A inizio settembre 2025, mentre il dibattito pubblico torna a interrogarsi su ambiente e beni comuni, “Tevere corsaro” mette in scena la lotta di ciclisti e contadini lungo il fiume di Roma, tra utopia del dialogo e violenza delle carte bollate.

A inizio settembre 2025, la data che apre anche la recensione firmata da Pedro Armocida, “Tevere corsaro” arriva come un documentario che parla esattamente al presente: quello di un Paese in cui il conflitto tra interessi privati, difesa del territorio e idea di bene comune si consuma spesso lontano dai riflettori, sulle rive nascoste di un fiume o ai margini di un campo coltivato.

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Il film, documentario italiano della durata di 95 minuti, segue tre figure che diventano i volti di questa battaglia civile: Sven, ciclo-attivista norvegese appassionato di Pier Paolo Pasolini; Giulia, giovane contadina; e Mario, romano dal cuore d’oro. Le loro strade si incrociano tra le campagne assediate dal cemento e le sponde del Tevere, in una Roma che appare insieme riconoscibile e inedita.

Il sogno del Sentiero Pasolini

Da un lato, “Tevere corsaro” pedina il sogno di un gruppo di ciclisti, guidati dal testardo Sven: realizzare il Sentiero Pasolini, una pista che consenta di arrivare in bicicletta da Roma al mare di Ostia, dove si trova il monumento che ricorda l’assassinio dello scrittore e regista. È lì che il titolo del film rivela il suo legame con gli “Scritti corsari”: la pratica dell’attivismo si intreccia con l’eredità intellettuale pasoliniana, lungo un fiume che diventa testo e paesaggio politico.

Il percorso, però, è tutt’altro che lineare. I ciclisti si scontrano con fondi privati che interrompono le strade e con autorizzazioni che sembrano perdersi nel dedalo degli enti che governano il bacino del Tevere. La costruzione del sentiero diventa così una mappa vivente delle opacità burocratiche, dei rimpalli di competenze, delle promesse mancate.

L’ultimo orto di famiglia sotto assedio

In alternanza, il documentario segue Giulia e il padre Pietro, che vivono in un casale circondato da un appezzamento di terreno a rischio esproprio. Da una parte c’è la loro terra, difesa ostinatamente; dall’altra un grosso progetto di edificazione, sostenuto da un consorzio contro cui solo loro due hanno scelto di opporsi.

La scelta di raccontare queste due linee narrative in parallelo evidenzia, come sottolinea la lettura critica del film, la doppia faccia dell’idea di bene comune. Le amministrazioni – regionale, provinciale, comunale – appaiono incapaci di far rispettare un tracciato ciclabile già esistente per le biciclette, mentre si mostrano rapide e decise nell’eseguire l’esproprio di parti di una proprietà familiare per costruire nuove unità immobiliari.

“Tevere corsaro” mette così in scena un’utopia fragile: quella di un vivere civile fondato sul dialogo e sull’ascolto. Nella realtà mostrata dal film, sono invece le carte bollate a regolare, spesso maldestramente, le vite delle persone.

Un cinema che ascolta, senza abbellire

I registi Monica Repetto e Pietro Balla, già autori di “ThyssenKrupp Blues”, applicano anche qui il loro metodo di lavoro: un cinema di osservazione che privilegia l’ascolto approfondito dei protagonisti e la documentazione della realtà, senza rifugiarsi in immagini “belle” o in scorci lirici.

La macchina da presa pedina Sven, Giulia, Mario, e chi li circonda, senza paura di entrare con precisione nelle loro istanze, nelle norme, nelle scartoffie, nei dettagli apparentemente marginali. È in una di queste pieghe che emerge una delle frasi simbolo del film: «Sto impicciato forte forte», dice un dirigente della Polizia di Roma Capitale al telefono, mentre valuta l’esecuzione di un’ordinanza di esproprio di fronte a un gruppo di cittadini inviperito. Un’espressione di romanesco quotidiano che, da sola, racconta un mondo e, come nota la recensione, fornisce un’immediata “geolocalizzazione” del film.

Lontani dal documentario da cartolina, Repetto e Balla scelgono una messa in scena asciutta, priva di patinature estetiche, in cui la forza del racconto nasce dall’aderenza agli eventi, dai corpi in movimento, dalle voci che si sovrappongono, dai conflitti che esplodono davanti all’obiettivo.

Contraddizioni e fratture anche tra gli attivisti

Una delle scelte più importanti del film è quella di non idealizzare i suoi protagonisti. Se da una parte “Tevere corsaro” illumina la tenacia di chi difende un orto di famiglia o sogna una pista ciclabile lungo il fiume, dall’altra non nasconde litigi e incomprensioni che attraversano lo stesso fronte dei ciclo-attivisti.

La lotta per il Sentiero Pasolini non appare come un blocco monolitico, ma come un cantiere fragile in cui differenze di vedute, personalità forti e fatiche quotidiane rischiano continuamente di erodere il progetto comune. Anche questo fa parte del paesaggio politico del film: il bene comune non è un’astrazione, ma qualcosa che si costruisce (o si sgretola) nelle relazioni e nei conflitti tra le persone.

Una testimonianza che continua oltre la perdita

Al cuore di “Tevere corsaro” c’è anche, in filigrana, una storia personale e professionale segnata da una perdita. Il film testimonia la forza di volontà di Monica Repetto nel riprendere in mano i materiali girati negli anni precedenti, dopo la morte, nel 2021, di Pietro Balla, suo compagno di vita e co-autore di tanti progetti.

Repetto lo fa senza sottolinearlo in modo esplicito nel film, ma con la convinzione che la lotta portata avanti attraverso il loro lavoro “durerà finché resisteremo noi”. In questo senso, “Tevere corsaro” non è soltanto il ritratto di un fiume, di un sentiero mancato o di un orto minacciato, ma anche il gesto di continuare a filmare le contraddizioni del presente, a dare spazio alle voci che rischiano di essere travolte dalle carte bollate.

In questi giorni di settembre 2025, mentre l’attenzione si concentra sulle grandi vetrine del cinema, un film come “Tevere corsaro” ricorda che la dimensione più radicale e militante del documentario passa ancora dall’ascolto paziente della realtà e dalla scelta di seguire, ostinatamente, chi non vuole smettere di lottare.

Foto: Ufficio Stampa

 

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