A Palazzo Pretorio di Certaldo, diciotto opere inedite attraversano l’evoluzione delle specie, trasformano dati biologici in sculture e immaginano creature possibili. Ne ‘La materia della vita’, Antonio Barbieri intreccia algoritmi, robot e lavoro manuale: il racconto dell’artista e del curatore Davide Sarchioni.

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Dieci metri di carta per raccontare la storia della vita. Un robot costruito dall’artista traccia il disegno con una penna comune: ramificazioni, discendenze, forme viventi che si trasformano nel tempo. In mezzo a questa trama, una linea rossa indica i primati. Basta seguirla per accorgersi di quanto sia piccola la porzione di storia alla quale apparteniamo.

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Capsa – Antonio Barbieri

È Capsa, l’opera da cui prende avvio La materia della vita, la personale di Antonio Barbieri a Palazzo Pretorio di Certaldo, curata da Davide Sarchioni. Inaugurata il 26 settembre 2026 e visitabile fino all’8 febbraio 2027, la mostra – organizzata e coordinata da Exponent in collaborazione con la galleria NM Contemporary – Monaco – riunisce diciotto lavori inediti concepiti in dialogo con gli ambienti del palazzo. Il percorso attraversa ciò che sappiamo dell’evoluzione delle specie e arriva a immaginare creature ibride e forme capaci di reagire alla nostra presenza.

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Il filo che tiene insieme queste opere è una domanda, spiega Sarchioni: come si sono evolute le diverse forme viventi, «vegetali, animali o anche l’uomo stesso», partendo da un’origine comune? Barbieri la affronta da scultore, cercando il punto in cui un’informazione scientifica può diventare una forma da osservare.

Capsa: la storia della vita in un rotolo di dieci metri

Il titolo Capsa richiama il contenitore che nell’antichità custodiva i rotoli. Qui la parte scultorea racchiude una mappa delle relazioni tra gli organismi: un albero filogenetico, ovvero una rappresentazione delle loro parentele evolutive. «Ho realizzato un rotolo di dieci metri di lunghezza dove è rappresentata la storia della vita», racconta Barbieri. Per disegnarlo ha utilizzato un robot capace di lavorare direttamente sul foglio «tramite una penna normalissima». La complessità della mappa passa così attraverso uno strumento quotidiano, guidato da un congegno progettato per questo lavoro.

Capsa – Antonio Barbieri

«Questa mappa dimostra che siamo tutti interconnessi», osserva l’artista. Srotolandola, si incontrano momenti di estinzione e nuove diversificazioni: le forme che compaiono sono diverse, ma derivano da quelle precedenti. In definitiva, come dice Barbieri, «la continuità c’è sempre». Anche il contenitore partecipa al racconto. Barbieri vi ha inserito elementi ricavati da organismi che segnano passaggi importanti nella storia del vivente, dai trilobiti alle strutture legate ai vertebrati. Sono indizi che permettono di intuire il contenuto della scultura prima ancora di leggere il disegno: dentro quella forma è custodita una storia molto più lunga della nostra.

Algoritmi, robot e una scultura lavorata a mano

Per rendere visibili processi difficili da osservare, Barbieri utilizza scanner, fotogrammetria, modellazione e stampa 3D. Scrive algoritmi, costruisce o modifica strumenti, raccoglie dati e li trasforma. A queste operazioni si aggiungono assemblaggio, modellazione, resine e pittura: ogni passaggio interviene sulla forma. Sarchioni insiste sulla continuità tra queste pratiche. Accanto alla manualità dell’artista troviamo «l’impiego e la costruzione di congegni tecnologici», ma nei suoi processi creativi «non c’è una divisione netta tra processi tecnologici e tecniche manuali»: c’è «una continua contaminazione».

Antonio Barbieri e Davide Sarchioni

Clara Pacifico di NM Contemporary richiama, durante la visita, proprio il lavoro che segue la stampa tridimensionale: la ridipintura a mano, le venature delle foglie, il chiaroscuro. Dettagli che aiutano a capire quanto la superficie finale dipenda da interventi successivi all’elaborazione digitale. «Dopo un mese tu torni e lui ha creato tutte le venature delle foglie, il chiaroscuro, l’effetto lucido del vetro», racconta Pacifico. Per Barbieri questo rapporto comporta anche una tensione. L’utilizzo della tecnologia è stimolante, racconta, ma può diventare «quasi una battaglia» tra l’artista e l’apparato disponibile. La ricerca procede mettendo alla prova gli strumenti, spingendoli verso forme e risultati che richiedono nuove soluzioni.

Quando un dato biologico diventa una forma

Il passaggio dalla mappa alla scultura attraversa diverse opere. I due Circulus, generati a partire dai dati dell’attività cerebrale di Barbieri, introducono nel percorso una traccia dell’artista stesso. In Matrice, invece, il modello delle relazioni evolutive diventa una grande struttura in ferro dipinto.

Circulus – Antonio Barbieri

Nelle piccole sculture colorate di Dendrogenesi, dati riferiti a differenti gruppi animali vengono elaborati attraverso algoritmi e tradotti in configurazioni tridimensionali. Ramificazioni e curve condensano una storia che si sviluppa nel tempo. «Ogni curva che vedete è un punto di svolta di un determinato animale», spiega Barbieri. L’insieme diventa una visualizzazione della sua storia evolutiva, un tentativo di dare un’immagine a una durata che sarebbe difficile anche soltanto immaginare.

Dendrogenesi – Antonio Barbieri

L’artista sottolinea però il carattere aperto di questo procedimento: cambiando il modo di elaborare i dati, può cambiare anche il risultato. E dentro quel risultato cerca una qualità estetica. «C’è da una parte il grafico e la parte legata alla matematica», dice, e dall’altra «una ricerca formale» che appartiene alla scultura. «Cerco una sintesi tra forma e mero dato matematico», chiosa Barbieri. È in questa ricerca che l’informazione diventa materiale artistico. Una curva deve trovare il proprio posto nello spazio, una superficie, un colore e un equilibrio devono rendere la scultura interessante anche per chi non conosce i dati da cui è nata.

Le Chimere e le forme che potrebbero esistere

Con le cinque grandi Chimere, il percorso si sposta verso l’invenzione. Barbieri combina elementi riconducibili a rettili, pesci, uccelli, mammiferi e insetti, utilizzando scansioni tridimensionali come materiali con cui costruire altri organismi. Una parte può provenire dall’esterno di un animale, un’altra da una struttura interna. Cambiando posizione e relazione, questi frammenti producono creature in cui il riconoscimento resta incerto: qualcosa sembra vegetale, ma deriva da un animale. Un dettaglio ricorda un petalo, ma nasce dalla forma di un’ala.

Chimere – Antonio Barbieri

La loro plausibilità dipende proprio dal legame con ciò che esiste. Anche quando inventa, Barbieri parte da strutture reali, ne conserva i dettagli e le ricombina. Il visitatore può seguire questa costruzione da vicino oppure lasciarsi guidare dall’aspetto complessivo della scultura, dalle trasparenze e dai colori.

Palazzo Pretorio entra nel racconto

Questo percorso è stato sviluppato pensando agli ambienti che lo ospitano. «C’è sempre la necessità di mettersi in dialogo con questo luogo, di capirne l’estetica e cercare di proporre qualcosa che possa dialogare per consonanza o per contrasto», spiega Davide Sarchioni. «Il palazzo chiede quasi sempre di lavorare con opere site-specific, o comunque richiede una nuova produzione. Tutta la nuova produzione di Antonio è stata un lavoro di un anno, perché i processi attraverso cui realizza le sue opere sono molto meticolosi, molto lunghi: richiedono un lungo intervento sulla materia». 

Time Rift – Antonio Barbieri

«Antonio è uno scultore, innanzitutto. – continua il curatore – Ha una grande conoscenza dei materiali e questa sua fortissima capacità manuale è andata di pari passo con un’indagine curiosa e approfondita del mondo naturale, dei mondi biologici e animali. La domanda era sempre quella: come posso tradurre queste informazioni in una maniera poetica, rispettando i canoni della scultura? Perché la scultura è fatta di forma, equilibrio, superficie, colore e studio della materia».

Protogenia Robotica – Antonio Barbieri

Architetture, affreschi e tracce del tempo orientano dunque il dialogo con le sculture. Già nel video Time Rift, Barbieri ricostruisce digitalmente gli ambienti del palazzo e li trasforma in uno scenario attraversato da forme e dettagli delle opere. Il luogo entra così nella ricerca: la sua memoria diventa uno spazio nel quale immaginare altre trasformazioni.

La fine del percorso

Il percorso arriva infine a Protogenìa robotica, un automa-scultura dalle forme vegetali, dotato di sensori, microcomputer, software e motori. Rileva luce, suono e presenza. Le grandi forme floreali alle estremità delle braccia si aprono e si chiudono, mentre i dati raccolti contribuiscono a modificarne progressivamente il comportamento.

Protogenia Robotica – Antonio Barbieri

All’inizio della mostra osserviamo una mappa della vita. Alla fine incontriamo una scultura che osserva l’ambiente e reagisce. Anche la nostra presenza diventa un’informazione: entriamo nella stanza e qualcosa in grado di ascoltarci, davanti a noi, cambia. Da spettatori diventiamo dati e, come tali, contribuiamo a trasformare l’opera che stiamo osservando. La sintesi del percorso immaginato da Antonio Barbieri, in fondo, è tutta qui: la vita prende forma nell’arte e continua a modificarla.

Informazioni sulla mostra
La materia della vita. Antonio Barbieri, a cura di Davide Sarchioni. Palazzo Pretorio, Certaldo Alto (FI), dal 26 settembre 2026 all’8 febbraio 2027. La mostra fa parte di CertaldoArte26, è promossa dal Comune di Certaldo, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Toscana, ed è organizzata e coordinata da Exponent in collaborazione con NM Contemporary – Monaco. Chiusura il martedì. Informazioni sugli orari: 0571 661219.

Foto di Daniele Molajoli

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