A Rutigliano l’artista pugliese mette in dialogo arte contemporanea, archeologia e cultura materiale. L’intervista sulla mostra ‘Sotto i nostri piedi il cielo’, tra opere collettive, riti e geografie immaginarie.
Un’unica costa lunga undici metri fa proseguire il Golfo del Messico nel Gargano, poi in India, Nepal, Bangladesh, Marocco e Corea. Nel mondo di Tarshito le frontiere possono essere ridisegnate e un’opera cominciata in Puglia può passare di mano in mano fino a diventare un gesto collettivo.
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Questa geografia senza separazioni attraversa Sotto i nostri piedi il cielo. Archeologie della trasformazione, la mostra allestita dal 20 settembre al 31 dicembre 2026 al Museo Civico Archeologico Grazia e Pietro Di Donna di Rutigliano. Curato da Sandra Sivilli e Silvana Annicchiarico, il progetto mette in dialogo l’arte contemporanea dell’artista pugliese con reperti archeologici, cultura materiale e pratiche artigianali. Il percorso segue tre nuclei — lavoro, rito e viaggio — e prosegue con una residenza, workshop e performance aperti alla comunità. Ne abbiamo parlato con Tarshito.
Intervista a Tarshito
Partiamo dal titolo: quale prospettiva invita ad assumere Sotto i nostri piedi il cielo?
«L’immagine è quella di una persona che cammina sul pianeta Terra, sul sentiero della propria vita. Nel punto in cui i piedi toccano la terra, se quel gesto è consapevole, nasce un ringraziamento. E la gratitudine ci riporta con un balzo in cielo: è come un grande cerchio, un’armonia che unisce la materia al mistero. Questo titolo è un’invocazione, un richiamo affinché il cielo possa illuminare anche la parte materiale della nostra esistenza. Prima di fare qualsiasi cosa mi piace onorare il mistero della vita».
Lavoro, rito e viaggio sono i tre nuclei della mostra. Sono anche tre parole attraverso cui raccontare la tua ricerca?
«Sì. Il museo si sviluppa su tre livelli e abbiamo rispettato questo ritmo. Al piano terra, dedicato al lavoro, il visitatore incontra un rotolo lungo undici metri e alto 75 centimetri, realizzato in due anni e portato da me in sette luoghi del mondo. Avevo dipinto con il mio team una costa immaginaria: il Golfo del Messico continuava nel promontorio del Gargano, poi in una riva indiana. Io mischio il pianeta Terra per abolire i confini. Come artista posso farlo: è il mio apporto politico a questa epoca».
L’opera è stata poi completata dalle comunità incontrate durante il viaggio.
«Sono partito lasciando vuota la parte del mare. In Messico ho incontrato una comunità che lavora con perline colorate, poi sono andato in India, Nepal, Bangladesh, Marocco e Corea. Ognuno ha scelto liberamente che cosa rappresentare usando la propria tecnica: in Messico è apparsa una nascita, in India un corteo nuziale, in Bangladesh il ricamo. È una preghiera artistica, non necessariamente cattolica, ma spirituale. A me interessano le tradizioni e le radici, non imporre il linguaggio dell’arte contemporanea».

In queste opere viene meno anche l’idea dell’autore unico.
«Sono opere di amicizia, fratellanza e sorellanza. In alcuni luoghi comincia a dipingere la persona alla quale ho spiegato il progetto, poi arriva una vicina mentre lui beve il tè, infine continua un bambino. Non esiste la cultura della firma o del mio. Anche io dipingo soprattutto con il mio team. Nel piano del lavoro ci sono così molte forme del fare: la ceramica, il ricamo, le pitture realizzate con la terra e con il bianco dell’amido di riso. Al centro c’è un vaso alto tre metri che accoglie frammenti di argille provenienti da vari luoghi: il vaso è l’utero, il cuore, la capacità di accogliere. Se siamo pieni di ego, non rimane spazio dentro di noi».
Il primo piano è invece dedicato al rito e al dono. Qui troviamo Zorba Buddha.
«È un tavolo lungo cinque metri ricavato da un unico blocco di legno africano. Zorba rappresenta la parte materiale, perché è il tavolo sul quale si mangia; Buddha quella spirituale, perché è anche un luogo di offerta al divino. Le gambe sono radici terrestri, ma oltrepassano il piano del tavolo e diventano radici celesti, terminando in coppe che possono contenere piante, fiori, frutta o fiamme. L’orizzontale incontra il verticale».
Attorno al tavolo hai costruito anche una performance in tre atti.
«Dodici persone indossavano sulla mano sinistra un piatto di ceramica dorata e lo porgevano al vicino: ognuno mangiava dal piatto offerto da un’altra persona. Poi ci siamo seduti e abbiamo condiviso un nutrimento spirituale — un mantra, un canto, un suono, parole o silenzio — e infine abbiamo poggiato sul tavolo 24 mani, aperte a ricevere e a dare. La celebrazione contiene il grazie e la gratitudine è il primo passo verso l’amore. Attraverso il rito riattiviamo simboli capaci di mettere insieme culture diverse».

L’ultimo piano è quello del viaggio. Chi è il viandante innamorato?
«È chi riconosce la propria via e sa di stare camminando sulla sua strada. A volte si cade, ma anche questo fa parte del viaggio. Penso al pellegrinaggio non soltanto come movimento verso un convento o un luogo religioso: il luogo sacro può essere ovunque, se si vive ogni momento con sacralità. Qui ci sono tre tende, case nomadi dipinte in parte da me e dal mio team e poi completate dalle persone incontrate in diversi Paesi. Sono architetture realizzate in amicizia, nate ancora una volta dal superamento della dualità e dall’idea di una Terra senza confini».
In questa visione compare anche la figura del guerriero d’amore. Quali armi possiede?
«Le qualità che ciascuno riconosce in sé e porta al massimo. Posso arrivare con cattive intenzioni, ma essere disarmato da un abbraccio, da un sorriso o da una gentilezza autentica. Queste sono le nostre armi d’amore e devono agire per contagio. Siamo più abituati a lamentarci che ad apprezzare e abbiamo paura della nostra luce. Invece non c’è più tempo: dobbiamo diventare guerrieri d’amore».

Come chiameresti la strada che stai percorrendo oggi?
«La via del divino: provare a riconoscerlo in ogni persona che si incontra. Non serve competere o rendere tutto faticoso. Bisogna riconoscere il proprio divino e quello degli altri. Queste parole non inventano nulla, possono soltanto ricordarlo. Il lavoro va fatto anzitutto dentro di sé. Poi il vaso che siamo trabocca e qualcun altro può avvicinarsi per dissetarsi».
Foto: Ufficio Stampa
