In occasione della mostra dedicata a Man Ray, incontriamo il direttore della Fondazione Magnani-Rocca che commenta il ritrovamento dei capolavori rubati e ritrovati dopo cinque mesi.

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Piccola perla d’arte e natura, la Fondazione Magnani-Rocca è chiamata non caso la Villa dei Capolavori. Alle porte di Parma, precisamente a Mamiano di Traversetolo, la splendida struttura immersa nel verde accoglie la collezione raccolta da Luigi Magnani. Una selezione che riunisce, fra le altre, opere di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Monet, Renoir, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri. Il tutto ospitato in ambienti eleganti con arredi storici per un’esperienza di vista che rende la storia dell’arte un’esperienza fisica e quotidiana.

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Oggi la Fondazione si trova al centro di una nuova stagione espositiva con Man Ray: tutto, retrospettiva dedicata all’artista americano a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Aperta fino al 13 dicembre 2026, la mostra riunisce oltre 300 opere, proponendo una lettura che non separa le diverse anime di Man Ray, ma le ricompone in un unico percorso. Fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria e cinema diventano così parti di una stessa ricerca.

Curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, Man Ray: tutto (qui la nostra intervista) porta nella Villa dei Capolavori una figura capace di attraversare le avanguardie del Novecento senza lasciarsi definire da una sola disciplina. Ed è proprio questa idea di attraversamento a rendere particolarmente significativo il momento in cui la mostra arriva. Perché mentre le sale temporanee raccontano la libertà creativa di Man Ray, quelle della collezione permanente hanno appena ritrovato tre opere che per alcuni mesi erano state sottratte al patrimonio della Fondazione.

Foto da Ufficio stampa

L’estate della Magnani-Rocca è stata, infatti, segnata dal ritorno di Renoir, Cézanne e Matisse, trafugati nella notte tra il 22 e il 23 marzo dalla Sala dei Francesi della Villa. Le opere – Les Poissons di Pierre-Auguste Renoir, Natura morta con ciliegie di Paul Cézanne e Odalisque sur la terrasse di Henri Matisse – sono state recuperate il 14 agosto dopo quasi cinque mesi di indagini.

Dopo i controlli del caso, i tre lavori sono tornati nella loro collocazione originaria, ricomponendo nella Sala dei Francesi il nucleo dedicato alla fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che rappresenta uno dei caratteri distintivi della collezione Magnani.

L’intervista al direttore Stefano Roffi

È dentro questa particolare coincidenza tra il ritorno dei capolavori e l’apertura della mostra dedicata a uno degli artisti più versatili del XX secolo che incontriamo il direttore Stefano Roffi.

Che estate avete vissuto in Fondazione Magnani-Rocca?

«L’estate che si è conclusa è stata particolare per la Fondazione Magnani Rocca, contrassegnata da un evento di grande felicità. Ovvero il ritrovamento dei tre capolavori di Renoir, Matisse e Cézanne che erano stati trafugati qualche tempo prima. I Carabinieri sono stati bravissimi e ci hanno dato questa meravigliosa notizia a metà agosto.

Così, abbiamo potuto riallestire queste opere insieme agli altri capolavori dello stesso periodo che abbiamo qui alla Fondazione Magnani-Rocca. Dove è presente la maggior concentrazione in Italia di opere di maestri francesi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

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Contemporaneamente, il lavoro su Man Ray, quindi la grande mostra che inauguriamo, consente alla Fondazione di proseguire nella sua attività. Questi spazi, infatti, raccontano un percorso temporale che arriva fino ai giorni nostri: c’è una rappresentazione dell’arte nel tempo».

Che cosa ci racconta, in questo senso, l’esposizione in corso?

«La particolarità di questa mostra è presentare l’artista proprio nella sua complessità. Dall’inizio della sua attività e della sua carriera, negli anni Dieci, fino alla metà degli anni Settanta, quando è mancato a Parigi. Non soltanto fotografie: lui è stato uno dei più grandi fotografi del mondo, ma è stato un creativo a tutto campo. Quindi anche scultore, designer, regista, autore di meravigliosi libri d’artista. Una materia artistica complessa che lui maneggiava sempre con grande originalità, senza fare distinzione fra le discipline specifiche.

Qui alla Fondazione il visitatore si può veramente immergere in un percorso completo e affascinante, che racconta anche le meraviglie della Parigi dagli anni Venti fino agli anni Settanta. Ecco, allora, tutte le personalità strepitose che Man Ray ha frequentato e ha documentato nei suoi indimenticabili ritratti».

Tornando all’episodio di cronaca e ripensando anche ad altri furti degli ultimi mesi, da quello al Louvre ad Antonello da Messina, che tipo di fragilità dei sistemi museali ci rivela?

«Certamente quest’anno abbiamo assistito a un fenomeno che non era tale negli anni precedenti: si sono intensificati i furti d’arte a livello internazionale. In una congiuntura particolarmente fragile e delicata, dove tutto può perdere di valore all’improvviso, l’arte viene anche interpretata come un bene rifugio, paradossalmente, da parte dei ladri. Quindi questa può essere in qualche modo una componente.

Mi ha molto sorpreso anche il fatto che questi eventi provocassero davvero una reazione di grande sensibilità e sconcerto in tutto il mondo. Del furto avvenuto qui alla Fondazione Magnani Rocca, nel giro di poche ore, si sapeva tutto anche dall’altra parte del mondo. In Corea, negli Stati Uniti, la BBC, la CNN e Le Figaro… tutti hanno dedicato servizi al momento del furto. E anche al momento del ritrovamento.

La Fondazione Magnani Rocca ha certamente avuto una grandissima visibilità, devo dire purtroppo, che speriamo si rinnovi con le iniziative invece propositive e creative, quali sono le mostre. Però la testimonianza che ci sia grande attenzione per l’arte e per l’attività dei musei nel mondo è testimoniata anche dalla grande risonanza che questi tristi eventi hanno avuto».

Un po’ come per gli affetti, ci si rende conto della loro importanza quando vengono a mancare.

«C’è stata grande solidarietà da parte delle istituzioni, ma anche da parte dei privati. Frequentatori della Fondazione, ma anche persone che non c’erano mai state, hanno percepito quello che era successo proprio come un furto alla collettività. Non tanto al museo in quanto tale, ma come una privazione per tutti di opere che hanno anche un grande contenuto morale e formativo.

Come del resto era nella volontà del nostro fondatore, Luigi Magnani, che ha lasciato questo meraviglioso, incredibile Pantheon dell’arte al godimento di tutti. Proprio perché riteneva che l’arte fosse il miglior fattore di crescita per la collettività».

E adesso le opere sono ricollocate dove spetta loro essere.

«Esatto. Sono tutte nelle loro sale d’origine, in dialogo con altri capolavori coevi, a ricomporre quello che è un meraviglioso nucleo di arte francese fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che è davvero unico in Italia».

Foto PF per Revenews Arts / Altri crediti indicati

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