Al MACRO di Roma, l’artista presenta ‘Maria’s Dream’, un’opera in pellicola 16mm che parte da ‘Scandalo segreto’, l’ultimo film diretto da Monica Vitti, per esplorare il suo antidivismo attraverso immagini, memoria cinematografica e una conversazione privata tra madre e figlia.

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Cosa ci aspettiamo da un’artista? Che ci sorprenda con qualcosa che non prevediamo. E anche se c’è sempre il rischio di restare spiazzati di fronte a ciò che appare insolito o poco rassicurante, in fondo ciò che ognuno di noi cerca è proprio vivere un’esperienza nuova: restare sospesi, a bocca aperta, perché quello che credevi di trovare non c’è e al suo posto scopri qualcos’altro, di totalmente inatteso.

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Ecco perché trovo l’opera di Gaia De Megni così interessante. L’artista sceglie di non adagiarsi sui santini cinematografici più rassicuranti e cita invece l’ultimo film di Monica Vitti, Scandalo segreto (1990), scritto e diretto dalla stessa attrice insieme al suo compagno e futuro marito Roberto Russo. Un’opera poco nota, appartata, quasi dimenticata dal grande pubblico perché la filmografia della Vitti è talmente immensa da mettere in ombra i suoi capitoli più eccentrici e intimi.

Gaia De Megni e l’antidivismo di Monica Vitti

Ed è proprio da qui che parte l’indagine di Gaia De Megni, come spiega lei stessa: «Ho scelto Monica Vitti principalmente per la sua volontà, più volte esplicitata, di essere un’antidiva, e poi per l’ultimo film che ha realizzato da regista insieme al suo compagno Roberto Russo, Scandalo segreto. Un film dove lei parla di una telecamera che spia la protagonista e si impossessa della sua identità. Mi ha molto colpita e ho pensato: forse aveva proprio voglia che si parlasse di femminilità in un altro modo».

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Poi c’è la materia stessa del lavoro: la pellicola a 16 millimetri. Un girato estemporaneo, realizzato in stretta simbiosi con il direttore della fotografia Marcello Orlando, senza sopralluoghi né storyboard blindati. Una scelta che sembra trasformare l’antidivismo della Vitti in un vero e proprio anticinema: laddove la macchina produttiva tradizionale pianifica, calcola e preconfeziona ogni fotogramma prima ancora del primo ciak, qui il cinema torna a essere accadimento puro, quasi performativo.

Come racconta l’artista: «Il rapporto con la pellicola è stato di presa diretta: siamo andati in una giornata caldissima d’estate, senza vedere nulla prima, e abbiamo girato. Ci piaceva connettere il senso quasi performativo dell’apparecchio a un qualcosa che sta accadendo e che non puoi rivedere subito su un monitor digitale. C’è la matericità della pellicola, quello che rimane, che diventa quasi scultoreo».

Scambi di sguardi e generazioni

Su questa tessitura visiva in 16mm — fatta di ombre taglienti, controluce e sequenze silenziose tra lapidi e fili d’erba — si innesta l’elemento più spiazzante: una conversazione privata e segreta registrata tra l’artista e la madre. Un momento intimo, domestico, che scardina la solennità museale e apre una breccia autentica sul mito:

«Monica è l’antidiva».
«In che senso?»
«Diceva di non rappresentare nulla…»
«Come questa qua sulla rivista?»
«È la Lollo? No, non è la Lollobrigida… Ma lo vedi? Lo vedi che sono tutte uguali?»
«Ma infatti… Le dive mi affascinano, però sempre fino a un certo punto… Se per questo basta accendere la TV, lì sì che sono tutte uguali».

In questo scambio di sguardi e di generazioni, Monica Vitti emerge come l’eccezione assoluta: non la diva patinata e compiacente da rotocalco, ma una presenza inquieta, ironica, profondamente moderna. Un’anticonformista vera non solo per le figure a cui ha dato corpo sullo schermo, ma per la vita che ha saputo difendere, ritirandosi nel silenzio di una dimensione privata e inviolabile custodita fino alla fine da Roberto Russo.

L’eredità più profonda che ci ha lasciato Monica Vitti è forse proprio quella che non abbiamo visto, ciò che si è deliberatamente sottratto allo spettacolo. E Gaia De Megni è riuscita a raccontare questa sottrazione senza violarne il mistero, rinnovando quel patto tacito di riservatezza tra la diva e l’antidiva, tra l’attrice e la donna che ci ha insegnato il valore irrinunciabile del rispetto di sé.

La stagione autunnale del MACRO

All’interno della stagione autunnale del MACRO ideata da Cristiana Perrella — un percorso corale che mette al centro il corpo, la visione e lo scandaglio dello sguardo tra fotografia, suono e immagine in movimento —, la Sala Video ospita per la prima volta in uno spazio museale Maria’s Dream di Gaia De Megni, opera prodotta da Careof e vincitrice del premio ArteVisione 2024. L’installazione si inserisce in un ideale dittico con la contigua Sala Audio, dove 52 Spaces di Robin Rimbaud (Scanner) scompone i suoni de L’eclisse, attivando un dialogo profondo tra arti visive e memoria cinematografica attorno al mito e al paesaggio moderno di Monica Vitti. A cura di Maria Lodovica Ferrari. In programma dal 24 settembre all’8 novembre 2026.

Foto: Ufficio Stampa

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