Alla 82ª Mostra del Cinema il Leone d’Oro va a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, mentre La voce di Hind Rajab infiamma il dibattito e il cinema italiano festeggia con Toni Servillo, Gianfranco Rosi e i successi in Orizzonti.
La 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica si chiude con un palmarès che tiene insieme il cinema d’autore più classico e la necessità di dare voce alle urgenze del presente. Il Leone d’Oro va a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, mentre il Gran Premio della Giuria premia The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, film che ha trasformato Venezia 82 in una piattaforma di ascolto per il grido che arriva da Gaza. Sullo sfondo, un’Italia tutt’altro che marginale: Toni Servillo conquista la Coppa Volpi, Gianfranco Rosi torna a casa con il Premio Speciale della Giuria e la sezione Orizzonti incorona Benedetta Porcaroli e Giacomo Covi.
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I premi principali del concorso Venezia 82
La giuria internazionale di Venezia 82, presieduta da Alexander Payne e composta da Stéphane Brizé, Maura Delpero, Cristian Mungiu, Mohammad Rasoulof, Fernanda Torres e Zhao Tao, ha assegnato secondo la lista ufficiale dei premi i riconoscimenti principali a un mosaico di cinema globale.
Il Leone d’Oro per il miglior film è andato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (USA, Irlanda, Francia), mentre il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria ha premiato The Voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania (Tunisia, Francia). Il Leone d’Argento per la migliore regia è stato assegnato a Benny Safdie per The Smashing Machine.
Le Coppe Volpi hanno consacrato da un lato l’attrice cinese Xin Zhilei, protagonista di Ri Gua Zhong Tian (The Sun Rises On Us All) di Cai Shangjun, dall’altro Toni Servillo per La grazia di Paolo Sorrentino. Il Premio per la migliore sceneggiatura è andato a Valérie Donzelli e Gilles Marchand per À pied d’œuvre, mentre il Premio Speciale della Giuria ha premiato l’italiano Gianfranco Rosi con Sotto le nuvole. Il Premio Marcello Mastroianni per un giovane interprete emergente è stato infine attribuito a Luna Wedler per Silent Friend di Ildikó Enyedi.
Jarmusch e il Leone d’Oro: un trittico familiare tra silenzi e rancori
Al centro del verdetto di Venezia 82 c’è il nuovo film di Jim Jarmusch, Father Mother Sister Brother, che secondo la ricostruzione di MYmovies costruisce un trittico di storie familiari ambientate in Stati Uniti, Irlanda e Francia. In un episodio, una sorella e un fratello quarantenni mantengono un padre squattrinato che li convoca solo quando ha bisogno di denaro; in un altro, due sorelle over 40 si presentano al tè dalla madre, scrittrice famosa, gareggiando per apparire più realizzate di quanto siano; nel terzo, due gemelli poco più che ventenni affrontano la morte dei genitori, scomparsi in un incidente con l’aeroplano che pilotavano.
Tre capitoli collegati da piccoli dettagli – un Rolex forse vero forse falso, un modo di dire che ritorna, un gruppo di skater che sfiora i personaggi, l’abitudine di brindare con tè o caffè – e da un sentimento comune: il disagio di abitare un non-luogo dell’anima chiamato “Desolandia”. Jarmusch, scrive MYmovies, mette in campo tutte le sue cifre autoriali: tono laconico, lentezza ipnotica, lunghe conversazioni in macchina, protagonisti sospesi e straniati, per interrogare i legami di sangue che, fra rancori e abitudini, restano insieme vincolo e conforto.
Nel bilancio critico tracciato da un commento su MYmovies, questo Leone d’Oro viene però definito “un po’ pallido”. Il film è visto come il coronamento di un cinema indie minimale e ben educato, che non scandalizza e non cerca lo strappo, in contrasto con altre opere in concorso più furiose o formalmente radicali. Proprio in questo scarto tra misura e urgenza si apre la frattura simbolica dell’edizione.
La voce di Hind Rajab: urgenza politica e occasione mancata
Per molti versi, la vera immagine di Venezia 82 resta quella di The Voice of Hind Rajab, che ha ottenuto il Gran Premio della Giuria. Il film di Kaouther Ben Hania nasce dai file audio reali della telefonata di una bambina palestinese intrappolata in un’auto crivellata dai proiettili a Gaza, mentre chiede aiuto con un’ambulanza distante pochi minuti e ore di trattative per trovare un corridoio sicuro. Come racconta il lungo approfondimento di MYmovies, quella voce diventa la voce di chi, in Gaza, non ne ha nessuna, “come dentro un’auto crivellata di colpi”.
Ben Hania costruisce intorno a quelle registrazioni un reenacting che, pur non aspirando al “grande cinema” sul piano formale, viene descritto come un cinema urgente e vibrante, un grido rivolto al pubblico di tutto il mondo. Nella lettura critica raccolta da MYmovies, la scelta di fermarsi al Gran Premio della Giuria viene considerata un’occasione persa: se il film è ritenuto necessario, avrebbe dovuto conquistare il Leone d’Oro; se giudicato fragile dal punto di vista stilistico, non andava premiato affatto. Il compromesso viene definito una decisione “evasiva”, mentre il festival avrebbe avuto l’opportunità di trasformare il palmarès in un gesto netto, “un grido”, sulla tragedia in corso.
Questa tensione si riflette anche nella cronaca della cerimonia: condotta dall’attrice Emanuela Fanelli, la serata è stata segnata dall’emozione dei vincitori, che “spesso hanno ricordato l’orrore di Gaza invocando una Palestina libera”. Tutta la premiazione, si legge, “è stata nel segno di Gaza”. Un segno ribadito anche dai gesti sul palco, come l’abbigliamento nei colori della bandiera palestinese scelto dalla regista indiana Anuparna Roy, premiata in Orizzonti, e dalle parole di Toni Servillo, che esprime solidarietà alla “flottiglia” partita da Genova verso la Striscia, “dove la dignità umana è vilipesa”.
L’Italia protagonista: da Toni Servillo a Gianfranco Rosi
Se il massimo riconoscimento vola oltreoceano, il cinema italiano esce comunque dalla Mostra con una serie di premi pesanti. Nel concorso principale, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile va a Toni Servillo per La grazia di Paolo Sorrentino. Come ricostruisce MYmovies, Servillo interpreta Mariano De Santis, Presidente della Repubblica al termine del mandato, vedovo da otto anni e padre di due figli, chiamato ad affrontare due dilemmi morali: la concessione della grazia a chi ha ucciso il coniuge – nel sonno, dopo anni di maltrattamenti, o per porre fine alle sofferenze dovute all’Alzheimer – e la firma di una legge sul diritto all’eutanasia.
La grazia viene descritto come un film sulla memoria che riaffiora più che sulla nostalgia: nelle parole, nei pensieri, in ciò che non si è fatto, nelle relazioni familiari (in particolare quella con la figlia Dorotea). Nel racconto di MYmovies, il cinema di Sorrentino alterna pause e assenze di tregua, mentre la forma, riconoscibile e coerente, accompagna “il piacere autentico del racconto”. È un’opera che combina dramma privato, commedia dell’assurdo e film sentimentale, “un’ode sulla condizione umana” in cui l’interpretazione di Servillo – stilizzata, lontana dal realismo immediato, costruita come una maschera – viene letta come il fulcro del film.
Accanto alla Coppa Volpi, l’altro grande riconoscimento italiano del concorso è il Premio Speciale della Giuria a Gianfranco Rosi per Sotto le nuvole. Il documentario, definito su MYmovies un viaggio nella Napoli del Vesuvio e dei Campi Flegrei, attraversa una città in continuo sismografo: le scosse di terremoto, i tombaroli, gli archeologi, chi fa doposcuola nei quartieri più fragili, i marinai siriani che viaggiano sulla rotta Odessa–Napoli, il centralino dei Vigili del Fuoco con la sua umanità in cerca d’aiuto, la Napoli dello sventramento urbano e quella evocata dallo sguardo di Roberto Rossellini.
Nell’analisi pubblicata da MYmovies sul bilancio della Mostra, Sotto le nuvole viene ricordato come un progetto costato tre anni di lavoro, fondato su un minuzioso “ascolto” dei protagonisti invisibili della città. Rosi entra in una Napoli che è al tempo stesso frutto di uno sguardo personale e specchio delle sensibilità di chi osserva, restituendo un affresco corale che ha convinto la giuria internazionale guidata da Payne.
Orizzonti: Porcaroli, Covi e i nuovi sguardi del mondo
La sezione Orizzonti, dedicata alle nuove tendenze del cinema mondiale, conferma la centralità dell’Italia e allo stesso tempo apre il campo a cinematografie meno consuete. La giuria presieduta da Julia Ducournau ha assegnato il Premio Orizzonti per il miglior film a En el camino (On the Road) di David Pablos (Messico) e il Premio per la migliore regia ad Anuparna Roy per Songs of Forgotten Trees (India). Il Premio Speciale della Giuria Orizzonti è andato a Harà Watan (Lost Land) di Akio Fujimoto (Giappone, Francia, Malesia, Germania).
Nel palmarès spiccano due nomi italiani: la Premio Orizzonti per la migliore attrice Benedetta Porcaroli, protagonista del film Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli, e il Premio Orizzonti per il miglior attore a Giacomo Covi per Un anno di scuola di Laura Samani (Italia, Francia). La cronaca di MYmovies sottolinea come, tra i primi premi consegnati nella serata finale, proprio i riconoscimenti a Porcaroli e Covi abbiano segnato la forte presenza italiana nella sezione.
Il Premio Orizzonti per la migliore sceneggiatura è stato assegnato ad Ana Cristina Barragán per Hiedra (The Ivy) (Ecuador), mentre il Premio per il miglior cortometraggio ha premiato Utan Kelly (Without Kelly) di Lovisa Sirén (Svezia). Nella stessa costellazione di nuovi sguardi si inserisce anche il Premio Marcello Mastroianni a Luna Wedler per Silent Friend, film che MYmovies racconta intrecciare tre linee temporali – 1908, 1972 e 2020 – all’interno della stessa università tedesca, tra neuroscienze infantili, la difficile ammissione di una prima studentessa in botanica e una ricerca sulle reazioni di un geranio, per riflettere sul rapporto tra essere umano e mondo vegetale.
Opera prima, classici e realtà immersiva: i premi delle altre giurie
Oltre al concorso principale e a Orizzonti, la Biennale segnala altri riconoscimenti che completano il quadro di Venezia 82. Il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” va a Short Summer di Nastia Korkia (Germania, Francia, Serbia), a testimonianza dell’attenzione della Mostra per gli esordi.
Nel programma Giornate degli Autori, il Premio degli Spettatori – Armani Beauty è stato assegnato a Calle Málaga di Maryam Touzani, coproduzione tra Marocco, Francia, Spagna, Germania e Belgio. La giuria di Venezia Classici, formata da studenti di cinema e presieduta da Tommaso Santambrogio, ha premiato come miglior documentario sul cinema Mata Hari di Joe Beshenkovsky e James A. Smith (USA) e come miglior film restaurato Bashu, Gharibeye Koochak (Bashù, il piccolo straniero) di Bahram Beyzaie (Iran, 1985).
Infine, la giuria di Venice Immersive, presieduta da Eliza McNitt, ha consegnato il Gran Premio Venice Immersive a The Clouds Are Two Thousand Meters Up di Singing Chen (Taipei, Germania), il Premio Speciale della Giuria a Less than 5gr of Saffron di Négar Motevalymeidanshah (Francia) e il Premio per la realizzazione a A Long Goodbye di Kate Voet e Victor Maes (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi).
Un’edizione coraggiosa, tra impegno e prudenza
Nel complesso, nelle pagine di MYmovies Venezia 82 viene descritta come una Mostra coraggiosa, “capace di gridare al mondo da che parte sta” e di amplificare “con forza le voci più urgenti del presente”. Dalle immagini di Hind Rajab alla solidarietà espressa sul palco verso Gaza, passando per film come À pied d’œuvre di Valérie Donzelli – che mette a nudo lo sfruttamento del lavoro più umiliante nella “civile e borghese” Francia, domandando quanto siamo disposti a umiliarci pur di lavorare e coltivare un sogno – il festival sembra aver scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Al tempo stesso, nella lettura critica raccolta da MYmovies, la decisione sul Leone d’Oro appare più prudente che radicale. Da un lato un film come Father Mother Sister Brother, definito poetico e radicale nella sua costruzione familiare e sostenuto da uno stile inconfondibile; dall’altro la sensazione che, con un premio maggiore a The Voice of Hind Rajab o ad altri titoli più incendiari, la Mostra avrebbe potuto trasformare il proprio palmarès in “un grido” ancora più potente. Resta però l’immagine di un’edizione che, tra linee narrative intime e film dichiaratamente politici, ha provato a guardare negli occhi la complessità del tempo presente, senza rinunciare alla centralità del cinema italiano.
Foto: Ufficio Stampa
