Un manoscritto della Divina Commedia che potrebbe essere l’originale, uno scrittore-autore che indaga su Dante e al tempo stesso si identifica con lui, un viaggio che mescola mafia, killer psicopatici e finzione letteraria: sulla carta, In the Hand of Dante sembra il terreno ideale per un cinema visionario e stratificato.

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Il film, diretto da Julian Schnabel e prodotto tra Gran Bretagna, Italia, Cile e Stati Uniti, arriva in sala nel 2025 con un cast di altissimo profilo: Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, Al Pacino, Jason Momoa, Martin Scorsese, John Malkovich, Franco Nero, Sabrina Impacciatore, Guido Caprino, Claudio Santamaria tra gli altri. Eppure, nonostante le premesse, la recensione firmata da Giancarlo Zappoli su MYmovies.it sottolinea come il risultato sia un’opera ipertrofica e poco riuscita.

Dal romanzo di culto al film: una gestazione lunghissima

In the Hand of Dante nasce dal romanzo omonimo di Nick Tosches, secondo capitolo di un ciclo di cinque libri in cui l’autore si mette in scena come investigatore di misteri letterari. Già nel 2008 Johnny Depp ne aveva acquisito i diritti cinematografici con l’intenzione di portare il progetto sul grande schermo.

Quel film, però, non decolla mai davvero: il tempo passa, i piani cambiano e, alla fine, è Oscar Isaac a prendere il posto che inizialmente sembrava destinato a Depp. Alla regia viene chiamato Julian Schnabel, che affronta un materiale definito esplicitamente “difficile” e dal percorso produttivo travagliato.

A complicare le cose arriva anche lo sciopero degli attori, che il regista decide di bypassare appoggiandosi al fatto che si tratta di una produzione indipendente. Il film può contare sul sostegno – e sulla presenza in scena – di Martin Scorsese, oltre che su un cast di grande richiamo. Ma, come spesso accade ai progetti a lungo covati, le aspettative accumulate nel tempo finiscono per pesare sul risultato finale.

Nick Tosches, Dante e un doppio gioco che non convince

Il protagonista del film è lo stesso Nick Tosches, che si è autoesiliato a Bora Bora quando un amico mafioso lo richiama in azione: deve mettersi sulle tracce di un presunto manoscritto originale della Divina Commedia. Ad accompagnarlo nella missione c’è Louie, killer psicopatico che lascia dietro di sé una lunga scia di morti ammazzati.

Il cuore concettuale del film sta nello sdoppiamento: Nick si riflette in Dante, la sua amata Giulietta nella figura di Gemma Donati. Questo gioco di specchi tra passato e presente, tra biografia reale e immaginata, tra mito dantesco e noir contemporaneo, nelle intenzioni dovrebbe costruire un ponte narrativo e tematico potente.

Nella resa sullo schermo, però, questo meccanismo viene giudicato dalla recensione come meccanico e posticcio. L’identificazione tra autore e poeta funziona davvero solo in un punto: la rivalutazione di Gemma Donati, figura a cui Dante non ha mai dedicato nemmeno un verso e che qui, invece, viene riportata al centro dello sguardo del film e della sceneggiatura.

Tra ironia, eccessi e stereotipi

La narrazione si sviluppa in modo ampio, quasi debordante, fino a diventare – nelle parole della critica – una storia ipertrofica. Al suo interno convivono registri molto diversi: da un lato l’ironia di John Malkovich, indicata come elemento di livello, dall’altro una rappresentazione della Sicilia talmente caricata da risultare fortemente stereotipata.

Nel corso delle prime proiezioni, il film suscita più volte risate in sala. Resta però, secondo il resoconto della recensione, un dubbio: fino a che punto si tratti di una comicità voluta e quanto invece di comicità involontaria, frutto di un equilibrio narrativo mai davvero raggiunto.

Il filo rosso che tiene insieme le diverse situazioni sembra essere soprattutto il tormentone delle uccisioni di Louie, che punteggiano la ricerca del manoscritto tra laboratori di datazione al Carbonio-14 e riferimenti a Michele Sindona. Una costruzione ad incastri che, però, non offre allo spettatore non già appassionato di Tosches un reale motivo per appassionarsi a ciò che vede sullo schermo.

Quando un film “non passa lo schermo”

La recensione cita un’espressione teatrale tradizionale – gli attori che “non passano la ribalta” – per spiegare l’effetto complessivo di In the Hand of Dante. Qui, si dice, il film “non passa lo schermo”: nonostante il cast ricco di nomi importanti e la forza dell’idea di partenza, qualcosa si inceppa nel rapporto con il pubblico.

Il risultato è quello di un’opera che accumula suggestioni, riferimenti colti, rimandi letterari e personaggi dalla forte presenza, ma che fatica a trasformare questo materiale in un’esperienza cinematografica coinvolgente. Per chi conosce e ama il romanzo di Nick Tosches, il film può rappresentare una curiosa occasione di confronto; per gli altri, rischia di restare un oggetto affascinante nelle intenzioni ma sfuggente, a tratti respingente, nella resa.

In definitiva, il tentativo di Julian Schnabel di afferrare Dante – e la sua eredità – “per mano” attraverso l’immaginazione radicale di Tosches si scontra con i limiti del dispositivo cinematografico scelto. Ne nasce un film che testimonia tutta la difficoltà di tradurre sullo schermo una ossessione letteraria così complessa, senza riuscire davvero a darle la forma compiuta che prometteva sulla carta.

Foto: Ufficio Stampa

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