibile: fragile, certo, ma ancora capace di aprire varchi nello sguardo.

Una scena del film d'animazione Scarlet di Mamoru Hosoda
Straight Circle alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2025
The Voice of Hind Rajab, premiato dai ragazzi alla Mostra del Cinema di Venezia 82

Foto: Ufficio Stampa

Revenews